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Rivive l’originaria versione teatrale di “Peer Gynt”, con la drammaturgia di Ibsen e le musiche di scena di Grieg

di Redazione - giovedì 14 marzo 2024 - 609 letture

È occasione abbastanza rara ascoltare in versione integrale le musiche di scena composte da Edvard Grieg per “Peer Gynt”, tanto più nella loro originaria funzione, ossia in abbinamento al poema drammatico in cinque atti di Henrik Ibsen, scritto nel 1867. Un capolavoro - quest’ultimo - invero fluviale, problematico da porre in scena per la lunghezza e le diverse ambientazioni, concepito perciò inizialmente per la lettura. Fino al 1876, quando venne rappresentato per la prima volta a Cristiania, l’attuale Oslo, il 24 febbraio, arricchito dell’originale colonna sonora commissionata ad hoc. Col tempo musica e testo avrebbero preso strade diverse.

Il capolavoro di Ibsen è a tutt’oggi poco rappresentato e con vistosi tagli, assai più fortunate invece la sorte delle due Suite op. 46 e op. 55 che Grieg ricavò dalle musiche di scena, catalogate con il precedente numero di opus 23. Impegnativa e di rilievo appare dunque la coproduzione realizzata in bella sinergia da due realtà culturali del territorio di prestigio internazionale, quali il Teatro Massimo Bellini e Teatro Stabile di Catania, guidati rispettivamente dal sovrintendente Giovanni Cultrera di Montesano e dalla presidente Rita Gari Cinquegrana, che hanno varato il progetto “La prosa in musica", incentrato sul titolo che sancì l’incontro tra i due giganti della cultura norvegese.

L’appuntamento è per venerdì 15 marzo ore 20:30 (turno A) con replica sabato 16 marzo ore 17:30 (turno B) al Teatro Massimo Bellini per la Stagione di concerti. Se il Teatro Massimo Bellini si assume la parte musicale, il Teatro Stabile di Catania partecipa con la cura dell’allestimento e i propri attori che daranno vita ad un’ampia selezione della creazione ibseniana. Un bellissimo dialogo tra arte drammatica e musica sinfonico-corale, che prenderà vita in forma oratoriale con parti recitate e cantate in italiano, seguendo la riduzione drammaturgica di Sergio Sablich con alcune integrazioni del dramma originale e la versione ritmica italiana di Sirio Scacchetti.

Il cast vanta nomi di chiara fama. Sul podio del Bellini torna il direttore ospite principale Vitali Alekseenok; la regia è di Alessandro Idonea. L’esecuzione della partitura vedrà in campo le formazioni artistiche dell’ente lirico etneo, Orchestra e Coro, quest’ultimo istruito da Luigi Petrozziello; solisti il soprano Marily Santoro e il baritono Enrico Marrucci. La folta schiera delle voci recitanti annovera Rita Abela, Giorgia Boscarino, Franz Cantalupo, Pietro Casano, Evelyn Famà, Franco Mirabella, Marcello Montalto, Rita Fuoco Salonia. Le luci sono di Gaetano La Mela. “Il mio compito - sottolinea il maestro Sirio Scacchetti - è stato quello di creare per l’occasione una versione ritmica italiana, ovvero di adattare la traduzione della riduzione teatrale di Sergio Sablich alle parti cantate da solisti e coro. La musica ha un suo ritmo e una sua conformazione in base alla lingua per cui viene scritta; in questo caso il norvegese, come ogni traduzione, pone sempre delle sfide nel cercare il giusto compromesso tra conservazione e adattamento del ritmo musicale e significato del testo. In particolare la sfida maggiore è stata la difficoltà di rimanere fedele ad alcuni ritmi musicali pur mantenendo caratteristiche letterarie e allegorie, talvolta anche bizzarre, legate al gusto gotico tipico delle culture del Nord. Nonostante il “Peer Gynt” sia famoso principalmente per i brani strumentali tratti dalle suite, è in realtà ricco di molte altre perle: il nostro pubblico potrà infatti ascoltare le parti recitate e cantate avvicinandosi a questa composizione nella sua forma più simile alla concezione originale”.

Alle parti drammatiche si accosteranno brani celebri, quali “Il mattino” con il suo clima pastorale, la cavalcata in crescendo “Nell’antro del re della montagna”, fino alla delicata “Canzone di Solvejg”, dove svetta l’amore incondizionato che lega la donna al protagonista. L’obiettivo dell’operazione condotta dal Bellini e dallo Stabile è di esaltare il significato profondo dell’opera siglata da Ibsen e Grieg. Come sottolinea il regista Alessandro Idonea: “Vincerà l’idea morale o l’uomo, privo d’anima e di valore, precipiterà nella rovina? Ecco il problema che Ibsen pone al centro del “Peer Gynt”, la ricerca del proprio io. Quando essa manca, sorge nell’uomo che ne è privo il bisogno di attribuirsi un valore; chi è senza valore agli occhi propri cerca di ostentarlo agli occhi altrui: si agisce sempre pensando a quel tribunale che deve pronunciare il giudizio (cosa penseranno gli altri).

La volontà di potenza è così profonda in ogni essere vivente, l’apparire prima di essere, che nascono così la millanteria e la truffa nel loro senso più vasto. Solo il possesso di un «Io» nel significato più alto, conduce al riconoscimento di un «Tu» negli altri; l’Individualismo è precisamente l’opposto dell’egoismo. Le allegorie, in “Peer Gynt”, sono concepite ed eseguite con un’arte ed una forza tale che i personaggi sono trattati con la più grande sobrietà e non hanno ricevuto dal loro creatore, Ibsen, nessun panneggiamento esteriore onde legittimare con esso l’esistenza e l’essenza loro, che il nostro rapporto con essi somiglia al rapporto che corre fra i bambini e le fiabe. Oggi i Peer Gynt dilagano, possiamo tranquillamente individuarli, per esempio, negli “influencer” i quali rincorrono tutto il giorno l’acquisizione di nuovi follower ossia l’approvazione degli altri, l’apparire ma, fondamentalmente, per usar le parole di Schopenhauer, “mancano di un centro di gravità interiore”. Quel centro che Peer Gynt troverà solo alla fine, grazie all’amore di Solvejg”.

Il protagonista emana un fascino ambiguo, in cui si fondono i tratti caratteriali del “puro folle” Parsifal e la determinazione di Ulisse di perseguire la conoscenza. L’umana odissea delle storie picaresche si riconfigura nel solco del folklore nordico, fiabesco e mitologico. All’inizio giovane e scanzonato visionario, Peer sogna ad occhi aperti attraversando un’esistenza errabonda, ora gratificata ora offesa dal destino. Bugiardo e incantatore, manipola la madre Åse con il racconto immaginario delle proprie imprese; dongiovanni impenitente seduce donne all’altare e schiave esotiche, infrangendo la dimensione spazio-temporale per trascorrere dai fiordi e dai boschi nordici al deserto egizio e al mare marocchino e le coste del Marocco. Una ricerca che sarebbe dannazione se su di lui non vegliasse l’amore della fedele Solvejg, che lo salverà raccogliendone l’ultimo respiro e confermando il proprio amore ad un eterno ragazzo, giunto alla fine di un immaginifico Bildungsroman.


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