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Rinvio a giudizio per i componenti della Commissione Grandi Rischi

Per il terremoto di L’Aquila del 2009: svolta epocale come nel caso Thyssen?
di Giuseppe Artino Innaria - martedì 31 maggio 2011 - 2330 letture

È notizia di qualche giorno fa che i sette componenti della commissione Grandi Rischi sono stati rinviati a giudizio dal G.u.p. del Tribunale dell’Aquila con l’accusa di omicidio colposo plurimo e lesioni in riferimento al terremoto avvenuto a L’Aquila il 6 aprile 2009.

Agli imputati viene sostanzialmente addebitato il fatto che la commissione, nonostante si fosse riunita nei giorni precedenti al terremoto del 6 aprile 2009, sottovalutò i rischi connessi allo sciame sismico in corso da mesi, fornendo alla collettività “informazioni imprecise, incomplete e contraddittorie sulla pericolosità dell’attività sismica vanificando le attività di tutela della popolazione”. In altre parole, le dichiarazioni rese dalla Commissione Grandi Rischi alcuni giorni prima dell’evento sarebbero state fuorvianti perché avrebbero rassicurato gli aquilani, piuttosto che allarmarli, sì da non indurli a prendere in considerazione tutte le precauzioni del caso, compresa l’evacuazione, che avrebbero potuto risparmiare vite umane.

Nell’immediato, ovviamente, la notizia è stata accolta con favore dai familiari delle vittime. Tuttavia, non è mancato chi, invece, ha espresso perplessità sulla decisione del giudice di L’Aquila.

In particolare, Oscar Giannino, sia nella trasmissione del 27 maggio 2011 su Radio24 “La versione di Oscar” sia sul sito www.chicago-blog da lui diretto, ha definito clamoroso il rinvio a giudizio per omicidio colposo dei sette componenti la Commissione Grandi Rischi. Il giornalista torinese ha evocato una deriva antisviluppista in corso nel nostro paese, di cui la deriva antiscientifica e la deriva antindustriale sono conseguenze. In particolare, Giannino si chiede se la decisione presa a L’Aquila non sia ”un nuovo passo verso la pangiuridizzazione dei rischi, dopo la condanna Thysen per omicidio volontario all’ad e ai manager della società per le sette vittime della tragedia sul lavoro avvenuta nell’acciaieria torinese”: “Siamo al punto che per i giudici il rischio sismico va amplificato seguendo non un’inesistente metodica scientifica previsiva, bensì affidandosi al principio della massima cautela. Che è come dire che ai cartomanti e negromanti d’ora in poi sarà meglio che prestino orecchio, scienziati e tecnici degli organi pubblici chiamati a valutare il rischio di terremoti e l’impatto sulla popolazione e sui territori… Non sarò mai d’accordo, con questa impostazione che mi sa di paura e terrore, non di ragionevolezza.

Qui non è in discussione l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Bensì l’elementare buon senso, senza del quale anche la legge può diventare strumento di pura illogicità. E di ritorno al Medioevo, in cui, dimentichi del diritto romano e prima di riscoprirlo, si praticava l’occhio per occhio e non la proporzionalità di fattispecie e pena alle responsabilità accertabili secondo prove e logica. In questo caso, secondo scienza. Che cosa avrebbe dovuto disporre il prefetto di Roma, lo sgombero della città due settimane fa quando confusi vaticinii pretendevano fosse colpita da un terremoto? E la fine del mondo secondo il calendario Maya, dove la vogliamo mettere?”.

Indubbiamente, cercare a tutti i costi un colpevole per una disgrazia per soddisfare l’animo di rivalsa delle vittime o dei loro familiari non è un percorso auspicabile per fare giustizia. Il processo avrà modo di approfondire la tesi dell’accusa, soprattutto sul piano scientifico.

Vero è che, secondo l’id quod plerumque accidit, ad uno sciame sismico di lunga durata non segue una scossa di elevata intensità, ma è anche vero che la regola empirica ha esclusivamente un fondamento statistico, e quindi patisce delle eccezioni. La scienza non poteva escludere in termini assoluti la possibilità di un terremoto del grado di quello poi effettivamente verificatosi.

Sostanzialmente, bisogna riconoscere che se la scienza non può prevedere terremoti, proprio la mancanza di certezze in campo sismologico impedisce di seguire canoni scientifici, cosicché ci si deve necessariamente affidare al principio della massima prudenza, contrariamente a quanto sostiene Giannino.

Quando la posta in gioco è la vita umana, nessuna precauzione è superflua.

Peraltro, di fronte ad un fenomeno sismico che durava da tre mesi e che stava mettendo a dura prova la statica degli edifici, non potendo preventivarne la fine, occorreva cautelativamente mettere al corrente la popolazione di tutti i rischi connessi alla eventuale prosecuzione delle scosse.

Non si trattava di disporre coattivamente l’evacuazione di tutta la popolazione di L’Aquila e dintorni, ma bisognava comunque informare correttamente e in maniera completa la popolazione in modo che essa avesse le cognizioni adeguate per stabilire liberamente quale comportamento preventivo adottare.

Sicuramente, sotto il profilo squisitamente processuale non sarà facile provare il nesso di causalità tra la condotta addebitata ai componenti della Commissione Grandi Rischi e la morte delle vittime del terremoto. La tesi accusatoria, in effetti, può anche dimostrarsi ardita.

Ma piuttosto che puntare il dito contro la pangiuridizzazione dei rischi, mettendo insieme fatti peraltro di natura ben diversa (i dirigenti della Thyssen avevano pienamente la possibilità di impedire la morte degli operai, solo che avessero adottato tutte le misure di sicurezza del lavoro prescritte dalla legge, mentre sui terremoti il dominio umano è assai ridotto), occorrerebbe chiedersi perché in Italia finisce per avere uno sbocco giudiziario ciò che in un paese normale troverebbe soluzione senza il ricorso alla giustizia.

Più che di pangiuridizzazione, dovrebbe parlarsi di panpenalizzazione della vita sociale. La verità è che nel nostro paese il principio di responsabilità non trova adeguata sanzione. Il controllo sociale non riesce a farsi valere nell’ambito amministrativo e politico, ed inevitabilmente come unico ed ultimo rimedio, come extrema ratio non residua che la giustizia penale.

A parte l’ondata emotiva dei giorni successivi all’evento, non si è sviluppato nell’opinione pubblica un approfondito dibattito sulle cause del disastro. L’immaturità della nostra democrazia viene messa a nudo in queste occasioni. Se si fosse dato vita ad un’ampia riflessione sull’accaduto, probabilmente, una volta acquisita la consapevolezza degli errori, ci si sarebbe adoperati per intraprendere le azioni opportune. Invece, così non è stato. Ed in effetti, la piega giudiziaria assunta dalla vicenda da ultimo rischia di essere fuorviante. Ma fino a un certo punto. Perché l’accento posto dalla Procura della Repubblica di L’Aquila sulla necessità che gli organi pubblici forniscano informazioni corrette ai cittadini in situazioni di emergenza è senz’altro essenziale per evitare che in futuro si ripetano comportamenti approssimativi e superficiali. Così come forse sarebbe il caso di adottare protocolli più prudenti, che prevedano la preventiva evacuazione della popolazione dalle aree a rischio come opzione principale e non residuale, in caso di allarme sismico elevato. Però, il concentrarsi dell’attenzione sul processo che sarà celebrato a seguito del rinvio a giudizio può fare dimenticare uno degli aspetti più determinanti nella causazione del disastro di L’Aquila. Infatti, gran parte delle morti più che al terremoto in sé sono attribuibili alle carenze costruttive e strutturali degli immobili crollati. Si dimentica che molti degli edifici che non hanno resistito all’urto del sisma erano di costruzione più recente, circostanza che rivela come evidentemente un controllo efficace sul rispetto della normativa antisismica avrebbe potuto evitare la perdita di molte vite umane.

La mancanza di un corretto approfondimento di quanto accaduto a L’Aquila e la mancata acquisizione della contezza di ciò che lo ha determinato pone le condizioni per ripetere i medesimi errori. Tanto ciò vero che il Governo di recente ha riproposto la norma che consente incrementi volumetrici nelle costruzioni nei limiti del 20%, senza che nessuno ricordasse che era pressappoco la stessa norma che stava per essere varata poco prima del terremoto del 2009 e che fu ritirata proprio perché risultò allora essere accertato che molti edifici erano crollati a causa di carichi statici eccessivi.

Può darsi il caso che una giustizia esemplare alla ricerca di capri espiatori può avere esiti barbarici. Ma nemmeno può indulgersi ad un sistema di irresponsabilità diffusa. Non è importante soltanto che qualcuno paghi. L’importante è soprattutto che il torto o la colpa non si ripetano.


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