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Rivoluzioni di parole

Taglienti, scomode, vere. Sono le parole. Se si aggiunge anche la musica, diventano armi di distruzione di... babbuassa

di Piero Buscemi - mercoledì 13 gennaio 2021 - 1234 letture

Quando un rivoluzionario decide di scrivere è il momento in cui il potere, occulto o palese che sia, perde la sicumera che l’arroganza impone per identificarlo. Di questi sovversivi con la penna in mano, arma di anatemi indelebili, la Storia ce ne ha consegnati molteplici. Alcuni ricordati, citati, strumentalizzati ad ogni occasione, di supporto da "frase d’effetto" negli sproloqui traballanti. Altri quasi del tutto dimenticati, opportunamente obliati nelle negligenze mnemoniche dei secoli.

Esiste anche un terzo tipo, quello dei destabilizzanti culturali che molti avrebbero preferito occultare e cancellare dai libri per sempre. Leonardo Sciascia è stato uno di questi. Lo scrittore ha scardinato i luoghi comuni che hanno preteso, e spesso ottenuto, che nessuno parlasse, che nessuno ascoltasse e, soprattutto, che nessuno vedesse. Nato l’8 gennaio di cento anni fa, è l’intellettuale che ha posto davanti alla sua generazione quelle Porte aperte (romanzo, Adelphi 1987) che aspettavano solo di essere attraversate.

Si è prestato personalemte al sacrificio culturale, quello che espone alle critiche, agli attacchi, alle denigrazioni che hanno occultato per decenni una verità scomoda, quasi rinnegata, ma sempre presente nel destino che ha segnato il giudizio sulla Sicilia e che oggi rappresenta un Paese intero, al di là di qualsiasi congettura in merito si possa partorire.

Le sue storie non hanno il lieto fine. Gli eroi non appartengono alla sua narrativa. Nei suoi libri possiamo trovare personaggi che cercano giustizia, arrabbiati e delusi nei confronti di un popolo sempre pronto ad abbassare la testa davanti al potere mafioso, in segno di riverenza e rispetto.

Oggi, molto probabilmente, gli intellettuali e i "detentori" delle verità assolute, hanno sdoganato l’uomo Sciascia oltre che alle proprie coscienze. Non costa nulla elargire citazioni, elogi e appropriarsi indebitamente di un percorso ideologico che per opportunismo si è sempre preferito mantenere a debita distanza. E’ facile adesso, non compromettente, quando chi potrebbe rispondere donandoci un’altra perla di verità ci ha lasciato oltre trent’anni fa.

Ci permettiamo di prendere le distanze da questi detentori. Ci consoliamo da questa poltiglia d’ipocrisia per immergerci in quei ricordi scolastici, quando A ciascuno il suo (romanzo, Einaudi 1966) era il nostro libro di narrativa, quando Il giorno della civetta (romanzo, Einaudi 1961) ci catturava con le immagini della trasposizione cinematografica di Damiano Damiani del 1968. Quando un dibattito successivo alla proiezione consentiva a degli adolescenti siciliani di guardare alla propria terra oltre ad un sole accecante, un mare cristallino e distese sconfinate di agrumeti.

L’abbiamo vista con altri occhi, crescendo tra le parole dello scrittore, la sua capacità di fissare le nostre menti davanti ad una riflessione che ci suggerisse come il futuro onesto che avrebbe potuto attenderci negli anni a venire dipendesse da noi. Dalla nostra cultura all’antimafia, dal mettere in pratica quelli che ancora oggi sono rimaste solo delle dichiarazioni ad effetto, pronunciate dalle bocche degli eredi di quei politici descritti da Sciascia nei suoi libri. Conniventi e venditori ambulanti delle nostre vite.

Leonardo Sciascia è stato un rivoluzionario. Un rivoluzionario delle parole, l’arma che da sempre riesce ancora a fare del male a chi non le vuole ascoltare. E’ emozionante ricordarlo mentre Blowind in the wind ci addolcisce l’animo dalla voce di Joan Baez, celebrata per il suo ottantesimo compleanno, nata un giorno e venti anni dopo lo scrittore siciliano. Una colonna sonora cantata da un’altra rivoluzionaria, mai doma di lanciare alle nuove generazioni il sogno di una vita da spendere per una libertà di pensiero che quieti le coscienze, almeno questo, annullando qualsiasi rimpianto per non averci creduto.

Due rivoluzioni parallele, forse addirittura intrecciate, accumunate da un bisogno di pace, oggi andrebbe di moda "normalità", un canto inneggiato alla dignità del popolo siciliano contro una rassegnata convivisione con l’aberrazione della mafia, come ebbe a dire anni fa l’ex ministro Lunardi. Un altro intonato con una chitarra acustica dalla cantante statunitense, a tacciare le armi come la corruzione di un’incoerente ideologia di libertà.

Avremmo letto altri libri ispirati dagli avvenimenti ai quali Sciascia non è sopravvissuto. Libri che avrebbero raccontato di autostrade dilaniate, di agende rosse, di trattative, in un altro gioco al massacro dominato da un silenzio di circostanza e da nuovi argomenti di distrazione di massa.

Ci si chiede chi oggi abbia ereditato il suo pensiero. Chi oggi lo possa rappresentare. Leonardo Sciascia ha seminato eredi nelle generazioni che lo hanno succeduto, incapaci di raccogliere i suggerimenti dei suoi scritti per formulare le risposte che fossero azioni, coraggiose, intrepide ma uniche che la politica dei suoi tempi e quella dei decenni successivi non ha avuto ancora il coraggio di dare.


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