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Sandinista! The Clash compie 40 anni

12 dicembre 1980 pubblicano il progetto più ambizioso ed imponente della loro carriera artistica.
di Piero Buscemi - mercoledì 9 dicembre 2020 - 1448 letture

Se ti recavi a Londra negli anni ’80 potevi incrociare personaggi curiosi per le strade, forse più bizzarri di quelli che si sarebbero potuti incontrare nei decenni precedenti, forse meno eccentrici di quelli successivi. Pettinature scolpite sul cranio a forma di creste di gallo, piercing ai lobi che si arrampicavano per tutta la lunghezza delle orecchie. E poi giubbotti di pelle consumata, rigidamente neri. Ragazze in minigonna con merletti che contrastavano con scarponi militari. Oppure potevi osservare teste completamente rasate con strani tatuaggi a sostituire i capelli. Era un esternare di rabbia, contestazione, rigurgito di una generazione stanca di un’etichetta che ci presentava un paese, innovativo ed imprevedibile, emulo di un mondo in continua trasformazione, a volte timoroso di osare troppo. Un sentimento che trapelava tra quegli sguardi assenti ma incazzati, agli angoli delle strade, tra un trucco eccessivamente cangiante su occhi che non si ponevano più domande e che rinnegavano qualsiasi risposta del passato.

Alle fermate degli autobus, agli angoli delle lavanderie a gettone, ammassati dentro le metropolitane ci si poteva sentire osservati da giudizi che non si riusciva ancora a fare propri. Era la rivoluzione culturale e sociale che abbiamo archiviato forse troppo presto, impauriti dal terrore di perdersi su strade senza regole, essere contro per tornare a sentirsi vivi. Smantellare a colpi di chitarre distorte e versi avvelenati vomitando lo schifo percepito su steorotipi da studiare sui libri di scuola. Imbellettati dentro le carrozze messe a lucido, tra una parata pubblica e un cambio della guardia.

Era il punk, l’arma musicale di distruzione di casta, dove il nemico era una politica di destra malcelata dal volto quasi vulnerabile di una anziana signora pettinata in stile vittoriano, ma conosciuta nel resto del mondo col nomignolo di lady di ferro che si divertì a smantellare la sicurezza economica di migliaia di famiglie britanniche e a giocare a fare la guerra per rivendicare una supremazia militare dell’impero d’altri tempi in una notte di bombardamenti alle Isole Falkland.

Questa rabbia raccolta dentro i pub dove migliaia di giovani e di non più giovani disoccupati andavano a bersi il sussidio di disoccupazione, la musica l’ha assemblata nelle canzoni della contestazione. The Clash forse ne sono stati la voce più rappresentativa e la testimonianza storica da tramandare alle successive generazioni. In tempi in cui l’unico modo per non sentirsi uniformati da una classe sociale che doveva ostentare un falso perbenismo era quello di esternare violenza in ogni occasione di contatto umano che era competizione allo stato puro, dove scegliere di confrontarsi per non soccombere. E allora anche una partita di calcio era un pretesto per spaccare tutto e sfogare un diritto alla vita. Discutibile ma da rivendicare ad ogni costo.

Sandinista!, il disco dei Clash pubblicato 40 anni fa forse non ha rappresentato l’esempio più rivoluzionario e controcorrente che quegli anni, anche nella musica, hanno manifestato. La scelta stessa del gruppo che, davanti ad un’insolita produzione discografica che prevedeva 3 long playing, decisero di ridurre le proprie royalties per consentire che il prezzo del disco si mantenesse ad un più classido doppio album e che molti non si sarebbero potuti permettere.

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Sandinista, by The Clash - cover
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Sandinista, by The Clash - cover retro

Un’opera epica, qualcuno l’ha definita. Trentasei tracce tra sonorità più tipicamente del punk rock, per quanto fosse uno stile che si stava già trasformando trascinando il mondo della musica nella New Wave degli anni successivi, più commerciale e sicuramente meno rivoluzionaria. In questo triplo album si potevano ascoltare pezzi che andavano dall’Hard Rock a quel personalissimo Reggae de The Clash, come nella terza traccia del lato A del primo disco, Junco Partner, per passare a ritmi da Rock and Roll di The Leader. Emblematico poi uno dei pezzi più politici del disco, quel Ivan Meets G.I. Joe che, a tempo di Disco music ci racconta un improbabile incontro tra un soldato americano e uno sovietico su una pista da ballo, a metafora di una soluzione più folcloristica di una rivalità bellica, mai del tutto tramontata neanche ai giorni nostri.

Il titolo racchiude tutto il pensiero politico del gruppo, a dire il vero mai celato anche nelle produzioni precedenti. Quel Sandinista! con un provocatorio punto esclamativo che sa di anatema, come del resto era definito chiunque a quel tempo avesse manifestato un pensiero opposto all’arroganza del potere prendendo proprio spunto dal movimento sandinista che i guerriglieri del Nicaragua avevano messo su per detronizzare il presidente Anastasio Somoza Debayle, guidati ideologicamente dalle idee rivoluzionarie diffuse da Augusto César Sandino negli anni ’30. La stessa Lady di Ferro, al secolo Margaret Thatcher, arrivò a proibire l’uso del termine sandinista, considerato eccessivamente contro il potere costituito.

Vogliamo celebrare il quarantennale dall’uscita del disco, esattamente il 12 dicembre 1980 senza soffermarci troppo su un’analisi musicale dell’opera. Ci preme piuttosto ricordare un decennio che, non dissimile da altri, tra contraddizioni e voglia irrefrenabili di lanciare al mondo un messaggio fuori dalle regole, soprattutto attraverso la musica, ha consegnato alle generazioni successive i giusti impulsi per schierarsi sempre contro i soprusi e le angherie di chi detiene qualsiasi forma di potere spacciandolo per democrazia.

Sandinista!

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Sandinista!

The Clash:

- Joe Strummer — voce, chitarra ritmica
- Mick Jones — chitarre, voce
- Paul Simonon — basso
- Topper Headon — batteria, percussioni


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