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Risparmi in fumo e i soliti noti ci guadagnano

Dal 2002 al 2005 le Poste, insieme ad altri, hanno venduto a migliaia di piccoli investitori un prodotto finanziario ad alto rischio. (Editoriale a cura della Unione Sindacale di Base)

di Redazione Lavoro - mercoledì 11 gennaio 2017 - 3646 letture

Dal 2002 al 2005 le Poste, insieme ad altri, hanno venduto a migliaia di piccoli investitori un prodotto finanziario ad alto rischio. Si tratta di quattro Fondi immobiliari (Invest Real Security, Obelisco, Europa Immobiliare 1 e Alpha) che in qualche modo venivano venduti agli ignari clienti delle Poste, magari pensionati e non certo esperti di borsa, convinti della sicurezza assicurata da una parte dalle Poste e dall’altra dal “mattone”.

Questi Fondi infatti investivano nell’ambito immobiliare, compravano e rivendevano edifici, palazzi, locali, ecc.: che c’è di meglio del “mattone”, avranno pensato gli investitori, invogliati magari dal fatto che non si poteva certo pensare ad una operazione speculativa fatta dentro gli uffici postali.

Il 31 dicembre 2016, dopo 10 anni di durata più tre di proroga il primo Fondo, l’Invest Real Security, ha chiuso rimborsando 390 euro a quota che forse potranno diventare qualche euro di più dopo la liquidazione. Ma le quote erano state vendute 13 anni fa a 2.500 euro e la perdita secca è enorme. Con il mercato immobiliare in discesa da anni nessuno può ragionevolmente pensare che anche gli altri Fondi non facciano la stessa fine.

La storia sarebbe lunga e sicuramente da approfondire tecnicamente, ma le dolenti note per chi aveva investito la propria liquidazione o i propri piccoli risparmi in questi Fondi sono evidenti.

La stampa parla di “risparmio tradito”: vero! Come è vero che chi doveva controllare, Banca d’Italia e Consob, avrebbero dovuto impedire una collocazione di strumenti finanziari ad alto rischio tra piccoli investitori. Ed è vero anche che le Poste si sono prestate a questa operazione.

Chi ha guadagnato in tutta questa operazione sono state le società che hanno gestito i Fondi e che per più di un decennio hanno percepito ingenti quote (tra lo 0,8 e l’1,8 del valore nominale del Fondo), chi ha venduto a prezzi altissimi gli immobili e chi li ha ricomprati a pochi euro.

Una storia che sicuramente farà meno rumore di quelle che hanno investito il Monte dei Paschi o banca Etruria, ma che produrrà danni altrettanto enormi per migliaia di persone.

Le banche vanno salvate però a suon di decine di miliardi mentre i piccoli investitori possono anche perdere liquidazione e risparmi dopo decine di anni di lavoro. Di sicuro due riflessioni emergono chiaramente e ancor più avvalorate da queste storie.

La prima è che i soldi pubblici che non si trovano per rinnovare i contratti di lavoro, per tutelare e sviluppare il welfare, per combattere la povertà diffusa, per assumere il controllo e nazionalizzare aziende strategiche ed in crisi come l’Ilva o l’Alitalia, si trovano invece per salvare le banche e la grande finanza internazionale, senza che l’Unione Europea faccia tante storie.

La seconda è che i meccanismi della “finanza creativa”, quella che ha determinato la grande crisi che dura ormai da dieci anni, sono ormai insiti nel sistema economico, bancario, istituzionale e politico di questo paese e che pensare che istituti come la Banca d’Italia (in mano a privati) o la Consob diano garanzie di equità e giustizia è cosa assolutamente fuori dalla realtà.

Essere coscienti di ciò ci porta naturalmente ad affermare che è questo sistema, complessivamente, che necessità di un cambiamento generale e radicale: lavorare per questo è il nostro compito.


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