Ma questi lavoratori, se lo meritano proprio il TFR?
La Corte costituzionale esamina nuovamente la legittimità del differimento e della rateizzazione del Trattamento di fine servizio dei dipendenti pubblici.
La Corte costituzionale esamina nuovamente la legittimità del differimento e della rateizzazione del Trattamento di fine servizio dei dipendenti pubblici. L’INPS ha presentato una difesa della prassi nell’erogazione del TFR in cui sostiene che il pagamento rateale tutela maggiormente i diritti previsti dagli articoli 36 e 38 della Costituzione. L’Istituto cita studi di economia comportamentale e psicologia finanziaria che evidenziano “l’irrazionalità umana nelle scelte di spesa” nel caso si ricevano grosse somme di denaro in un’unica soluzione.
La Corte costituzionale dovrà esprimersi sul ricorso relativo alla legittimità della rateizzazione del Trattamento di fine servizio per i dipendenti pubblici. L’INPS ricorda, per giustificare la rateizzazione, che l’economia e la psicologia comportale rilevano quanto segue: “l’irrazionalità umana nelle scelte di spesa”.
Dunque i lavoratori, se ricevono cifre rilevanti in un’unica soluzione assumono comportamenti inadeguati: li spendono velocemente! Pertanto l’INPS protegge i lavoratori, ormai vecchi, in pensione da derive irrazionali. I lavoratori dipendenti sono tali, si deduce, per una intrinseca immaturità, altrimenti sarebbero stati liberi imprenditori capacissimi nell’uso di cifre notevoli. Si potrebbe aggiungere che, ci pagano poco e ci fanno andare in pensione ad un passo dal loculo, per sorvegliarci e proteggerci, in modo che non si combinino guai e altro. Ancora una volta silenzio assoluto dei lavoratori e dei sindacati.
Naturalmente il pessimismo antropologico con cui si giustifica la pratica di trattenere quanto il lavoratore ha versato per decenni è gestito in modo padronale dall’ente che dovrebbe essere al servizio del lavoratore, ciò è palese anche ad un bimbo. Dinanzi alla sola logica finanziaria nella quale la volontà del lavoratore è rimossa e trattata come un impaccio insopportabile si usa il pessimismo antropologico sovrastrutturale per giustificare finalità strutturali. Il pessimismo antropologico del nostro tempo giustifica la sorveglianza dei lavoratori e i Metal detector a scuola, esso è ormai il mezzo più efficace con cui il sistema giustifica in ogni ambito la logica verticistica e autoritari.
Forse ci pagano poco in modo da rieducarci a spendere con parsimonia, come quando, la maestra elementare, ho quasi sessant’anni, ci educava al risparmio invitandoci al risparmio libero e volontario. Nel salvadanaio di classe se versava una piccola cifra puntualmente registrata. In questo caso è il sistema a decidere e a gestire l’irrazionalità del lavoratore. A quest’ultimo si chiede sempre in generale di non essere cittadino ma consumatore compulsivo per sostenere il sistema dei consumi e nel contempo se c’è da restituire quanto ha versato e gli è stato “liberamente tolto” lo si protegge con restituzione rateizzata in modo che non spenda tutto e subito e conservi la cifra per le urgenze della vecchiaia in uno stato (in s minuscola volutamente) senza Stato sociale. Insomma la rateizzazione favorisce la riflessione sul senso del TFR.
Coloro che hanno imparato a sopravvivere con i magri stipendi del pubblico impiego vi assicuro che negli anni hanno imparato anche a differire i desideri e hanno sviluppato personalità capaci di gestire i denari in una realtà ferocemente atomistica scientemente organizzata dagli attuali vincitori della lotta di classe (i padroni).
Tutta questa questione svela la verità sul sistema che usa il pessimismo antropologico per non erogare quanto legittimamente il lavoratore ha versato e rivela che il lavoratore è considerato meno di niente: è un bambino scialacquatore che il padrone di turno deve difendere dalle sue irrazionali pulsioni.
Sembra che il declino sia inarrestabile, si continua a scivolare verso l’abisso del disprezzo spirituale e materiale dei lavoratori, i quali sono ormai trattenuti al lavoro, ci proteggono, fin quasi a settant’anni e se vogliono uscire prima devono aver versato 43-44 anni di contributi, missione impossibile in una realtà in cui regnano precariato e lavoro nero. Non è più lavoro, è diventato altro.
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