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Riforma del Fisco, la montagna ha partorito il topolino

Chi si aspettava una “grande riforma fiscale” è destinato a rimanere deluso.

di Redazione Lavoro - mercoledì 1 dicembre 2021 - 884 letture

Nessun riequilibrio fiscale, nessun intervento vero per mettere mano a un Fisco sempre più diseguale e sempre meno redistributivo. Una semplice operazione di maquillage nel solco di quelle riforme che gli anni 80 in poi hanno mandato in soffitta il principio di progressività dell’imposta passato dai 32 scaglioni di reddito del 1974 ai cinque ridotti a quattro con quest’ultimo intervento. A conti fatti ad avvantaggiarsene saranno più i redditi medio alti che quelli bassi.

L’accordo sul Fisco raggiunto nella maggioranza con le pochissime risorse a disposizione (8 miliardi) alla fine destina 7 miliardi per mettere mano al sistema dell’Irpef e 1 miliardo per il taglio dell’Irap a favore di autonomi e ditte individuali: e con queste misere risorse i margini di manovra erano naturalmente strettissimi.

Resta quindi in piedi e per certi versi si approfondisce un impianto fiscale regressivo, mentre naturalmente permane per le imprese quella vergognosa flat tax di fatto (24 per cento) e per i redditi di capitale la sottrazione al meccanismo della progressività dell’imposta.

Le 5 aliquote attualmente previste vengono ridotte a 4 e così rimodulate:

- per il primo scaglione di reddito (fino a 15.000 euro) permane l’aliquota del 23%;
- per il secondo scaglione dai 15.000 euro ai 28000 euro l’aliquota scende dal 27% al 25%;
- per il terzo scaglione dai 28.000 ai 50.000 euro l’aliquota si attesterà al 35%;
- per tutti i redditi sopra i 50.000 euro si applicherà l’aliquota del 43%;
- scompare l’aliquota del 41% che tassava l’eccedenza degli imponibili tra i 55.000 euro e i 75.000.

Il nuovo impianto delle aliquote dovrà poi coordinarsi col nuovo sistema delle detrazioni le quali pesano tanto sulla fiscalità ma delle quali si sa pochissimo se non che il nuovo sistema riassorbirà, eliminandolo, il bonus Renzi cioè gli 80 euro divenuti poi 100.

Alcuni conti circolati in queste ore già evidenziano che il vantaggio sarà chiaramente nullo per il primo scaglione, ammonterà a pochi euro di riduzione fiscale per chi guadagna poco oltre i 15.000 euro, circa 260 euro l’anno per chi guadagna sui 28.000 euro, fino a circa 1070 euro per chi guadagna sui 55.000 euro e circa 670 euro per coloro che superano i 75.000 euro.

La fotografia è chiarissima: si avvantaggia il segmento medio alto, le fasce di reddito che avrebbero più bisogno di un effetto redistributivo vengono completamente ignorate e soprattutto si assesta un ulteriore colpo alla progressività verso l’alto poiché si equipara un reddito di 50.000 euro a quelli milionari magari percepiti da un top manager.

In sintesi si conferma la principale causa di iniquità sociale del nostro sistema fiscale: l’elevata aliquota media pagata dai redditi medio bassi e la scarsa distanza tra questa e quella pagata da chi percepisce redditi elevatissimi.

Ciliegina sulla torta la riduzione dell’Irap per autonomi e ditte individuali (ma Bonomi è subito intervenuto a nome degli industriali per battere cassa) che come è noto finanzia il sistema sanitario nazionale al quale la legge di bilancio non ha destinato nemmeno un euro. Con buona pace dell’emergenza sanitaria che proprio in queste ore si ripropone nella sua drammaticità...

Non c’era da aspettarsi nulla di diverso dal governo delle banche e della finanza incarnato dal premier Draghi e contro il quale l’USB, insieme alle altre sigle del sindacalismo di base, ha indetto per il 4 dicembre nell’ambito del No Draghi day una giornata di mobilitazione nazionale. La questione fiscale, unitamente a tutte le misure economiche messe in campo dal governo dei “migliori” sarà al centro della giornata del 4 dicembre.

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Fisco


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