Ronald Stuart Thomas, il sacerdote che pregava scrivendo
Liriche alla svolta di un millennio / di R. S. Thomas ; traduzione di Erminia Passannanti. – Lecce : Piero Manni, 1998. – 160 p. - ISBN 88-8176-020-7.
Il senso è nell’attesa / di R. S. Thomas ; traduzione di Domenico Pezzini. – Milano : Àncora Editrice, 2010. – 160 p. - ISBN 978-88-514-0749-0.

- Copertina dell’album Manafon, di David Sylvian
Fino al momento dell’acquisto dell’album Manafon (2009), ultima raccolta di canzoni inedite in studio di David Sylvian, non sapevo assolutamente dell’esistenza di Ronald Stuart Thomas (29 marzo 1913 – 25 settembre 2000), sacerdote anglicano, nonché poeta e scrittore gallese con lo stesso cognome del grande bardo di Swansea, Dylan Thomas. Anche per lui si pone un interrogativo analogo a quello che si è posto nei confronti del ben più famoso collega (cattolico, però) – in entrambi gli ambiti, religioso e letterario – Gerard Manley Hopkins («un poeta gesuita o un gesuita poeta» [1]?): ossia poeta-sacerdote o sacerdote-poeta? Probabilmente la verità sta nel mezzo.
Entrambe le cose hanno costituito in lui un tutto inscindibile [2]. Penso ad Asbury, il protagonista del racconto “Malattia mortale” (in Punto Omega, trad. di Gaja Cenciarelli) di Flannery O’Connor che – incarnando forse lo spirito dell’autrice – dice: «L’artista prega creando». In un suo scritto, Thomas ha asserito che le due vocazioni, quella poetica e quella religiosa, non sono in contrasto fra di loro, e che «Cristo era un poeta, il Nuovo Testamento è poesia». È un po’ come dire che la poesia incarna, in un certo senso, le verità della fede e che il Vangelo dispensa toni poetici.
Il poeta e sacerdote gallese è ingiustamente poco conosciuto nonostante sia stato più volte candidato al premio Nobel per la letteratura nell’ultimo decennio del Novecento e, in particolare, nel 1995 e 1996, gli anni in cui è stato assegnato rispettivamente a Seamus Heaney e Wisława Szymborska (e comunque, chapeau!). L’autorevole rivista Poetry lo segnala come uno dei più importanti poeti moderni del Galles.
Manafon è il nome del villaggio in cui Thomas è stato rettore della Saint Michael Church dal 1942 al 1954, il luogo in cui cominciò a interessarsi alla lingua gallese.
Nella canzone che dà il titolo al suo album, David Sylvian tratteggia così il personaggio:
Giù nella valle c’è un uomo
Che non parla la propria lingua
E che porta rancore verso gli inglesi
È questa la melodia su cui intona le sue canzoni
Giù nella valle c’è un uomo
Che viaggia a ritroso nel tempo
È un’estasi carnale
Puoi osservarlo mentre sale
Le mogli dei contadini affacciate alle finestre
Lo hanno visto fare su è giù per ore
Dicono ai ragazzi di abbassare la voce
E fingono di non essere in casa
Giù nella valle c’è un uomo
Che cerca di imbalsamare il tempo
I suoi stivali si posano pesanti sull’erba
Che continua a respingerlo
Sua moglie era una pittrice
Che ora tinge di nero l’altare
Lui vaga per le isole a inseguire gli uccelli
Ma lei preferirebbe che ritornasse a casa
Giù nella valle c’è un uomo
Che sogna di trasferirsi più a ovest
Di impetuose battaglie contro le furie
In cui dà il meglio di sé
A proposito di quella che io ho tradotto come «estasi carnale» («physical ascension», nel testo originale), mi sembra opportuno annotare che in una sua poesia (“Emergendo”, in Il senso è nell’attesa, trad. di Domenico Pezzini), Thomas sostiene che «è la materia l’impalcatura / dello spirito». Un’impalcatura della quale l’uomo si serve per elevarsi e protendersi verso Dio.
Comunque, il ritratto che David Sylvian fa del poeta è tutt’altro che accomodante: lo dipinge come un uomo severo, arcigno, scostante, facile alla collera, retrogrado, sciovinista e rancoroso.
Ma Thomas è stato veramente così, in quanto uomo e poeta?
Se il musicista inglese, notoriamente amante della poesia, gli ha dedicato una canzone e, in suo onore, ha addirittura intitolato un album con il nome del villaggio in cui ha vissuto e operato in qualità di sacerdote, ciò significa che lo tiene comunque in grande considerazione. Sono intimamente convinto che David Sylvian, adottando una sorta di “stratagemma apofatico”, abbia delineato questo “ritratto in negativo” di Thomas per accendere la curiosità degli appassionati di musica e potenziali lettori stimolandoli a una più approfondita comprensione dell’uomo (e del poeta) che vada al di là dei clichés in base ai quali è stato e viene giudicato.

- Copertina di Liriche alla svolta di un millennio, di R.S. Thomas
Per verificare chi è stato veramente Ronald Stuart Thomas (indicato per lo più con le sole iniziali dei nomi di battesimo, R. S. Thomas), cercando di liberarlo per quanto possibile dai preconcetti, posso solo fare affidamento sulle sue poesie nelle uniche due traduzioni che ho a disposizione: quella di Erminia Passannanti, in Liriche alla svolta di un millennio. Poesie scelte (1998) per l’editore Piero Manni, e quella di Domenico Pezzini, in Il senso e nell’attesa (2010) per Àncora Editrice.
Già nella “Nota biografica” al volume citato (p. 31), Pezzini prende le sue difese dando le prime smentite: «Potrebbe parere un personaggio riservato ed eccentrico all’eccesso, eppure amava i suoi parrocchiani che ricordano ancora i suoi sermoni, era in grado di creare e gestire un gruppo di giovani con cui amava scherzare, e soprattutto ogni pomeriggio dalle 6 alle 8 visitava i malati».
Il rancore che Sylvian attribuisce al sacerdote attiene per lo più al suo fervente nazionalismo e, di conseguenza, alla scarsa simpatia che provava – per questa ragione – verso gli inglesi. Non sono sicuro che si possa parlare veramente di odio per i “vicini di casa” anche se da versi come questi emerge un atteggiamento aspramente critico nei loro confronti:
Dove me ne andrò per fuggire quel tanfo
di morte, la cancrena d’una nazione
decomposta? Camminando lungo la riva
per un’ora, ho visto inglesi
ramazzare tra le rovine
della nostra cultura, coprendole di sabbia
come fa la marea e, con la boria
della marea, spingere la nostra lingua
nella fossa scavata da noialtri.
(“Cisterne”, in Liriche alla svolta di un millennio)
E oppone loro la barriera linguistica:
Potete percorrere questo paese
in lungo e in largo;
ma non penetrarvi dentro,
dovrete fermarvi alla frontiera,
la vecchia frontiera della lingua.
Imparammo la vostra,
ma non permettemmo
che fosse per voi una porta;
[…].
(“Benvenuti”, in Liriche alla svolta di un millennio)
Io credo che Thomas sia, a tal proposito, lo specchio della sua gente, di cui dice:
Un popolo, eravamo, che si sprecava
nelle inutili battaglie dei nostri padroni,
in terre su cui non avevamo diritti,
contro uomini per cui non nutrivamo odio.
(“Storia gallese”, in Liriche alla svolta di un millennio)
Da quel che leggo mi sembra che non provasse un vero e proprio rancore nei confronti degli inglesi. Più che altro temeva l’“anglicizzazione” del Galles, la lenta e inesorabile dissoluzione del patrimonio linguistico e culturale della propria terra.
Ma Thomas era veramente un “nazionalista” o piuttosto un “patriota”? Se dovessi attenermi alla nota distinzione di Orwell [3] propenderei per la seconda ipotesi. Non credo affatto che il sacerdote ritenesse la sua nazione un’entità geografica e antropologica superiore alle altre, né che avesse il desiderio di vedere un Galles “forte”, dominante sulle altre nazioni. Era saldamente attaccato alle proprie radici, amava sinceramente il posto in cui viveva, il suo popolo (di cui non si peritava di enuclearne i limiti e i difetti) e la sua lingua. Amava, in generale, la sua terra e la culturale gallese e voleva, a tutti i costi, preservarne l’eredità. Non mi risulta, in ogni caso, che abbia mai fatto parte di gruppi separatisti radicali né che abbia compiuto atti illeciti ai danni degli inglesi.

- Copertina di Il senso è nell’attesa, di R.S. Thomas
Il sacerdote non era certamente tenero neanche con i suoi connazionali nei confronti dei quali esercitava di continuo il suo spirito critico. Ma per loro provava anche empatia e simpatia. L’animo umano è tremendamente complesso (estremizzando, si potrebbe dire che è un abisso senza fine) e l’ambivalenza è parte inscindibile di questa complessità. È il poeta stesso a ricordarlo, a se stesso e ai lettori: «con l’aiuto del danese, / da abissi senza fondo / drago la verità» (“Abissi”, in Liriche alla svolta di un millennio). Già nell’incipit della citata “Cisterne” non fa sconti ai gallesi, li tratta rudemente descrivendoli come «gente tormentata nel profondo / da tombe, cappelle, piccoli villaggi» e aggiunge, con un moto di ripulsa: «la serenità su quei volti / mi ripugna, solo una posa / per turisti, un appello all’acquerello / per la massa, privo dei più ardui / requisiti della poesia».
Per descrivere i suoi connazionali Thomas crea delle figure paradigmatiche come Iago Prytherch (il personaggio che compare più di frequente nelle sue raccolte, per l’esattezza ben diciotto volte) e Cynddylan, entrambi degli agricoltori, e Walter Llywarch, il cavatore. Sotto una scorza da duro c’è una persona tutt’altro che insensibile. C’è un essere umano che cerca di mettersi nei panni di altri esseri umani e di comprenderne le sofferenze e gli aneliti.
Questi sono alcuni dei versi con cui descrive il primo:
Iago Prytherch è il suo nome, anche se, diciamolo,
è solo un uomo ordinario delle calve colline del Galles
che recinta un po’ di pecore in un varco di nube.
Raccoglie bietole, tagliuzza la verde scorza
dai torsi gialli con una risata beota
di soddisfazione, o sbatte la rozza terra
[…].
E poi la sera lo vedi fisso sulla sua sedia
immobile, tranne quando si piega per sputacchiare nel fuoco.
C’è qualcosa di terrificante nella vacuità della sua mente.
I suoi vestiti, rancidi da anni di sudore
e di contatto animale, urtano i raffinati,
ma manierati, sensi con la loro grezza naturalità.
Eppure questo è il vostro prototipo, che, anno dopo anno
contro l’assedio della pioggia e il logorio del vento,
preserva il suo ceppo, una fortezza inespugnabile
non sconvolta neppure dalla confusione della morte.
Ricordalo, allora, perché anche lui è un vincitore di guerre,
che resiste come un albero sotto la curiosità delle stelle.
(“Un contadino”, in Il senso è nell’attesa)
La mente di questo personaggio “paradigmatico” è vuota perché tormentata dalla costante e dura lotta per la sopravvivenza – non riesce a pensare ad altro –, il suo corpo è maleodorante di sudore e umori animali, ma lui è saldo come una roccia e sfida il tempo e le avversità della vita con il suo lavoro e lo spirito combattivo che lo anima.
Questo è invece Walter Llywarch:
Sono, come sapete, Walter Llywarch,
nato nel Galles da genitori legittimi,
con un bel gozzo, un culo rotondo,
preda sicura del lento virus
che prospera in cave di pioggia grigia.
Nato in autunno al tempo giusto
per udire storie dalle labbra screpolate
di vecchi che sognano l’estate,
[…].
Mesi di nebbia, mesi di uggia;
col pensiero avvolto nel grigio bozzolo
della razza, del posto, aspettando l’arrivo
del sole, […].
(“Walter Llywarch”, in Il senso è nell’attesa)
E, con uno spirito quasi luddista, il sacerdote si diverte a prendere in giro Cynddylan ritraendolo “in sella” a un trattore, fiero come un novello cavaliere e in preda a una sorta di hybris:
Ah, dovresti vederlo Cynddylan sul trattore.
Finito il vecchio stile che tanto lo avviliva;
è un uomo nuovo, ora, fa parte della macchina,
ha nervi di metallo, il petrolio nel cuore.
La frizione bestemmia, ma le marce obbediscono
al minimo comando […].
Va al lavoro guidando, da vero signore;
è il cavaliere armato che infrange lo specchio
dei campi nel silenzio, […].
E invano cantano gli uccelli a squarciagola
mentre Cynddylan passa orgoglioso per la strada.
(“Cynddylan sul trattore”, in Liriche alla svolta di un millennio)
Ma al di là delle apparenze e della (bonaria) presa in giro, Thomas è ben consapevole del fatto che la nuova macchina non è né un vezzo né un lusso dell’esausto agricoltore e che è benvenuta perché serve ad alleviare il pesante lavoro nei campi.
Non manca neanche una figura paradigmatica “al femminile” – nella triplice veste di moglie, madre e lavoratrice – qui delineata, in chiusura, con una punta di erotismo:
Suo il nitido grembiule
[…]; sue sono le mani,
umili di mungitura, ma calme ora
nel suo ampio grembo come se udissero
una musica quieta,
[…]. O, suo è tutto
questo corpo forte, l’isola sicura
dove gli uomini possono venire, figli e amanti,
sfidando i freddi mari dei suoi occhi.
(“Fattoressa”, in Il senso e nell’attesa)
Tutti questi personaggi incarnano il popolo gallese, ne rappresentano l’epitome. Nei loro confronti «Thomas passa da un senso di ripulsa istintivo a una sorta di ammirazione» (dall’“Introduzione” di Domenico Pezzini, in Il senso e nell’attesa, p. 8). E non dimentica di porgere loro le scuse, sia pure indirettamente, se qualche volta si è permesso di schernirli. Queste parole, colme di empatia e gratitudine, sono dirette a Iago Prytherch, ma valgono nei confronti di tutti loro:
Beffa? Pietà? Mai nessuna parola avrà la misura
delle mie vere emozioni. Passai di là e ti vidi
intento al lavoro, la tua scura figura
che sposava la semplice geometria
dei campi con una scarna domanda.
Nella sua lunga ombra nacque la mia poesia,
cadendo freddamente attraverso la pagina.
(“Iago Prytherch”, in Liriche alla svolta di un millennio)
Tuttavia il sacerdote non manca di cadere preda dello sconforto e di picchiare duro:
Non c’è presente, in Galles,
non c’è futuro;
solo il passato
fragile di reliquie,
torri e castelli battuti dal vento,
abitati da fantasmi di menzogna;
cave e miniere che vanno disgregandosi;
e un popolo impotente,
folle di endogamia,
che molesta la carcassa d’una antica melodia.
(“Paesaggio gallese”, in Liriche alla svolta di un millennio)
L’accusa che rivolge ai gallesi è dunque quella di non saper porre rimedio alle proprie cattive abitudini, di non sapersi risollevare dalle crisi esistenziali ed economiche che li attanagliano (in particolare, quella generata dal declino dell’industria mineraria), di non saper operare attivamente nel presente e, di conseguenza, di non sapersi proiettare nel futuro.
Però lui è parte del suo popolo, e quindi la critica non può non essere rivolta anche a se stesso. Che è, oltre tutto, in palese contraddizione con le idee professate: pur essendo un epigono del Celtic Revival, invece di scrivere nella propria lingua, si ostina a scrivere le sue poesie esclusivamente in inglese. E confessa:
Sono gallese, vedi:
un vero Cymro,
torba nelle vene.
[…];
un’unica mancanza,
non so parlare
la mia lingua – Cristo,
tutte le sue buone parole;
e io a loro estraneo…
(“Gallese”, in Liriche alla svolta di un millennio)
Il poeta, dal punto di vista linguistico, ha la sensazione di essere un “esiliato” nella propria terra ed è costretto a convivere, per tutta l’esistenza, con questa sua “schizofrenia”.
Oltre alla relazione “incestuosa” con il Galles e i gallesi, l’altro argomento capitale della poesia di Thomas è quello della sua relazione – e, in generale, quella del credente – con Dio.
«E in primo piano» c’è «l’alta Croce, / scura, disabitata» che «si strugge per il Corpo / tornato nella culla / in grembo ad una vergine» (“Pietà”, da Il senso è nell’attesa). In realtà nel testo originale la croce è letteralmente «sfitta» (il termine inglese utilizzato è difatti «untenanted»), non «disabitata» né vuota. La croce è «sfitta» non solo perché l’orante si trova al cospetto di un Deus absconditus ma anche perché essa non è il destino finale di Cristo. È solo una sua collocazione provvisoria. La vera meta del dio che si è incarnato, spogliandosi delle prerogative divine (kenosis), è la resurrezione. Una resurrezione che non è un fatto isolato, individuale, ma coincide con la salvezza dell’umanità intera.
Nella versione italiana di “In Church”, inclusa in Liriche alla svolta di un millennio, Erminia Passannanti traduce alla lettera il termine inglese «untenanted». Qui a parlare è il sacerdote che si ritrova da solo, nella chiesa vuota, al cospetto di un dio silente e invisibile:
Cerco frequentemente
di analizzare la qualità
dei suoi silenzi. È qui che Dio si nasconde
quando lo cerco? Da solo rimango ad ascoltare
quando la chiesa si svuota dei fedeli
[…]. Non v’è altro rumore
nel buio oltre al respiro di un uomo
che mette alla prova la sua fede
nel vuoto, inchiodando i suoi interrogativi
uno ad uno a una croce sfitta.
(“In chiesa”)
Anche se non siete d’accordo in parte o totalmente con le sue idee (e io, per alcuni aspetti, non lo sono), anche se siete atei, internazionalisti e cosmopoliti, ma amate la bellezza e la letteratura, come potete ignorare la poesia di Ronald Stuart Thomas?
I suoi versi sono di ricercata semplicità, scabri – fatti di legno e di pietra, senza inutili orpelli, come le abitazioni rurali del suo paese – e, a volte, si contorcono in tortuosi enjambement che si inerpicano rapidi verso l’alto fino a raggiungere la vetta dove si aprono improvvisi squarci di luce corrusca.
Come può un amante della poesia, credente o non credente, non soccombere al cospetto della bellezza straniante di versi come questi?:
Momenti di grande calma,
in ginocchio davanti a un altare
di legno in una chiesa di pietra
d’estate, aspettando che Dio
parli; l’aria è una scala
per il silenzio; la luce del sole
mi aureola, come se interpretassi
un grande ruolo. E il pubblico
silente; tutta quella massa serrata
di spiriti in attesa, come me,
del messaggio.
Suggeriscimi, Dio;
ma non ora. Quando parlo,
anche se sei tu che parli
attraverso me, qualcosa si perde.
Il senso è nell’attesa.
(“In ginocchio”, in Il senso è nell’attesa)
Il silenzio divino non è uno spazio vuoto ma uno spazio colmo dell’attesa del credente, «e le sue preghiere cadono / incessantemente nel duro squarcio / di tempo che c’è tra Dio / e lui» (“Il campanile”, da Il senso è nell’attesa). Un’attesa che, come la materia oscura, dilaga nell’universo e riempie quello che una volta i fisici e i metafisici credevano fosse il nulla. Un’attesa o uno spazio che, in fondo, è parte di Dio stesso:
Proprio no! Altro mai non pensai se non che
Dio è quella grande assenza
nelle nostre vite, il vuoto silenzio
interiore, il luogo dove andiamo
a cercare, senza speranza
di arrivare o trovare. Egli occupa gli interstizi
della nostra conoscenza, il buio
tra le stelle. […].
(“Via negativa”, in Il senso è nell’attesa).
[1] Franco Marucci, “Introduzione” in Gerald Manley Hopkins, Il naufragio del Deutschland e altre poesie, trad. di Franco Marucci, Mondadori, Milano 2023, p. VI)
[2] Di Hopkins, Marucci dice: «Hopkins fu l’uno e l’altro senza che i due poli siano per principio così distanti come Croce, con il suo malcelato pregiudizio laicista, aveva preteso» (ibidem).
[3] «Per “nazionalismo” intendo soprattutto quell’abitudine a pensare che gli esseri umani possano essere classificati come insetti, e che interi blocchi di milioni o decine di milioni (di) persone possano tranquillamente essere etichettati come “buoni” o “cattivi”. Ma intendo anche – aspetto molto più importante – quell’abitudine a identificare se stessi in una singola nazione o in un’unità di altro tipo, collocandola al di là del bene e del male e non riconoscendo altro dovere che la promozione dei suoi interessi. Il nazionalismo non deve essere confuso con il patriottismo. […]. Per “patriottismo” intendo la devozione a un luogo o a uno stile di vita particolari, che vengono considerati i migliori del mondo ma che non si ha desiderio di imporre ad altri. Il patriottismo è per sua natura difensivo, tanto militarmente quanto culturalmente. Al contrario, Il nazionalismo è inseparabile dal desiderio di potere» (George Orwell, Sul nazionalismo (1945), trad. di Davide Platzer Ferrero, Lindau, Torino 2022, pp. 8-9).
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