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Rosa Balistreri moriva 30 anni fa

La cantastorie siciliana ci lasciava il 20 settembre del 1990
di Piero Buscemi - mercoledì 23 settembre 2020 - 806 letture

Con chi potremmo paragonarla, la più grande interprete della canzone popolare e di protesta della storia culturale siciliana? Se decidessimo davvero di farci catturare dalla smania di trovare sempre un personaggio famoso al quale accostarne un altro pensando di rivalutarlo, con Rosa Balistreri ci troveremmo davanti a un grosso dilemma. Quello che ci farebbe venire il dubbio, difficilmente da sfatare, di essere costretti a fare un discorso al contrario. Quello, cioè, di dovere ammettere che la grande interprete della canzone popolare siciliana sia stata un emulo per tante artiste internazionali, invece che dare per scontato che ne fosse stata una versione ridotta e locale del grande nome.

Vogliamo però giocare su questa moda di confronti ad ogni costo e non possiamo sfuggire alla tentazione di pensare a Patty Smith come una sorta di erede diretta dell’immagine della donna che rivendica il suo ruolo in società attraverso i versi e le strimpellate di una canzone. Il rock ha sicuramente aiutato la cantante americana, molto più diretto e catturante di un genere musicale quasi da borgate, da feste di piazza improvvisate, da palchi di manifestazioni di un popolo in protesta contro gli eterni e inguaribili soprusi del potere.

Perché se la tradizione delle canzoni impegnate, sicuramente politiche, di denuncia come sarebbe più facile accostarle ad una più vera realtà, che i grandi interpreti hanno portato in giro per il mondo, caricandosi sulle proprie ispirazioni artistiche gli stornelli di Woody Guthrie - come non pensare a Bob Dylan - qualsiasi artista che dopo Rosa Balistreri si sia dedicato a quel genere musicale dove il messaggio del testo colpisce la sensibilità dell’ascoltatore più di qualsiasi semplice giro armonico, eseguito con l’unico scopo dell’accompagnamento all’intonazione di un canto che si manifesta dal di dentro di un animo che ha conosciuto la sofferenza e l’umiltà di affrontare una vita di sacrificio.

Rosa Balistreri aveva storie da raccontare, raccattate per strada negli angoli dove un bisogno di rinnegare un passato di rinunce e duro lavoro, chiedeva spazio in una terra come la Sicilia i cui allori erano stati bruciati dopo l’Unità d’Italia conducendola nell’arretratezza che nelle due guerre mondiali del secolo scorso trovò il suo compimento. Nata nel 1927 a Licata, un paesotto dell’agrigentino sulla costa meridionale della Sicilia, passato alle cronache nei giorni nostri per l’abusivismo scellerato contrastato dall’abbattimento di decine di villette per ordine del sindaco, Rosa Ballistreri ha conosciuto il carcere per un’accusa di furto durante il periodo di lavoro da domestica presso una famiglia benestante. Ha conosciuto le umiliazioni e le molestie di quel mondo che già allora rinonosceva alla donna un ruolo che definire marginale appariva un eufemismo.

L’uccisione di una sorella ad opera di un marito violento, il suicidio del padre a seguito di questo episodio. Un’amarezza del vivere, un grido di dolore che dal suo animo sensibile, si esternò nelle sue canzoni come un inno di ribellione, ereditato inevitabilmente dalle donne e artiste, non solo siciliane, che continua a diffondersi ancora a trenta anni dalla sua morte.


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