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Rileggere I vecchi e i giovani di Pirandello

Nel centocinquantenario dell’Unità d’Italia.
di Giuseppe Artino Innaria - venerdì 17 settembre 2010 - 4453 letture

Nel 2011 ci apprestiamo a celebrare il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. Inevitabile la rivisitazione della storia del nostro Paese, con i suoi nodi irrisolti e le ferite ancora vive,come la questione meridionale, e con i miti discussi, come quello del Risorgimento.

E allora questo anniversario può essere un buon pretesto per rileggere un classico a torto ritenuto minore ma invece quanto mai istruttivo su quell’epoca storica in cui l’appena nato Stato italiano iniziò a sperimentare il tramonto di quegli ideali che ne avevano accompagnato la nascita: "I vecchi e i giovani" di Luigi Pirandello, ambientato a Girgenti (con una parentesi romana) tra il 1892 e il 1894, ossia tra le elezioni per un seggio alla Camera dei Deputati reso vacante dal titolare dimissionario e la dura repressione della rivolta dei Fasci siciliani.

Quali le ragioni per riaccostarsi a questo libro?

La prima: la dedica di Pirandello ai propri figli, "giovani oggi vecchi domani". Un monito sempre valido a tutte le generazioni che hanno responsabilità verso il futuro e che un giorno si troveranno a fare i conti con i risultati delle loro azioni in un ineludibile "redde rationem". "I vecchi e i giovani" è innanzitutto il romanzo dell’opposizione tra due generazioni: quella vecchia, che non ha saputo tradurre in realtà il progetto di rinnovamento politico, economico e morale della nazione alla base del Risorgimento, ed anzi consegna ai propri eredi un’Italia corrotta e disgregata; quella giovane, oppressa dalla mancanza di prospettive future, desiderosa di cambiamenti, ma velleitaria e incapace di elaborare risposte vincenti, tanto da essere condannata all’esilio (Lando Laurentano) o all’inazione frustrante (Antonio Del Re). Una situazione tanto simile all’Italia di oggi, spaccata tra una generazione protetta ancora dal Welfare e dalle garanzie del posto fisso e un’altra impantanata tra precariato e “né – né” (né studio né lavoro), tra una generazione che dopo aver conosciuto il boom economico del secondo dopoguerra ne ha tratto fino in fondo i frutti e un’altra che vive il declino senza saperne come uscire.

La seconda ragione risiede nell’altro tema che tiene banco nell’opera, con la presa diretta sulla rivolta dei Fasci, ossia l’opposizione localistica al governo centrale, la polarizzazione tra il Nord ed il Sud, la questione meridionale: Roma, che doveva essere il centro motore della rigenerazione nazionale, si rivela invece sede di un governo distante ed iniquo, rapace nel sottrarre risorse alla Sicilia e lesto a redistribuirle altrove, al punto da far esclamare a Flaminio Salvo (banchiere, imprenditore, proprietario di solfare) che "la pioggia dei benefizì s’era riversata tutta su l’Italia settentrionale, e mai una goccia ne era caduta su le arse terre dell’isola", e tanto da far affiorare quella soluzione autonomista – cara al milazzismo del dopoguerra e al contemporaneo Movimento per le Autonomie di Lombardo -, che è parente stretta dell’ideologia federalista, uno dei più importanti fili rossi della storia italiana dall’unificazione ad oggi, dalle teorizzazioni risorgimentali del Cattaneo al socialismo federalista del Salvemini fino al più recente successo della Lega.

Il romanzo pirandelliano rimarca come fin dall’inizio l’unità nazionale fosse costruita su basi non solide. L’autore azzarda intenzionalmente una versione alternativa del Risorgimento, ponendosi controcorrente alla retorica incensante e mistificante della cultura ufficiale a lui coeva. Impresa tanto più ardita e coraggiosa, sul piano intellettuale e non solo, la sua se si pensa all’epoca di pubblicazione del romanzo, negli anni 1912 - 1913, ossia in un’Italia in piena euforia nazionalista per l’impegno nella guerra di Libia.

Il testo solleva domande sul come fu fatta quella unità, dà voce alla recriminazione di alcuni che si trattasse di una colonizzazione piemontese del Sud.

E sicuramente ci fu qualcosa di sbagliato nelle politiche post-unitarie se l’originario divario tra il Nord e il Regno delle Due Sicilie, in origine minimo o addirittura inesistente (come dimostra il fatto che il primo tratto di ferrovia inaugurato nella penisola fu Napoli - Portici), si approfondì nel breve torno di qualche decennio dal 1860 fino a diventare solco ancora non colmato fra le due parti del Paese.


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