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Rocco Chinnici: un magistrato acuto nella Palermo “piena di mafia”

Era, forse, arrivato a una conclusione sui mandanti e sugli esecutori dei delitti Piersanti Mattarella, Pio La Torre e Carlo Alberto dalla Chiesa – che riteneva opera di un’unica regia di comando – ma non riuscì a concludere il suo lavoro.

di francoplat - martedì 1 agosto 2023 - 1439 letture

Alle otto di venerdì 29 luglio 1983, una 126 parcheggiata sotto casa sua, in via Pipitone Federico e contenente 75 chilogrammi di tritolo, fu fatta esplodere. Morì così il Consigliere istruttore Rocco Chinnici e, con lui, persero la vita i carabinieri Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta, suoi agenti di scorta, e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi. Solo per caso, sfuggì alla morte Giovanni Paparcuri, autista del magistrato. Fu il primo attentato contro un magistrato con l’utilizzo di esplosivo. Solo in due altre occasioni, verrà utilizzato lo stesso micidiale strumento di morte.

Quarant’anni fa, dunque, Rocco Chinnici concludeva tragicamente una brillante esperienza professionale e umana. I due aggettivi si accompagnano in tutto il corso della sua vicenda terrena, largamente profusi da chi ebbe modo di conoscerlo in ambito lavorativo e di apprezzarne la sensibilità, la visione tutt’altro che burocratica della sua carriera di magistrato. Nacque nel 1925, a Misilmeri, nelle campagne attorno a Palermo, divenne magistrato nel 1953 e, l’anno dopo, fu assegnato alla Pretura di Partanna, dove si distinse non solo per il rigore professionale, ma anche per la costante disponibilità ad ascoltare i problemi, i disagi degli abitanti del piccolo centro trapanese. Un atteggiamento, questo, che lo caratterizzerà per tutto il corso della vita e che farà di lui un precursore di quella magistratura votata all’interlocuzione con la società civile, con i giovani in particolare.

Approdò nel 1966 a Palermo, prima presso l’Ufficio istruzione in qualità di giudice istruttore, poi diventò consigliere istruttore aggiunto e, infine, fu a capo dell’Ufficio dai primi mesi del 1980 sino alla sua morte. In questa sede, Chinnici dispiegò le sue competenze e la sua brillante capacità di analisi nella lotta contro la mafia: i primi processi di cui si occupò furono quelli per l’omicidio del boss Francesco Mazzara, nel 1966, e soprattutto quello per la strage di viale Lazio a Palermo, nel 1969, nella quale fu ucciso il padrino Michele Cavataio, colpevole di aver scatenato la prima guerra di mafia. Guerra che, dopo la strage di viale Lazio, riprese sanguinosa.

L’attività di indagine di Chinnici è caratterizzata da uno straordinario acume e da una lucidità non comune. È sufficiente scorrere le pagine di due suoi lavori – entrambi reperibili in rete sulla piattaforma del Consiglio superiore della magistratura che celebra il ricordo del magistrato, al seguente indirizzo https://www.csm.it/web/csm-internet/aree-tematiche/per-non-dimenticare/rocco-chinnici - ossia “La mafia: aspetti storici e sociologici e sua evoluzione come fenomeno criminoso” (1978) e “La mafia oggi e sua collocazione nel più vasto fenomeno della criminalità organizzata” (1982), per comprendere l’ampiezza di vedute del Consigliere istruttore riguardo le consorterie criminali. In quelle pagine, che qui non è possibile sintetizzare ma di cui si consiglia la lettura, Chinnici non solo evidenziava con nettezza i legami profondi intercorrenti fra le mafie italiane, Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra, e tra le organizzazioni italiane e quelle internazionali, ma tracciava senza equivoci le linee di giunzione tra Cosa nostra e i pubblici poteri.

Nel primo dei due scritti, infatti, osservava che la mafia «ha raggiunto attraverso il ruolo svolto nelle elezioni amministrative regionali e politiche, tali risultati che può accedere presso tutti gli uffici pubblici e ottenere quello che chiede. Del resto non sono pochi i pubblici dipendenti ad essa legati per rapporti di parentela o di interessi». Poco più oltre, aggiungeva: «la mafia siciliana, dopo gli anni sessanta, sull’esempio di quella americana oltre ad allargare la sfera delle attività illecite, ispirandosi ad essa, compie una penetrazione più incisiva nell’apparato e nelle amministrazioni pubbliche. (…) Il rapporto mafia – pubblica amministrazione assume aspetti emblematici ed inquietanti. Enti pubblici sono permeati dal potere mafioso; le opere pubbliche costano al contribuente molto più di quanto dovrebbero. Laddove il potere mafioso non riesce a penetrare con i metodi tradizionali – clientelari o violenti – riesce a volte corrompendo».

E nel secondo documento, esito di una relazione tenuta presso il Consiglio superiore della magistratura nel giugno 1982, non mancava di tornare sulla questione criminalità organizzata e potere, dissentendo da quanti, al tempo, nei loro lavori sociologici o di economia sostenevano che le mafie, divenute imprenditrici, potessero fare a meno dei legami con il potere. «Chi scrive è convinto che, oggi più di ieri, la mafia inserita come è nella vita economica dell’Isola – afferma il relatore – non può fare a meno di tali rapporti. (…). Si aggiunge, inoltre, che la mafia, oggi come nel passato, non può mantenere posizioni di rilievo nella vita siciliana, non può avere incidenza politica, se abbandona schemi collaudati da oltre un secolo, se, forte della potenza economico-finanziaria raggiunta, allenta i vincoli che la legano al potere».

Non solo. È in questo stesso documento che Chinnici chiedeva a gran voce la definizione di uno specifico articolo di legge che sancisse il reato di associazione mafiosa, ritenendo generico e poco adeguato il 416 del codice penale e richiamando l’articolato sistema giuridico approntato «dal compianto onorevole La Torre e da altri deputati». Interessante è seguire il suo ragionamento e la sua chiosa amara: «la nuova figura del reato di associazione mafiosa, con la adozione di nuovi e più moderni metodi di indagine (accertamenti bancari, sequestri di beni illecitamente conseguiti etc.) demandati ad organi di polizia giudiziaria qualificati potrebbe, unitamente alle nuove misure di prevenzione delle quali da tempo si parla, costituire valido mezzo nella lotta contro la mafia. Sempre che ci sia volontà di farla, questa giusta e civile battaglia».

Era in anticipo di qualche mese sull’emanazione della legge La Torre-Rognoni, Chinnici. Ma non si limita a questo la sua lungimiranza. Fu lui, com’è noto, a istituire per primo quello che, sotto Antonino Caponnetto, divenne il noto pool antimafia. Operò una rivoluzione rispetto il modus operandi giudiziario tradizionale: non più un magistrato che seguiva il proprio processo, godendo forse di autonomia, ma rischiando la parcellizzazione delle conoscenze. E non più un processo celebrato per singolo reato. La visione globale di Chinnici lo portava a ritenere che la questione andasse affrontata nel complesso, attraverso un gruppo di lavoro in grado di condividere informazioni e saperi. Fu lui a chiamare con sé Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e, dopo, Giuseppe Di Lello e a dare vita a indagini che portarono il capo della Squadra mobile, Ninni Cassarà, a redigere il “rapporto dei 162”, embrione del futuro maxi-processo. All’esito del quale, però, Chinnici non arrivò.

La vocazione pionieristica del magistrato siciliano non si ferma all’aspetto giudiziario della vicenda mafiosa. Perché, oltre a quella nelle aule di giustizia, il Consigliere istruttore portò aria nuova anche fuori dai tribunali. Gli era ben chiaro che la mafia non la si sconfiggeva soltanto a livello giudiziario e si muoveva affinché la lotta si strutturasse anche a livello culturale, di mentalità: in tal senso, testimoniò dinanzi agli studenti, agli insegnanti, partecipò a tavole rotonde e a dibattiti, parlando apertamente di mafia negli anni in cui la mafia pareva non esistere. Approntò un corso di aggiornamento per presidi e per docenti, “Aspetti e problemi della legge 22 dicembre 1975 n. 685” (relativa alle sostanze psicotrope e alla loro prevenzione, cura e riabilitazione), nel quale si diceva fiducioso nella capacità reattiva delle nuove generazioni, nel loro rifiuto della mafia, delle droghe, vera e propria fonte di arricchimento per i criminali e di abbruttimento e di danno sociale per la penisola.

Educare, quindi, sensibilizzare la società civile. Questo era il mantra, che ribadì in un incontro al Consiglio superiore della magistratura nel 1982, nella cui relazione, “Riflessioni ed esperienze sul fenomeno mafioso”, precisava: «contro l’infiltrazione mafiosa è necessario l’avvio di un processo di disinquinamento. (…) Occorre, infatti, prendere atto che la mafia svolge nella società un ruolo di un’istituzione, amministrando il proprio potere al fine di garantirsi sempre più diffusi e radicati inserimenti ed un costante reclutamento; la mafia non recluta solo nelle carceri ma dovunque si ponga ai giovani la scelta fra l’emarginazione e il prestigio, il ruolo sociale, il denaro facile, le carriere ed il successo – pur con gli enormi rischi connessi – del mafioso».

Era difficile, però, lavorare a Palermo e Chinnici ne era consapevole. «Palermo è una città sonnolenta, Palermo è una città piena di mafia, non è soltanto a livello della gente comune che si evita di parlare, ma anche a certi livelli». Così si espresse nel 1982 davanti al Consiglio superiore della magistratura, in audizione per via di accertamenti relativi all’omicidio del Procuratore capo di Palermo, Gaetano Costa, ucciso nell’agosto di due anni prima. Quanto a Palermo, lo stesso Costa, nelle parole di Chinnici, esprimeva un giudizio altrettanto sconsolato, forse più amaro: «questa è una città nella quale non si può vivere». Una frase che il consigliere istruttore attribuì a possibili minacce di morte ricevute dal procuratore; minacce che egli stesso ricevette e di cui diede conto nel corso dell’audizione: «il nostro tribunale ha deciso che lei deve morire e l’ammazzeremo dovunque lei si trovi». Era una voce al telefono, riferì ai consiglieri. E a quella telefonica si affiancarono, poi, altre intimidazioni, anche dagli Stati Uniti e per iscritto: «me ne hanno mandata una che è magari in una forma elegante perché ci sono le sette beatitudini: beato chi ti farà del male, chi parlerà sempre male di te, beato chi ti distruggerà ecc».

Com’è noto, non si trattava di minacce a caso. Il clima di tensione era altissimo e l’ambiente di lavoro, quello del Palazzo di giustizia – il “palazzo dei veleni” di qualche anno dopo, ma già ben avvelenato al tempo –, era uno spazio complesso e denso di insidie. Chinnici tratteggiò per iscritto quel clima professionale, in un documento, i “diari” (reperibili in rete al link sopra indicato), redatto negli ultimi anni della sua vita, nel quale annotava, come ricordò Falcone, «tutti gli episodi che gli apparivano inconsueti e questo perché temeva che le persone che potessero volere la sua morte avrebbero potuto annidarsi anche all’interno del palazzo di giustizia». Basterebbe l’incipit della pagina relativa al 15 dicembre 1981 per avvertire il peso di un ambiente torbido: «Ciccio Scozzari è l’essere più immondo che esista, vigliacco, servo dei mafiosi (il suo comportamento al processo di viale Lazio ne è la riprova). Per invidia o per imposizione della mafia mi ha combattuto da quando sono a Palermo». Francesco Scozzari, sia detto per inciso, era Sostituto procuratore a Palermo e, anche in virtù delle osservazioni presenti nei diari di Chinnici, dopo la morte di quest’ultimo fu trasferito d’ufficio dal plenum del Consiglio superiore della magistratura; lo stesso Scozzari, poco tempo dopo, presentò le dimissioni dall’ordine giudiziario, accolte nel dicembre 1983 dal Csm.

Ecco, questo era il contesto nel quale Chinnici operò con intelligenza e determinazione, toccando, come si è detto, tasti sensibili di quella Palermo avvelenata dalla mafia e non soltanto. Perché per l’omicidio del magistrato, nel 2000, la Corte di Assise di Caltanissetta – sentenza poi confermata in Cassazione – ha condannato all’ergastolo Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Raffaele e Stefano Ganci, Antonio e Francesco Madonia, Salvatore Buscemi, Antonino Geraci, Giuseppe Calò, Salvatore e Giuseppe Montalto, Vincenzo Galatolo. Le indagini relative alla strage furono condotte dai pubblici ministeri Nino Di Matteo e Annamaria Palma e, come osserva Di Matteo nel libro “Collusi” (Rizzoli, 2015), l’omicidio di Chinnici fu determinato da ambienti altri rispetto a Cosa nostra. Dalle carte processuali emerge, infatti, che la morte del consigliere istruttore fu «voluta dai cugini Ignazio e Nino Salvo e ordinata dalla cupola mafiosa, per le indagini che il magistrato conduceva sui collegamenti tra la mafia e i santuari politico-economici». Era quanto Paolo Borsellino riferì ai giudici nisseni già il 4 agosto 1983, ossia pochi giorni dopo l’eccidio.

Dei fratelli Salvo, al tempo della strage di via Pipitone Federico, si parlava “bene”. I colletti bianchi erano immacolati. Già quarant’anni fa, c’era chi non ne era affatto convinto e aveva colto lucidamente quanto ancora oggi stenta ad affermarsi nell’opinione comune: le linee di demarcazione fra le attività mafiose e quelle politico-economiche sono, in qualche caso, labili, labilissime. Chinnici lo sapeva. E quella consapevolezza, al pari di quella d’altri uomini d’acume che lo hanno preceduto e gli sono succeduti stroncati dalle armi, alle persone perbene disturba: non bisogna smascherare il re nudo. Meglio eliminare il bimbo sapiente.


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