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Referendum Costituzionale: un "NO" per la democrazia e la libertà

Votare NO alla riforma costituzionale significa impedire al governo nazionale di assumere maggiore potere di controllo sugli italiani, non permettere che la politica decida in via esclusiva e unilaterale della vita delle Comunità locali e dello Stato.
di Nello Russo - mercoledì 12 ottobre 2016 - 2887 letture

La Carta Costituzionale della Repubblica Italiana fu scritta all’interno di un profondo dibattito, non solo di natura politica, tra i fondatori dell’ordinamento repubblicano postbellum e nacque dall’equilibrio e dalla sintesi del pensiero politico militante, indubbiamente molto sofferti, ma conseguiti dai membri della Costituente dopo un laborioso travaglio intellettuale. Con la nuova Costituzione si apre la strada per ricostruire il Paese e rimuovere le rovine dell’infausto ventennio trascorso. Il raggiungimento di quella sintesi e di quell’equilibrio furono un atto di responsabilità, con cui fu trovato un accordo sulla stesura della Carta tra il pensiero liberale, il pensiero socialista e quello cattolico, nel supremo interesse della salvaguardia della dignità di popolo e di nazione e per sviluppare il principio della libertà individuale e collettiva nella forma del pluralismo. Con la Carta costituzionale si riconobbe al popolo italiano il diritto di partecipare alla vita della nazione, il diritto di contribuire alle scelte del del Paese in ogni campo delle attività produttive e civili, così da diventare attore sociale, economico, culturale e politico. A questo punto l’individuo diventa cittadino, non più relegato ai margini della competizione politica e dell’attività governo e non é più solamente il terminale di doveri, bensì é soggetto attivo del diritto ed acquista la capacità giuridica di appellarsi alla legge, per fare valere la propria posizione giuridica; diventa altresì titolare dei diritti soggettivi e degli interessi legittimi. La Costituzione italiana ha disegnato con tratti ben marcati la sfera delle competenze dello Stato e quella delle competenze del cittadino, nel rapporto dinamico, non surrettizio, tra diritti e doveri ed afferma l’inviolabilità e l’inalienabilità dei valori fondamentale della libertà e della dignità personale.

Nel periodo della stesura della Carta, intellettuali e politici attenti e lungimiranti scelsero bene di mettere a tacere una insidiosa e pericolosa conflittualità, che proprio in quegli anni aveva preso corpo sui temi della nuova politica e dell’organizzazione dello Stato, che rischiava di sfociare nella guerra civile. Si ritenne, quindi, fondamentale e primario costruire un percorso aperto alla società democratica e multiculturale, basata sul rispetto di precisi principi etici, politici ed economici, riversati appunto nella Costituzione, ed erigere uno Stato in grado di tutelarne il processo di democratizzazione e di rappresentarne gli interessi, ponendosi a garanzia della libertà e del modello repubblicano appena nato. La Costituzione italiana, liberale e socialista come qualche corrente di pensiero la definisce, continua ancora oggi ad alimentare il più alto sentimento di solidarietà e di pace ed a sostenerne le ragioni con grande attualità. Noi tutti abbiamo il dovere di ricordare, che la nostra Costituzione è stata scritta anche sul richiamo dei sacrifici e delle lotte dei lavoratori del primo nocevento e del fermento culturale e politico di quegli anni, soffocati successivamente dalla dittatura. Prevalente è stato il ruolo ed il richiamo ideale e morale alla Resistenza, che ha impregnato, non apparentemente, le pagine della Carta.

A parte il lavoro svolto dai politici nella Costituente, tra gli estensori della Carta costituzionale vi furono eminenti giuristi. Tra essi Costantino Mortati di cui ancora oggi si studiano i testi di Diritto Costituzionale nelle università e che ebbe sempre chiaro l’obiettivo della piena applicazione del testo costituzionale nell’ambito di una sempre maggiore realizzazione dell’ideale democratico, per il perseguimento di una democrazia partecipata. Fondamentale in tal senso è stata l’ispirazione alle sue scelte politiche e metodologiche più profonde. Uno degli aspetti rilevanti della democrazia partecipata consiste nel principio che ha ispirato la riforma del Titolo V° della Costituzione, che ha previsto una maggiore autonomia degli enti locali e delle regioni nell’ordinamento amministrativo. La modifica dell’articolo 117 recita appunto in tal senso ed ha consegnato ai Comuni una grande dignità organizzativa e gestionale, mettendo in equilibrio la loro autonomia e quella dello Stato. Molte materie, che prima erano di esclusiva competenza dello Stato, con la riforma realizzata mediante la Legge Costituzionale n.3 del 18 ottobre 2001, sono stati trasferiti ai Comuni. Si dà in tal modo piena attuazione all’art.5 della Costituzione, che riconosce le Autonomie Locali quali enti esponenziali preesistenti alla formazione della Repubblica. “I Comuni, le Città metropolitane, (le Province) e le Regioni sono enti esponenziali delle popolazioni residenti in un determinato territorio e tenuti a farsi carico dei loro bisogni. L’azione di governo si svolge a livello inferiore e quanto più vicino ai cittadini, salvo il potere di sostituzione del livello di governo immediatamente superiore in caso di impossibilità o di inadempimento del livello di governo inferiore” (principio di sussidiarietà verticale Stato  Comuni). Da qui discende l’autonomia finanziaria che lo Stato ha riconosciuto alle Autonomia Locali, tanto che vengono emanate particolari norme che disciplinano, anche se non compiutamente, l’attività di gestione delle risorse finanziarie proprie o di quelle destinate dai trasferimenti statali. Con la riforma del 2001 il Parlamento tenta di dare allo Stato un assetto meno centralista e centralizzante e lascia respirare l’aria di un lieve federalismo, che dottrina prevalente concepirà come Federalismo Municipale, sul cui modello sarà di seguito avviata una buona novellazione in materia di "decentramento amministrativo".

Inizia però un processo di cambiamento lento e forse mal digerito dalle stesse Autonomie Locali, magari non a torto, poichè la bellezza di una tale riforma costituzionale viene nel tempo deturpata da un filone legislativo, che nella maggior parte dei casi costringe i Comuni in un ambito di grandi difficoltà finanziarie, in ragione di un’economia sempre più in caduta e di una dura pressione fiscale, alla quale gli Enti Locali debbono fare ricorso, per salvaguardare i bilanci comunali e la loro stessa integrità. Inoltre va detto che la normazione degli “affari locali”, nel tentativo di realizzare il disegno federalista e del decentramento, alla logica della modernizzazione dei servizi pubblici locali sulla base di nuove forme di gestione informatizzate e velocizzate non ha fatto seguire un corrispondente apporto finanziario di prima specie. Di fatto il federalismo non è stato realizzato e, di contro, lo Stato si sta riaffacciando alla sua centralità e riprendendo lentamente la strada dell’accentramento dei poteri, facendo ripiombare considerevolmente ai margini le Autonomie Locali.

L’attuale proposta di modifica della Costituzione rivisita quella del 2001, abbatte i profili del decentramento, del federalismo e della democrazia partecipata e punta al massimo livello nel togliere alle Comunità locali il diritto di partecipare alla gestione della "res pubblica" con strumenti più adeguati e consoni, mentre chiude gli occhi riguardo alle dinamiche sociali ed economiche, che presentano ai cittadini un conto nuovo in passivo ed alla politica una diversa quanto malsana prospettiva. Il governo Renzi ha deciso di marciare in senso opposto con arroganza ed incompetenza, nel tentativo di concentrare nelle mani dell’esecutivo il maggior potere possibile, camuffando l’autoritarismo dilagante con il richiamo alla Costituzione europea, ai suoi mercati o peggio ancora a certe “enormità” congiunturali, come fosse un obbligo imprescindibile ed irrisolvibile. Quindi la nostra Costituzione, tra le cui righe si può leggere del sacrificio, del sangue dei combattenti, delle lotte per la dignità del lavoro e per la libertà, scritta da intellettuali e da politici di grande spessore e levatura, basata su alti principi fondamentali, che vanno dall’etica della democrazia al sentimento nazionale, rischia adesso di essere stravolta da un manipolo di soggetti non qualificati e incapaci di dare un senso compiuto all’azione di governo, semmai in essa sia ravvisabile il minimo afflato di garanzia delle libertà democratiche. In tal senso voglio ricordare a me stesso, che la commissione per la stesura della Costituzione, formata in seno all’assemblea costituente eletta il 2 Giugno 1946, era composta da Aldo Moro, Emilio PaoloTaviani, Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira, Costantino Mortati, Palmiro Togliatti, Nilde Iotti, Giuseppe Di Vittorio, Concetto Marchesi, Lelio Basso, Angelina Merlin, Piero Calamandrei, solo per citare alcuni dei suoi membri.

Dunque, votare NO significa non consentire al governo nazionale attuale e futuro di assumere maggiore potere di controllo sugli italiani, non permettere che la politica decida in via esclusiva e unilaterale della vita delle Comunità locali e dello Stato; significa potere ricostruire la strada del federalismo e della partecipazione. Il NO deve essere un voto per la libertà, attualmente condizionata ed ingabbiata nelle maglie delle lobby politiche, economiche e finanziarie; deve essere un monito per la politica affinchè la Costituzione ancora vigente trovi piena applicazione.

Per tutto questo, la battaglia per il NO deve essere anche una resistenza di cultura e di civiltà.


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