Riflessioni sulla guerra

di Valerio Malimpensa - lunedì 30 giugno 2025 - 824 letture

Di solito sono pochi (a volte anche uno solo) a decretare che altri debbano andare alla guerra. Andare alla guerra non è lo stesso che mandare alla guerra. Andare alla guerra vuol dire farla: uccidere o essere uccisi, perpetrare violenza e subirne in ogni caso, perché la guerra traumatizza, cambia le persone, a prescindere da un esito fisico personale disastroso o miracolato. Questo è un dato di fatto! Solo pensare di uccidere persone lontane centinaia di chilometri pigiando il pulsante che mette in moto il missile che toglierà la vita a qualcuno, è cosa su cui tutti gli esseri umani dovrebbero riflettere. Possibilmente non solo nell’istante prima di doverlo fare.

Uccidere sapendo di uccidere, ma non avendo neppure la possibilità di poter guardare negli occhi chi è destinato a morire per mano nostra (disumanizzare le vittime rende più facile premere il pulsante). Potendolo fare, magari, quel pulsante non avrebbe trovato un dito, per quanto tremante, capace di appoggiarcisi sopra e fare forza. Uccidere a freddo sconosciuti perché qualcun altro ha dato l’ordine… che modo è di vivere una vita? Uccidere sconosciuti… pensando solo che il fatto di indossare la maglietta sbagliata li faccia automaticamente diventare dei mostri. O peggio. Senza comprendere che anche premere un pulsante per uccidere sconosciuti a migliaia con una nonchalance inumana dimostra una certa mostruosità di fondo.

Ricordiamo tutti (non credo, ma chi non lo sa vada a farsi una ricerca), il rischio che corse il mondo nella Crisi dei Missili di Cuba del 1962. Un uomo disobbedì all’ordine di lanciare un missile nucleare, Vasili Arkhipov. Un ufficiale sovietico a bordo di un sottomarino potrebbe aver evitato la Terza Guerra Mondiale nel 1962. Il mondo è stato sull’orlo della guerra nucleare per 13 giorni. Nonostante fosse immerso nella tensione più estrema, Arkhipov scelse la ragione alla reazione, dimostrando quanto il destino del mondo possa a volte dipendere da un singolo atto di coscienza.

Poco dopo noi occidentali vivemmo gli anni del benessere e del boom economico. Pensate a che vita sarebbe stata se invece…

Meno nota la storia di Stanislav Petrov, ma altrettanto importante. È accaduta nel 1983, durante un altro momento di altissima tensione della Guerra Fredda. Anche il suo sangue freddo ha probabilmente evitato una guerra nucleare globale. Petrov ha salvato milioni (forse miliardi) di vite semplicemente non premendo un bottone. È stato riconosciuto da varie istituzioni internazionali come un eroe silenzioso. È morto nel 2017, quasi ignorato dai media russi… e non solo (quanti di voi sanno di cosa sto parlando?).

La cieca obbedienza non è mai stata una virtù, checché certa letteratura ce l’abbia fatto credere. Lo aveva detto e scritto anche don Milani ai cappellani militari nella sua lettera sull’obiezione di coscienza del 1965. Il 1965 fu l’anno in cui per la prima volta papa Paolo VI celebrò la messa in italiano. Nel passaggio dal latino all’italiano, il Dominus Deus Sabaoth del Sanctus dell’ordinario della messa venne tradotto in «Signore Dio dell’Universo».

Rispetto alla letterarietà della traduzione «Dio degli eserciti», che assumeva il termine ebraico ṣĕbā’ōt, plurale di ṣābā «esercito», nel suo significato proprio, la traduzione adottata dava preferenza al significato metaforico: la potenza di Dio non veniva legata all’immagine violenta della battaglia e della guerra, ma alla signoria sull’universo e sul creato. Che qualcuno abbia rimediato a un “errore” biblico in quella trasposizione? Nella Bibbia il Dio degli eserciti non è il Dio degli eserciti umani, ma degli eserciti angelici. Con questi eserciti Dio ha sconfitto Sennacherib senza che gli Israeliti dovessero fare uso delle armi, un solo angelo è stato in grado di uccidere 185.000 soldati assiri al tempo del re Ezechia.

Questo è il lascito dell’antico testamento? Siamo giustificati a comportarci come stiamo facendo oggi, nel 2025 (ma solo perché è oggi che trovo la quadratura d’intenti per scrivere di queste cose) ingaggiando battaglia e stando pronti a lanciare una atomica capace di annientare 185mila “nemici” presunti da sola? Siamo diventati noi, oggi, quel Dio? Tanto da emulare l’efficienza distruttiva dell’angelo e dotandoci di intere armate di angeli di quella stregua? Ma gli angeli non dovrebbero essere tutt’altra cosa? Poi, un giorno, venne Gesù.

Gesù ha comandato ai suoi discepoli di non fare uso delle armi, neppure per difesa, lo ha chiaramente insegnato la notte del suo arresto.

Allora il vero Cristianesimo è quello i cui componenti si rifiutano di andare in guerra, a costo della persecuzione, come facevano i primi cristiani? Disse Gesù: “Da questo sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore tra voi (amici e “nemici”)”.

Gesù ribalta i concetti e tende a precisare: “Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”. Matteo 5, 43-48

Essere perfetti come dio è un ossimoro, è inconcepibile per un essere umano, ma già volgere lo sguardo in una certa direzione… potrebbe rientrare nelle nostre corde.

Pio XI nella sua enciclica contro il nazismo scrisse: “Solamente spiriti superficiali possono cadere nell’errore di parlare di un Dio nazionale, di una religione nazionale, e intraprendere il folle tentativo di imprigionare nei limiti di un solo popolo, nella ristrettezza etnica di una sola razza, Dio, Creatore del mondo, re e legislatore dei popoli, davanti alla cui grandezza le nazioni sono piccole come gocce in un catino d’acqua.”

Dio, qualunque esso sia, per chiunque ne abbia uno, non si capisce perché debba preferire un popolo ad altri, quando lui stesso ha messo l’essere umano sulla Terra in numero di due (un uomo e una donna) da cui tutti discendiamo. Poi, dai figli che ne sono risultati, ha fatto preferenze? Non sarebbe un comportamento da dio buono e giusto.

La creazione dell’umanità da primigeni uomo (Adamo, Ādam, Mashya) e donna (Eva, Ḥawwā’, Mashyana) è un archetipo universale. Appare:

 nelle religioni monoteiste (Ebraismo, Cristianesimo, Islam),

 nelle religioni dualiste (Zoroastrismo),

 in tradizioni politeiste (Induismo, mitologie africane e native),

 in miti culturali remoti, anche non religiosi.

Seppur con narrazioni leggermente differenti è dunque un punto in comune a prescindere dal proprio credo. Ciò indicherebbe che siamo tutti davvero - non importa più a questo punto la religione di appartenenza - figli della stessa prima coppia, e quindi tutti imparentati. Perché non ci chiamiamo fratelli invece di ucciderci a vicenda? Perché non ci amiamo e ci aiutiamo a vicenda come buoni fratelli e sorelle?

Domanda retorica quanto la risposta è irreprensibile: perché la storia di ognuno è diversa e porta semi di coscienza e conoscenza che germogliano differentemente in base alla propria realtà percepita, maturano nei millenni che separano l’oggi dall’alba dei tempi in condizioni diverse, in quanto sono la risposta a bisogni diversi che sono frutto di necessità diverse date dai luoghi diversi ove ognuno è cresciuto. Anche se siamo tutti uomini e donne, siamo uomini e donne con identità, ideologie, bisogni e credenze diverse.

Siamo uguali, ma diversi.

Ma chi non è d’accordo con questo?

Si consideri che sono diverse anche tutte le persone che restano amiche per una vita. Sono diverse le persone della stessa famiglia che sono emigrate e hanno dato alla luce i propri figli in posti diversi da quelli dei genitori, eppure i figli di tutte le parti restano uniti. Ci sono intese anche tra perfetti sconosciuti dagli angoli opposti del mondo su molte questioni che riguardano l’uomo, la biodiversità, l’ecologia. C’è bisogno di ammazzarci per cercare soluzioni a differenze culturali? Evidentemente c’è di più, sotto.

Abbiamo avuto la fortuna di evolvere la corteccia celebrare e aumentare il pensiero razionale e astratto, abbiamo il dono dell’intelletto e la capacità di usarlo. L’unica domanda lecita da porsi è: perché non usarlo per il bene comune? Intendo SOLO per il bene collettivo, nostro e della nostra famiglia allargata, la famiglia umana, ovunque sia, quella che deriva dalla prima coppia da cui tutti, a quanto pare, discendiamo.

Forse perché è vero quel che si dice che le guerre nascono - in fondo in fondo - solo per il profitto? Le guerre sono, per qualcuno, il primo e principale motivo di guadagno da sempre. Quindi noi ci ammazziamo per il principio di fondo di… far guadagnare qualcuno per… poter vivere meglio? Stiamo parlando di speculare sulla morte per guadagnare- che cosa orribile! - ma a scapito di cosa e di chi?

Un tempo chi vinceva depredava il vinto e quindi ne assumeva le ricchezze, oltre che il controllo. Oggi solo costruire le armi per imbastire una guerra genera profitto. Ma profitto per chi? Per tutti quelli che vincono le guerre? Di guerre ce ne sono state tante, in tutte le parti del mondo, guerre che neppure sappiamo essere esistite, non necessariamente “mondiali”, eppure non siamo tutti ricchi, anzi, la maggior parte di noi muore proprio di fame. Ma anche chi sta bene si lamenta. Quindi, per il profitto di chi? Per tutelare i privilegi di (relativamente) qualche manciata di esseri umani?

Ripetiamocelo: profitto per chi? Per quelli che vincono le guerre? No, perché chi produce armi lo fa per gli uni e per gli altri. Perché per guadagnare dalle armi, nel lungo periodo, significa doverle usare o sostituire con altre più micidiali e performanti. Da qualsiasi parte si stia. E’ un cane che si morde la coda.

Andiamocelo a dire, allora, che premiamo il pulsante che ucciderà 185mila esseri umani a missile o saremo tra quei 185mila uomini donne e bambini che moriranno per il benessere di altri. Pochi altri, che di certo la guerra non la vanno a fare, ma con ogni probabilità sono quelli che la mandano a far fare.

Almeno uccidiamo e moriamo sapendo la verità. Che, magari, sapendola qualcuno comincia a ripensarci.

Siamo certi di volere questo? Lo chiedo a chi deve prendere lo zaino in spalla, lasciare moglie e figli con la consapevolezza di poter non tornare mai e magari morire tra mille sofferenze. O, forse peggio, tornare menomato e trasformato nel corpo e nello spirito, ed esser diventato un mostro che distruggerà la vita proprio di quella moglie e di quei figli che eran andato in guerra per far stare al sicuro. Non è preferibile allora restare in famiglia a goderci i nostri figli, le nostre donne, i nostri uomini, seppure con le preoccupazioni della vita sulla salute e il comfort, il benessere e il rispetto da meritarci con i nostri comportamenti virtuosi, invece di procurare e sottostare alla sofferenza, alla violenza, alla cecità che ci impedisce di vedere che potremmo vivere bene tutti quanti? Ma proprio tutti quanti possiamo avere una vita decente e meravigliosa. Magari senza un panfilo, magari senza avere mai assaggiato il caviale (ma davvero è così prelibato?) o essere stati, superbamente eleganti, alla prima dell’Opera di qualche pièce famosa in qualche città mitica. Pur senza avere tre auto, cinque case, animali di razza che faticano a respirare perché innaturali. Ci sono vite che possono essere ampiamente considerate degne di venir vissute anche senza queste esperienze. Tutte le vite dovrebbero esserlo in realtà, degne di essere vissute, e farci la guerra non aiuta l’umanità che ha già le sue difficoltà a crescere adulti senza problemi. Le radici dell’odio, dell’invidia, del bisogno di sopraffazione, del narcisismo estremo, hanno origine nella nostra (in)capacità di crescere i nostri bambini. La psicologia l’ha già capito da molto tempo. Non sarà una scienza esatta, ma di test ne sono stati eseguiti molti e tutti puntano alla stessa causa. Ci vogliono il corretto accudimento ed educazione per fare di un nascituro un uomo o una donna (o qualsiasi cosa si sentirà d’essere) maturi, consapevoli ed equilibrati.

Non solo la scuola, l’istituzione scolastica, ma la famiglia per prima (i primi anni di vita sono fondamentali per dare al futuro adulto gli strumenti giusti per crescere correttamente e senza traumi) sono il focus su cui concentrare l’attenzione per avere una umanità migliore. Pensiamo davvero che tutte le famiglie siano come quella del Mulino Bianco di Publitalia memoria? O siamo consapevoli della situazione reale delle famiglie italiane? Secondo i dati Istat 2022-2024, sarebbero 1,38 milioni i minorenni in totale condizione di povertà. Il dato più recente del 2024 dice che il 23 % della popolazione italiana corre il rischio povertà o esclusione sociale. Quasi un quarto della popolazione italiana totale (solo per fare un esempio in casa propria). Sapendo che l’accudimento infantile e la partecipazione culturale dipendono fortemente da reddito e titolo dei genitori, sapendo che istruzione e successo formativo restano strettamente legati al background familiare, come pensiamo stiano crescendo gli adulti di domani?

Accettiamo la sfida di imparare a costruire società più giuste invece di cercare di distruggerle! Accettiamo il fatto che siamo in tanti, in tantissimi su questo pianeta (magari sarebbe auspicabile badare anche a questo fattore) e culturalmente molto diversi, ma siamo sempre “noi”. Accettiamo la sfida di convivere ognuno con la libertà delle proprie convinzioni. Uniamo le differenze che incastrate insieme danno una marcia in più e cerchiamo di non enfatizzare quelle che sappiamo dare fastidio agli altri. Avere il diritto alle proprie differenze, ma non arrogarsene: certe differenze si possono vivere in privato senza imporle a quelli che non le vogliono.

I campus scolastici mostrano che tutto questo - in un certo qual modo - è possibile. Studenti da tutto il mondo vanno a studiare ovunque e non per questo demoliscono le istituzioni scolastiche solo perché non sono strutturate come a loro parrebbe dover essere. Se un posto non ti piace non lo frequenti.

I posti intelligenti sapranno accaparrarsi la benevolenza di tutti adattandosi alle varie situazioni, diventando mete piacevoli per chiunque senza distinzione di genere, razza, cultura e società. Ma ogni luogo è all’interno di una nazione con leggi proprie che, se hanno dato stabilità a quel Paese senza farne un carcere umano, meritano rispetto. E se si pensa che non lo meritino, non si frequentino, ma non si distruggano neppure.

Non c’è nulla di sbagliato ad adattarsi alle regole del posto in cui si va. Se devo viaggiare in treno non mi metterei a saltare mentre questo si accinge a prendere una curva. Se vuoi andare in mongolfiera sai che non ti conviene sporgerti. Se vai nello spazio ti metterai una tuta idonea e il casco respiratorio anche se ti scompiglia i capelli. Se maneggi sostanze pericolose usi dispositivi adeguati. Se ti avventuri nel deserto del Sahara non ci vai vestito come se frequentassi Malibu beach. Se decidi di andare a vedere un paese diverso dal tuo, lo fai perché ne hai interesse, e allora è un segno di rispetto comportarsi adeguatamente apprendendo le regole di base del posto. Se vai in chiesa, moschea o in un tempio non ti metti ad urlare come se fossi al mercato. In un cimitero non ci si spoglia e non si sta in topless su una brandina prendisole di fianco a una tomba. Non si attraversa una strada trafficata spensieratamente guardando altrove. Non ci si cala in una grotta senza torce. Non si può pretendere di comunicare con uno straniero senza conoscerne un poco la lingua, ma se dovesse accadere, chi ci ascolta deve avere l’intelligenza di capire che siamo stranieri e se insistiamo a disturbarlo pur sapendo di non poter comunicare con lui, allora lui deve fare lo sforzo di comprenderci perché evidentemente è una cosa molto importante. L’intelligenza di comportarci, la cultura per comprenderci e la volontà di farlo.

Le regole ci sono, esistono, le hanno tutti, tutte le società qualunque esse siano; in famiglia; nelle compagnie di amici; negli sport; nei comportamenti sociali; ce ne sarebbero anche nell’amore se non si fraintendesse spesso questo termine, abusandolo e usandolo per giustificare nefandezze. Nascono per aiutarci a saperci comportare adeguatamente di fronte a certe situazioni, sono un manuale di istruzioni per non farci sentire a disagio e darci modo di non mettere a disagio gli altri nel rispetto reciproco di non volerci offendere involontariamente. Sulla suscettibilità dell’essere umano ci possiamo fare poco, ma possiamo creare ambienti e situazioni di incontro con regole che attenuano le incomprensioni e alleggeriscono l’ansia degli incontri. Le regole nascono per farci interagire nel miglior modo possibile, e sono frutto dei tempi, per cui vanno adattare e cambiate quando necessario. Ma sono necessarie per vivere tutti in pace. Le regole degli uomini non sono il male. Ma non sono neppure scolpite nella roccia. L’intelligenza di ammorbidire una regola in base a situazioni particolari resta la prima regola.

Cerchiamo regole di convivenza invece di affrontare il problema con genocidi e sterminio.

Qualcuno può obiettare che non sono né le regole, né le differenze, né il profitto la causa delle guerre, ma è l’ideologia. Noi occidentali ci chiediamo come si faccia a vivere in una società coprendosi tutto il corpo con del vestiario che nulla ha di gratificante o originale se non coprire la donna dalla testa ai piedi con chissà quali disagi. Per altri la dissoluzione della vita occidentale in cui traspare poca spiritualità e tanto materialismo è un decadimento dei valori dell’uomo. Ognuno ha sue motivazioni per giudicare un altro. E ognuno pensa che il proprio stile di vita sia quello più meritevole. Questo è un circolo vizioso. La Storia ci insegna che ognuno fa il proprio percorso e si evolve, sbaglia, inciampa, cade e si rialza. Ci sono gli stregoni e le malelingue, i saggi e i virtuosi, e anche senza internet (o forse proprio grazie alla sua mancanza) l’uomo si è evoluto in ogni caso. Prima eravamo primati, ora siamo Homo Sapiens (Sapiens Sapiens, due volte? Doppiamente saggi? Tutti gli uomini? Davvero?). Le differenze geografiche e la storia di ognuno ha creato le spaccature e le differenze tra i popoli, ma nessuno è rimasto Homo Neanderthal. Ci sono luoghi dove il tempo ha corso più velocemente e altri dove sembra averlo fatto meno se confrontiamo i popoli in termini di civiltà, tecnologia, stile di vita, ma nessuno è rimasto al palo, tranne popolazioni limitatissime in numero e territori, in zone del mondo difficilmente raggiungibili, rimaste nascoste e separate per secoli.

La domanda è: perché vuoi che prevalga il tuo stile di pensiero e di vita su quello di un altro? Perché sei abituato al tuo e quello dell’altro ti fa paura? E’ assodato che alla base ci sia questo, e poi c’è di più. Le tue abitudini ti fanno percepire lo stile di vita differente di altri come fastidioso o faticoso o umiliante, irritante, addirittura insopportabile. Popoli che urlano e vociano normalmente come caciaroni nati, mentre da altre parti si parla sottovoce con riservatezza e il rumore alto, il parlar forte, è vissuto come un disturbo, un sintomo di inciviltà. Dà fastidio. L’odore poi è cosa personalissima e non c’è modo di eluderlo. Anche l’abitudine al cibo e alla cucina sono tanto diversi che generano differenze che possono essere fastidiose. Chi cucina normalmente con molte spezie rilascia odori nei dintorni che chi non è abituato può vivere con disagio. Anche il concetto di igiene cambia da paese a paese. I comportamenti diversi fanno paura perché non è possibile detectarli con i codici che la società che ci ha allevato ci ha insegnato ad usare e comprendere. Oltre a non esserci abituati.

Alla base dei conflitti umani dunque c’è la paura dell’altro? Di ciò che non capiamo? Di ciò che riteniamo (a torto o a ragione) sbagliato? Il mix di fattori è terribilmente complesso, ma alla base ci sono bisogni umani generati da infanzie prive di quell’amore e di quelle attenzioni necessarie al bambino (ad ogni bambino) per crescere con la sicurezza di diventare uomo che non ha bisogno di uccidere altri uomini per vivere serenamente la propria vita con quello che ha. O inventarsi i mezzi per cambiarla, con l’aiuto del prossimo e in sinergia col prossimo. Ma l’uomo di oggi vuole di più, sempre di più, inutilmente di più, nell’estenuante tentativo di colmare vuoti che sono buchi neri dentro di lui. Vuole che l’altro sia diverso da com’è, lo vuole più simile a sé, ha paura di ciò che è diverso, ha paura dei cambiamenti, sa di non poter contare sul prossimo perché quando ha avuto bisogno non c’era nessuno ad aiutarlo. Non ha ricevuto amore o ne ha ricevuta una variante deviata. Nel prossimo futuro forse decideremo di imboccare la strada della distruzione, forse ci annichileremo in toto o in parte. Qualcuno sopravviverà, qualcuno penserà di aver vinto. L’umanità ricomincerà a fare il suo percorso di evoluzione ed infestazione del pianeta (oggi questo stiamo facendo). Ma nulla cambierà veramente se non impareremo a guardare a noi stessi come a una razza unica, come a una famiglia con tanti, tantissimi fratelli e sorelle, ognuno col proprio carattere e le proprie capacità, le proprie aspirazioni e i propri bisogni e paure, ma a cui volere comunque bene. NONOSTANTE le differenze!

E soprattutto a crescere i nostri figli senza soprusi, né proiezioni di ciò che a noi è mancato da riversare su di loro, ma dandogli solo tanto amore, tutto l’amore di cui hanno bisogno (amore incondizionato lo chiamano), e lasciandogli prendere la propria strada, per quanto dolorosamente lontana da quella che noi sognavamo.

La guerra è necessaria? NO.

La guerra è utile? Per l’economia e i portafogli di alcuni, sicuramente. Sono i vostri? Allora rispondete NO.

La guerra è una cosa bella? NO.

La guerra è un male necessario? Lo si può voler credere perché non si ha più la volontà di provare altre strade, ma la risposta corretta sarebbe NO. La guerra è servita mai a dirimere le conflittualità? NO, ci saranno sempre seguaci di un credo che ne è uscito sconfitto che rimpolperanno le fila e ricominceranno a farsi sentire (quando si dice che la storia si ripete!). Ma allora perché facciamo le guerre?

La risposta la trovi ognuno dentro di sé, ma attenzione a dar retta alle voci della guerra, sono sirene, ricordiamoci cosa disse Eschilio: «In guerra, la verità è la prima vittima» – una massima che tuttora, fra i conflitti che animano il quadro geopolitico odierno, continua ad avere rilevanza e validità.


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