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Schiava e libera: Sojourner Truth pioniera dei diritti civili

Schiava e libera : Storia di Sojourner Truth, pioniera dei diritti civili / di Sojourner Truth ; a cura di Raoul Lolli ; prefazione di Thomas Casadei. - Stilo Editrice, 2023. - 140 p., br. - ISBN 978-88-64792-65-1.

di Alessandra Calanchi - domenica 26 novembre 2023 - 388 letture

Ho avuto la fortuna di assistere, all’università di Urbino, alla presentazione di questo volume da parte del traduttore/curatore, un brillante insegnante di inglese nella scuola secondaria superiore e anche autore di un romanzo (Al plurale, 2019). Tanti gli studenti e le studentesse, i docenti e le docenti, il tutto organizzato dalla prof.ssa di Lingua Inglese Federica Zullo.

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Copertina di Schiava e libera, di Sojourner Truth

Il primo motivo del mio interesse è legato alla disciplina che insegno, Letteratura Angloamericana, e ogni volta che qualche volto o nome “non canonico” esce dall’oscurità non posso che rallegrarmene. In particolare, il caso di Sojourner Truth, una donna nata schiava (Isabella) nel 1798, vendita all’asta, stuprata quotidianamente, madre di molti figli, fuggiasca, impegnata nelle prime battaglie per i diritti delle donne e dei neri, non può non attirare la mia attenzione.

Anche perché questa donna era analfabeta e affidò all’amica Olive Gilbert la scrittura della sua autobiografia. E a questo proposito ho una piccola perplessità. Perché manca il nome di Gilbert in copertina? Perché dobbiamo aspettare fino a p. 8 dell’Introduzione per trovarlo, liquidato in mezza riga? Chi si occupa di scrittura sa bene che un’opera non può essere semplicemente “dettata” come a un registratore, ma che evidentemente deve esserci stata una sintonia, un’energia speciale fra le due donne. E infatti a p. 19 il nome ritorna; e subito dopo si precisa che “i commenti della biografa accompagnano con ricorrente frequenza il dialogo e l’azione”: ma chi è la biografa? Ovviamente Sojourner, ma l’aspetto forse più interessante (vedi la terza persona usata da Gilbert) è proprio questo straniamento che proviamo, perché, se la vicenda è narrata in terza persona (e infatti si parla di biografia e non di autobiografia), Gilbert ha un ruolo e come tale dovrebbe apparire in copertina.

In ogni caso, questa slave narrative è importante ed efficace. Fa emergere con competenza e accuratezza il ritratto di una donna dalla forza fisica e morale inestinguibile, capace di resilienza, di resistenza, di rivendicazione, di lotta per la giustizia e l’uguaglianza. Abolizionista, femminista, madre, narratrice, il suo esempio ci mostra che è possibile spezzare le catene, anzi che è un dovere.

Quanto alla resa in italiano, il testo ha una buona fluidità, e credetemi, era un compito difficile. Chi voglia fare una lettura bilingue trova facilmente l’originale in rete. Solo così potrà comprendere certe scelte del traduttore (omissis, corsivi, ecc.) che hanno lo scopo di privilegiare il ritmo e il senso della narrazione, le diverse voci e le tematiche salienti.

Quello che invece mi spiace non sia stato tradotto è il lungo sottotitolo (A Bondswoman of Olden Time, Emancipated by the New York Legislature in the Early Part of the Present Century: WITH A HISTORY OF HER LABORS AND CORRESPONDENCE), insieme al soprannome dato a Isabella/Sojourner dalla sua ascoltatrice/narratrice: the Lybian Sybil, la Sibilla Libica.

L’opera che ritrae questa figura mitologica fu affrescata da Michelangelo Buonarroti nel 1512 e fa parte della decorazione della volta della Cappella Sistina insieme alle altre Sibille (Persiana, Eritrea, Delfica e Cumana). Le Sibille erano vergini che profetizzavano sul futuro, spesso prevedendo sciagure.

Dieci anni prima della pubblicazione della biografia di Truth era stata esposta allo Smithsonian American Art Museum una statua di William Wetmore Story (artista americano morto in Italia nel 1895) che rappresentava appunto la Sibilla Libica, qui colta nell’atto di contemplare il destino dei popoli africani: il suo sguardo, perso in lontananza come a presagire ciò che attende le sue genti, è una chiara condanna della schiavitù… e non solo.

È importante, credo, intercettare sempre questi fili che collegano l’arte e la letteratura, la storia e la cultura. Oggi che i popoli d’Africa stanno subendo nuove e antiche ingiustizie, massacri e discriminazioni, questa “Sibilla” può farci capire, con la sua voce forte che arriva dal passato, che è solo riannodando i fili della Storia che possiamo uscire dal gorgo delle iniquità – non certo cancellando la memoria dell’orrore, né abdicando alle nostre responsabilità.

Coraggiosa quindi, e piena di aspetti interessanti, questa traduzione di Raoul Lolli.

E per chi non lo sapesse (nemmeno i curatori credo lo sappiano, oppure l’hanno ritenuto ininfluente), a Sojourner Truth non sono solo stati dedicati musei e monumenti (ben descritti nel volume) ma anche il primo rover americano inviato sul pianeta Marte, il 4 luglio (giorno dell’indipendenza) del 1997. Se questo da un lato può farci piacere, dall’altro dobbiamo purtroppo constatare che rendere interplanetaria la memoria di questa grande donna non è bastato a impedire le indicibili efferatezze razziste e sessiste perpetrate negli anni appena trascorsi. Dobbiamo forse prendere ispirazione da una delle virtù più frequentemente attribuite a Sojurner nei siti web, perseverance – che, guarda caso, è anche il nome dell’ultimo rover mandato su Marte nel 2020. Come dobbiamo interpretare queste coincidenze? O non lo sono?

Indecisa tra la soddisfazione di vedere questa donna “assunta in cielo” (in senso laico e spaziale) e il dubbio che si tratti dell’ennesima appropriazione della resistenza femminile da parte di un nuovo, aggressivo patriarcato interstellare neocoloniale, chiudo con una frase di speranza: Spesso è più buio poco prima dell’alba (p. 58).


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