Sei all'interno di >> Eventi in giro |

Roma, 11 aprile 2026: Con Cuba, siempre!

Sostenere la Rivoluzione cubana per opporsi a un sistema di coercizione globale che utilizza il blocco come arma di guerra non dichiarata. Appuntamento a Roma l’11 aprile. Un Editoriale di Luciano Vasapollo (Faro di Roma)

di Redazione - domenica 5 aprile 2026 - 623 letture

L’appello alla mobilitazione dell’11 aprile a Roma non è soltanto un atto di solidarietà internazionale: è una presa di posizione necessaria dentro una fase storica in cui Cuba è sottoposta a un livello di pressione economica, politica e simbolica che non ha precedenti per durata e intensità. Convocata da parte dell’Associazione nazionale Italia Cuba, la manifestazione intende sostenere la Rivoluzione cubana e ciò oggi significa opporsi concretamente a un sistema di coercizione globale che utilizza il blocco come arma di guerra non dichiarata, come sottolinea un comunicato che si trova sul sito della Rete dei Comunisti che parteciperà insieme alle sue organizzazioni giovanili, OSA e Cambiare Rotta. Vanno segnalate anche le adesioni del sindacato USB e della Rete in difesa dell’umanità REDH, alla quale si ispirano anche FarodiRoma e l’Associazione Padre Virginio Rotondi per un giornalismo di pace.

Da oltre sessant’anni, il bloqueo imposto dagli Stati Uniti rappresenta una violazione sistematica del diritto internazionale e dei diritti fondamentali di un popolo. Ma ciò che oggi si registra è un salto qualitativo: l’inasprimento delle sanzioni, le minacce – anche solo verbali – di intervento militare, e la pressione sui paesi terzi per interrompere relazioni economiche con L’Avana configurano un vero e proprio assedio. Non è retorica parlare di “assedio medioevale”: è la descrizione concreta di un meccanismo che mira a strangolare un sistema sociale alternativo.

L’obiettivo è chiaro e dichiarato: piegare un’esperienza che, dal 1959, ha scelto la via della sovranità politica, della giustizia sociale e dell’internazionalismo. Una scelta che ancora oggi si manifesta nella capacità di garantire diritti fondamentali – salute, istruzione, casa – e di sviluppare un modello solidale che ha avuto espressione concreta anche in Italia durante la pandemia, con le brigate mediche cubane. Quel principio fidelista, “medici non bombe”, resta una linea di demarcazione etica e politica tra due visioni del mondo.

Eppure, mentre si tenta di isolare Cuba, la realtà racconta anche altro. Racconta che Cuba non è sola. L’invio di una seconda petroliera da parte della Russia, dopo l’arrivo della nave Anatoli Kolodkin, rappresenta non solo un aiuto materiale ma un atto politico: rompere il blocco è possibile. Le parole del presidente Miguel Díaz-Canel esprimono chiaramente il senso di questa solidarietà internazionale, che si manifesta nei momenti più difficili e che ha radici storiche profonde.

Questo invio da Mosca si inserisce in un contesto aggravato dall’ordine esecutivo emanato da Donald Trump, che ha ulteriormente irrigidito il quadro sanzionatorio, arrivando a minacciare ritorsioni contro i paesi che commerciano petrolio con l’isola. Una misura che conferma la natura extraterritoriale e coercitiva del blocco, trasformando il mercato energetico in uno strumento di pressione geopolitica.

Ma la denuncia del carattere disumano del bloqueo non proviene solo da Cuba o dai movimenti solidali. Anche a livello internazionale emergono segnali significativi: il Consiglio dei Diritti Umani di Ginevra ha approvato una risoluzione che condanna l’uso del cibo come arma di coercizione. È un passaggio cruciale, perché riconosce ciò che da anni viene denunciato: il blocco colpisce direttamente la vita quotidiana della popolazione, incidendo sulla sicurezza alimentare e sull’accesso ai beni essenziali.

In questo quadro, la mobilitazione dell’11 aprile assume un valore che va oltre la solidarietà simbolica. È parte di una “diplomazia dal basso” che rompe l’isolamento, costruisce relazioni tra i popoli e afferma una verità spesso oscurata: la crisi cubana non è il fallimento di un modello, ma il risultato di un’aggressione sistematica.

Sostenere Cuba oggi significa anche difendere l’idea che un’alternativa al capitalismo globale sia possibile. Significa opporsi a un ordine internazionale fondato sulla legge del più forte e riaffermare il principio di autodeterminazione dei popoli.

Per questo, scendere in piazza a Roma non è un gesto rituale. È un atto politico necessario. Per rompere il blocco. Per difendere la sovranità. Per affermare, ancora una volta, che la Rivoluzione cubana non è sola.

Con Cuba socialista, sempre!


L’articolo di Luciano Vasapollo è stato diffuso da Faro di Roma.



- Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -