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Roberto Russo "Accordo di libero scambio con il Vietnam"

Per gentile concessione del sito INTERNATIONALIZE.CO curato dall’agenzia di consulenza AUTONOMIE LOCALI di Bologna
di Emanuele G. - giovedì 2 luglio 2015 - 1746 letture

L’accordo con il Vietnam si colloca nella più ampia strategia di politica commerciale UE nei confronti del Sud Est Asiatico per la quale, stante l’attuale impossibilità di un’intesa regionale, singoli negoziati con i membri ASEAN sono stati avviati con l’obiettivo di costituire un “building block” per un futuro accordo regionale.

In questo quadro, dopo aver concluso con Singapore nel dicembre 2012, l’UE sta negoziando con Vietnam, Malesia e Tailandia. Il Vietnam è un mercato già relativamente integrato nel commercio internazionale, con diversi accordi di libero scambio già conclusi ed altri in via di negoziazione, tra cui il TPP – Trans Pacific Partnership. In virtù del suo alto livello di integrazione, il Vietnam appare un partner strategico per la Ue anche sotto il profilo degli investimenti e dell’accesso al mercato regionale. Di fatto, acquisendo l’origine locale, un’impresa localizzata in Vietnam avrebbe accesso preferenziale ad un mercato di oltre 3 miliardi consumatori.

La UE è il secondo partner commerciale del Vietnam dopo la Cina ed il primo importatore dei suoi prodotti. Il divario in termini di percentuale sul totale dell’export delle due parti è netto: il Vietnam esporta nella UE circa il 25% del suo export mondiale ed accoglie meno dello 0,5% delle esportazioni mondiali europee. La UE importa materie prime e semilavorati essenziali per l’industria di trasformazione, tuttavia lo sviluppo di settori fortemente competitivi con quelli europei solleva sensibilità specifiche di alcuni settori, quali il tessile-abbigliamento ed il calzaturiero. In particolare, le prospettate richieste da parte vietnamita di deroga al parametro della “doppia trasformazione” per il conferimento dell’origine del prodotto appare fortemente problematico per il nostro settore del tessile-abbigliamento in quanto consentirebbe al Vietnam di usufruire dell’abbattimento tariffario anche per semilavorati da paesi terzi, inclusa la Cina, finiti con lavorazioni non sostanziali in Vietnam ed esportati in Europa con origine vietnamita a dazio zero. Per l’intero comparto manifatturiero, è cruciale un’intesa equilibrata sulle regole di origine. In generale, a livello daziario, i maggiori benefici sono attesi per il Vietnam, dato che il suo export bilaterale in valore è circa tre volte quello italiano.

L’abbattimento tariffario dovrebbe essere particolarmente vantaggioso per il settore delle calzature vietnamita, che costituisce circa il 10% dell’export verso l’Italia ed è attualmente soggetto ad un dazio medio applicato del 14%. Per il nostro export, benefici rilevanti sono attesi per il settore del pellame, che rappresenta la principale voce delle nostre esportazioni con un 9% del totale, soggetto a un dazio applicato del 9,2% e per l’arredamento, sottoposto ad un dazio di oltre il 20%.

Il rapido sviluppo industriale del Vietnam e la necessità di innalzare il livello tecnologico dei suoi processi produttivi dovrebbe rivelarsi vantaggioso per l’export di macchinari italiani, cosi come la costante crescita del potere d’acquisto, al netto delle barriere tecniche esistenti, dovrebbe rivelarsi positiva in maniera pressoché generalizzata per tutti i beni di consumo italiani. Accanto agli ostacoli non tariffari ed alla rimozione delle barriere esistenti per la commercializzazione dei prodotti Made in Italy, sarà essenziale raggiungere un’intesa soddisfacente sui capitoli relativi ad investimenti, servizi e proprietà intellettuale. In particolare per gli investimenti, un adeguato livello di accesso e di protezione potrebbe favorire l’insediamento di produzioni che, con l’acquisizione dell’origine locale, mirano ad uno sviluppo regionale.

Sullo sfondo, il tema del riconoscimento dello status MES – Market Economy Status, che la UE dovrà affrontare tra circa due anni e che andrà subordinato al rispetto dei requisiti tecnici fissati dalla UE, ma che risentirà, verosimilmente, del precedente adottato nei confronti della Cina nel 2016, con implicazioni in merito alle sovvenzioni statali, all’attività delle SOE (State Owned Entreprises) ed ai sistemi di calcolo dei prezzi interni inerenti alle inchieste antidumping nei confronti di produttori vietnamiti.

Complice il prolungato impasse multilaterale, interrotto finora soltanto con l’approvazione c.d. “Bali package” sulle facilitazioni al commercio1, il reticolo di accordi bilaterali e regionali che avvolge il commercio mondiale sta subendo un’impennata clamorosa2. Non di meno, commercio, investimenti e collaborazioni industriali rimangono ostacolati da un protezionismo che perdura non soltanto come effetto collaterale della crisi. Molti di questi accordi prevedono riduzioni tariffarie limitate e con eccezioni significative (prodotti agricoli, tessile, chimica, appalti pubblici).

Inoltre, filtri nazionali operano in maniera selettiva ma assai incisiva attraverso strumenti più efficaci dei dazi, quali standard tecnici, ambientali, sanitari, regole di local content ed altre restrizioni oltre-dogana. Perciò, a dispetto della numerosità di accordi che dovrebbero liberalizzarlo, il sistema circolatorio del commercio globale è tutt’altro che fluido. Tuttavia, questi accordi sono cruciali nella competizione per la centralità globale e la prospettiva punta decisa sull’Asia - Pacifico. Nei principali negoziati in corso3, la classifica della partecipazione incrociata vede in testa il Giappone, seguito da Corea, Cina, Stati Uniti ed, ultima, la UE. Ancorché imperfetta, l’integrazione, soprattutto regionale, accentua gli scambi rafforzando il potere gravitazionale dell’area sulla quale si concentra e nessun attore che ambisca a mantenere un ruolo di primo piano a livello globale può ignorare questo processo. Il risultato è che la “competizione tra FTA” è divenuta un tratto caratteristico del commercio internazionale.

Tale circostanza richiama due immediate considerazioni. La prima riguarda l’Europa. Gli Stati Uniti sono impegnati simultaneamente in negoziati ad est e ad ovest. Se il TTIP dovesse incagliarsi, la UE, nonostante l’accordo in vigore con la Corea, quello concluso con il Canada e quelli in corso di negoziato con Vietnam e Giappone, risulterebbe sostanzialmente ai margini del club degli attori globali. Ma la “corsa all’FTA” presenta anche implicazioni in termini temporali: ad esempio, se il TPP venisse concluso prima del TTIP, i suoi contraenti, tra i quali il Vietnam, potrebbero avere già sottoscritto con gli USA regole non compatibili con le richieste dell’Europa, il che costituirebbe un serio ostacolo ai negoziati. Le regole di origine o la protezione delle IIGG sono esempi al riguardo. Pertanto, la UE deve impegnarsi a fondo per concludere, nella maniera più soddisfacente possibile per i suoi stakeholders, più accordi possibili e questo pone un trade-off tra il livello di ambizione e la necessità di concludere gli accordi in tempi ragionevoli. La seconda osservazione è che l’asse Asia-Pacifico riveste indiscussa centralità globale e l’Europa deve convergere su quell’area per aprire spazi e creare opportunità.

Tramontata la prospettiva di un accordo regionale con l’ASEAN, vista l’impossibilità attuale di proseguire con la Tailandia e lo stato ancora embrionale dei negoziati con la Malesia, l’accordo con il Vietnam riveste importanza centrale. Avendo l’ASEAN, di cui il Vietnam è membro, un accordo con la Cina, una volta che il TPP e l’FTA con la UE entrassero in vigore, le merci vietnamite avrebbero simultaneamente accesso preferenziale a Cina, Europa e Stati Uniti. Con un tale carnet di regimi preferenziali a disposizione, il Vietnam acquisirebbe un indubbio vantaggio comparato, a dimostrazione che la “corsa all’FTA” produce effetti tangibili nell’accesso al mercato globale. Il duplice corollario di quest’ultima considerazione è che, a livello strategico, l’orizzonte a cui debbono guardare i negoziatori europei è ampio ed in continuo movimento. A livello più tecnico, in un contesto dove tutti gli attori interagiscono pressoché simultaneamente, le analisi di impatto si scontrano con la difficoltà intrinseca di prevedere gli effetti su ognuno di essi.

In conclusione, l’accordo UE-Vietnam è strategico sia per l’alto potenziale di crescita di questo mercato, sia per la sua importanza nel complesso mosaico di alleanze strategiche tra major global players. Tuttavia, allo stato attuale sussistono forti criticità legate alle regole di origine in particolare per il settore tessile/abbigliamento.


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