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Sabrina Peron nuotatrice italiana dei record

Sabrina Peron, prima italiana che, a nuoto, ha costeggiato l’intera isola di Manhattan, attraversato la Manica e lo stretto di Catalina (California), una intervista di Silvia Zambrini.

di Silvia Zambrini - domenica 24 dicembre 2023 - 999 letture

Quell’aspetto dell’ambiente che riaffiora attraverso esperienze di mobilità errante, lenta, in piena fisicità con la dimensione naturale dello spazio.

Spesso si parla di rumore del mare come qualcosa che si ascolta da una spiaggia, su una barca, ma ce n’è un altro di cui meno si ha coscienza ed è quello dell’acqua mentre si è immersi. Ce ne parla Sabrina Peron, prima italiana che, a nuoto, ha costeggiato l’intera isola di Manhattan, attraversato la Manica e lo stretto di Catalina (California) oltre che essere protagonista di decine di traversate in mare aperto, fiumi e laghi.

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Sabrina Peron - nuotando attorno a Manhattan

“Mentre nelle piscine spesso tutto rimbomba tra impianti di aerazione, riscaldamento, purificazione dell’acqua, voci e musiche amplificate, all’aperto è possibile distinguere il particolare: dal fruscio del vento al frizzare delle bollicine a seguito dell’onda che si infrange. Ogni bracciata è un’esperienza di ascolto dettagliato e sensazione fisica attraverso lo spostamento dell’acqua.”

Ascoltando queste descrizioni viene da chiedere a Sabrina come riesca a conciliare una dimensione di vita così distante da quella professionale di avvocato civilista nonché scrittrice di testi di diritto, articolista, direttrice di una rivista di filosofia sua materia di seconda laurea.

“L’immersione inizialmente toglie fiato ma poi subentra un momento di grande euforia: la testa si svuota e la mente apre a pensieri che nello stress della quotidianità non trovano spazio. A volte, mentre procedo per chilometri, mi vengono in mente risoluzioni importanti riguardo un caso legale che sto seguendo, idee per un testo che sto scrivendo.”

E viene anche da pensare all’abisso tra l’ambiente della natura mentre si nuota lontani da tutto e quello quotidiano in cui si è perennemente interconnessi attraverso i dispositivi smart e ovunque sottoposti a stimoli sonori, immaginifici. Chiedo a Sabrina se, a volte, trovandosi lontani dal punto di partenza, e da quello di arrivo, non subentri un senso di eccessivo isolamento.

“Di fatto isolati non si è mai e bisogna essere molto attenti a cogliere i segnali dati dagli assistenti che ci seguono in barca, ma anche quelli del vento, delle correnti marine attraverso cui capire come procedere. Ascoltare quando si è in acqua significa orientarsi; nessuno ascolta musica in cuffia perché così facendo perderebbe l’orientamento, e nemmeno verrebbe l’istinto di isolarsi acusticamente perché si è troppo presi dal contesto reale. Sia che ci si trovi in mare, o in un lago (dove ci sono meno stimoli uditivi), ascoltare rimane sempre e comunque fondamentale. Quanto alla vista: si evita di guardare indietro perché la riva può sembrare ancora troppo vicina. Ci si concentra sul particolare. I colori sono molteplici quando li si osserva a stretto contatto con l’acqua. Se si è in oceano aperto durante la notte si assiste a fenomeni di bioluminescenza, resi dalla riflessione notturna del plancton, come trattandosi di un pulviscolo luminoso che rimbalza su uno strato di acqua nero inchiostro: un vero spettacolo!”

Si nuota da soli ma ci sono momenti di socializzazione tra chi condivide queste avventure in luoghi spesso lontani da dove si abita, trascorrendovi alcuni giorni, organizzandosi per dormire, mangiare ecc. Come sono i rapporti tra nuotatori erranti anziché agonistici?

“Si è uniti da una vena di “ottimismo infondato”. Affrontare una traversata di 12 ore implica allenamento ogni giorno nelle piscine ma fino all’ultimo non si è sicuri di nulla: basta un evento meteorologico per trovarsi ad affrontare degli imprevisti o dover rinunciare in partenza. Questa dipendenza dall’ambiente in ogni sua possibile trasformazione ci accomuna attraverso una sorta di fatalismo che è parte stessa dell’esperienza. Si nuota da soli ma prima, e dopo, c’è sempre di che parlare: della giornata in acqua che ancora deve svolgersi, di quella che si è conclusa descrivendone ogni fase e ogni emozione. Si creano legami forti con persone di tutto il mondo, che continuano a distanza: in questo le nuove tecnologie sono un’opportunità.”

Fortunatamente le comunità virtuali sono anche questo e non soltanto dipendenza immateriale: la condivisione è alla base di esperienze reali durante le fasi in cui si è fisicamente distanti. La riscoperta dell’ambiente in ogni suo aspetto, come quello del particolare acustico e visivo, si concretizza attraverso queste nuove forme di erranza e, altresì, le reti sociali che si sviluppano attorno alla comunità.

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Sabrina Peron - Attraversando la Manica

Questa intervista è diffusa anche da Fana.one con il titolo "Il particolare che riemerge dalle acque".


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