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Saravà: racconto realistico e magico d’emigrazione, da Regalbuto al Brasile

"Carmelo sperimenta la fame e il benessere, l’amicizia e l’inganno, l’illusione e il disincanto, in una vita nella quale si adatta a tutto e sopravvive grazie alla scaltrezza sicula..."
di silvestro livolsi - giovedì 21 settembre 2006 - 5758 letture

L’ultimo romanzo di Sal Costa, Saravà (GBM edizioni, euro 12,90) racconta la storia di Carmelo Liquò che da Regalbuto, nella seconda metà dell’ottocento emigra in Brasile. L’odissea di questo personaggio che da suonatore di tromba nella banda del paese, va a fare il coltivatore di caffé in Brasile, dove per vari casi si arricchisce, poi perde tutto e ritorna al paese nuovamente povero, suonatore ed ebanista così com’era stato è magistralmente intrecciata in sequenze scorrevoli e piacevoli da Sal Costa.

Carmelo sperimenta la fame e il benessere, l’amicizia e l’inganno, l’illusione e il disincanto, in una vita nella quale si adatta a tutto e sopravvive grazie alla scaltrezza sicula che gli fa intuire ed evitare i pericoli e alla maestria che lo sostiene in qualunque lavoro ed evenienza. Ma nella narrazione c’è di più e di notevolmente bello e interessante: la storia dei suoi fratelli, dei negri e di tante figure ben caratterizzate. Il tutto scorre sotto i cieli diversi di due periferie, due sud del mondo con tratti speculari: il latifondo, i notabili e i coronéis e il sudore dei contadini e degli schiavi; un’umanità varia che popola case d’appuntamento a Catania così come visita i bordelli di Bahia; gli Orixas, dei del Condomblè che i brasiliani adorano con riti dai tratti dionisiaci e la processione di San Vito, a Regalbuto, momento di socialità paesana, liberatoria e di ritrovamento delle radici identitarie.

La piccola cittadina ennese viene ripresa in un arco temporale che va dalla cacciata dei Borboni al Fascismo: di gran presa è il ritratto di un maggiorente del paese, Don Gaetano, un Gesualdo verghiano, dai modi grossolani di contadino arricchito che ha sposato una nobile decaduta, che intrattiene rapporti umani e stipula matrimoni alla stessa maniera di come traffica in olive.

Il Brasile invece è quello pre-moderno, assetato di conoscenze e novità, che tutto ciò che viene da fuori (cultura, esperienze, mentalità) digerisce, metabolizza e ricrea con tratti e caratteristiche singolari che renderanno la sua storia unica e originale.

Ma il romanzo pur delineandosi nella temporalità e la storia muovendosi dichiaratamente nel flusso irrepetibile degli eventi, ha una struttura circolare nella quale si adombra una visione ciclica della vita: il racconto si apre e si chiude a Regalbuto, dove inizia e si conclude l’esistenza del protagonista, dove la morte viene descritta come nuova nascita. Non solo, ma sovrintende al protagonismo dei personaggi, che sembrano artefici delle loro scelte, un fatalismo sempre presente.

E questi due ultimi caratteri, destino e vita come costante ritorno di ciò che è sempre stato, sono sostrati profondi della mentalità e della cultura siciliana ma anche ‘contenuto’ religioso di quelle divinità brasiliane di cui Carmelo, nel romanzo di Sal Costa, diventa interprete e compare.


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