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Ricordare i quattro piccoli martiri della mafia a Catania

L’Inviolabilità dell’Esistere. Riflessioni laiche sull’essenzialità del diritto alla vita e della dignità umana.

di Laura Tussi - giovedì 16 luglio 2026 - 777 letture

A cinquant’anni dalla scomparsa di Giovanni, Lorenzo, Benedetto e Riccardo, quattro bambini uccisi dalla mafia catanese il 7 luglio 1976, è stato inaugurato nel quartiere San Cristoforo di Catania il murale “Siamo solo picciriddi” (“Siamo solo bambini”). L’opera, ideata da Bob Liuzzo e realizzata da artisti locali nell’ambito del progetto “Le Strade da Seguire” della Fondazione Federico II, vuole trasformare la memoria in un messaggio di legalità e riscatto per le nuove generazioni.

Il presidente dell’Assemblea regionale siciliana Gaetano Galvagno ha sottolineato che ricordare quelle vittime significa “continuare a scegliere da che parte stare”. La vicenda dei quattro ragazzi, di età compresa tra i 13 e i 15 anni, resta ancora senza una verità giudiziaria definitiva.

Secondo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Nino Calderone, i bambini sarebbero stati sequestrati, uccisi e fatti sparire dalla mafia come punizione per uno scippo compiuto ai danni della madre del boss catanese Benedetto Santapaola. Una delle pagine più drammatiche della storia criminale siciliana, oggi affidata alla memoria collettiva attraverso un’opera che richiama il valore della giustizia e della nonviolenza.

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Catania - Siamo solo picciriddi

Nella foto: il murale “Siamo solo picciriddi”

In un tempo segnato da guerre, disuguaglianze, migrazioni forzate e nuove forme di violenza, il diritto alla vita torna a imporsi come il fondamento imprescindibile di ogni convivenza civile. Al di là delle appartenenze religiose, politiche o culturali, riconoscere l’inviolabilità di ogni persona significa riaffermare il principio da cui discendono tutti gli altri diritti umani. Questa riflessione propone una lettura laica e universalista della dignità dell’essere umano, intesa come valore assoluto che nessuna ragione di Stato, interesse economico o ideologia può legittimamente comprimere.

La formulazione di un’etica universale si riduce, nella sua essenza più pura, a un nucleo di imperativi categorici tanto semplici nella loro enunciazione quanto complessi e spesso disattesi nella loro applicazione storica. Riconoscere a ogni essere umano il diritto intrinseco di vivere, cessare ogni forma di annientamento deliberato del prossimo, rispettare l’alterità e adoperarsi attivamente per la salvaguardia di ogni esistenza non costituisce soltanto il fondamento del diritto internazionale moderno, ma rappresenta la precondizione ontologica stessa della civiltà. In questa sintesi estrema si condensa il superamento dello stato di natura e l’approdo a una dimensione di coesistenza pacifica, nella quale l’altro cessa di essere una minaccia potenziale o uno strumento utilitaristico per divenire, secondo la lezione kantiana, un fine in sé.

L’ingiunzione di interrompere l’atto di uccidere e l’imperativo di salvare le vite non sono mere esortazioni morali di matrice solidaristica, bensì i cardini sui quali si struttura la legittimità stessa delle istituzioni sociali. Quando la tutela della persona decade da priorità assoluta a variabile negoziabile, subordinata a logiche geopolitiche, economiche o ideologiche, si assiste a un progressivo svuotamento del patto sociale. Il rispetto incondizionato per l’individuo esige uno sforzo cognitivo ed emotivo costante, capace di superare le barriere dell’indifferenza e della disumanizzazione, dinamiche spesso utilizzate per giustificare la violenza sistemica. Affermare la centralità assoluta della vita significa dunque ricondurre la riflessione filosofica e politica alla sua radice più autentica: la difesa dell’essere contro il nulla, un compito che non ammette eccezioni e che definisce la misura stessa della nostra umanità.

Espandendo tale prospettiva, emerge con chiarezza come il tessuto delle relazioni umane sia intrinsecamente vulnerabile alle derive dell’utilitarismo cinico. La storia contemporanea offre purtroppo numerosi esempi di come la svalutazione del singolo, in nome di presunti beni collettivi superiori, conduca inevitabilmente a tragedie umanitarie. Quando si accetta il principio secondo cui una vita può essere sacrificata o ignorata per il raggiungimento di uno scopo collaterale, si mina alla base la fiducia reciproca che rende possibile la convivenza. Il dovere di salvare e proteggere ogni individuo non deve quindi essere inteso come un atto di benevolenza opzionale, ma come un pilastro giuridico e morale inalienabile, l’unico in grado di garantire una reale giustizia globale e di preservare l’essenza stessa della dignità umana di fronte alle sfide del presente.

L’inviolabilità dell’esistere non è un principio astratto né una formula retorica: è il criterio attraverso il quale misuriamo il grado di civiltà delle nostre società. Ogni volta che una vita viene considerata sacrificabile, ogni volta che la dignità umana è subordinata a interessi di potere, di profitto o di appartenenza, si incrina il fondamento stesso della democrazia e dello Stato di diritto. Per questo una cultura autenticamente laica dei diritti umani non può limitarsi alla denuncia delle violazioni, ma deve tradursi in responsabilità condivisa, educazione alla pace, difesa delle libertà fondamentali e costruzione di istituzioni capaci di tutelare ogni persona senza discriminazioni. Solo riconoscendo nell’altro un valore assoluto e irriducibile sarà possibile edificare una società nella quale la vita non sia semplicemente protetta, ma pienamente rispettata nella sua irripetibile dignità.


Questo articolo è stato diffuso da Faro di Roma.



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