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Ragionando sull’ennesima batosta elettorale: Catania, ad esempio

La sconfitta non può essere circoscrivibile nell’analisi di corto respiro di chi vuole ascriverla all’abilità “clientelare” della destra o alla “incapacità” e agli “errori” della sinistra o del suo candidato.

di Francesco Coniglione - domenica 11 giugno 2023 - 1159 letture

Si potrebbe partire da diversi punti per cercare di capire il senso questa ulteriore batosta della sinistra in Italia e a Catania in particolare. Incidono su di essa diversi fattori: l’arretramento complessivo della sinistra in Europa, la crisi dello Stato e delle politiche sociali, la disaffezione di gran parte degli elettori che preferisce disertare le urne, l’affermazione e il vento in poppa attualmente goduto della destra guidata dalla Meloni e così via. Senza dubbio tutti questi eventi, e altri che potrebbero essere menzionati, hanno un’incidenza diretta, anche se difficilmente quantificabile, sulla sconfitta della sinistra. Ma, in quanto eventi generali e scarsamente governabili dal punto di vista della politica locale, sarebbe metodologicamente errato assumerli a giustificazione di quanto avvenuto nelle città; in particolare a Catania, che esce da una legislatura disastrosa di governo della destra (sindacatura Pogliese, finita in commissariamento, per non elencare le condizioni pietose in cui è ridotta la città) ma riconferma la stessa compagine politica eleggendo un sindaco di FdI, già assessore nella Giunta precedente, e non particolarmente distintosi per la sua attività amministrativa. Si potrebbe amaramente commentare che l’esperienza in politica nulla insegna; ma sarebbe troppo poco.

Infatti l’esempio di Catania è degno di nota di là delle peculiarità della candidatura di un figlio d’arte di un noto avvocato penalista che può contare numerosi collegamenti e solidarietà in tutti gli ambienti; e di quella di un esponente della sinistra, rappresentante della migliore borghesia cittadina (è docente di economia all’università) ma dallo scarso appeal per i più ruspanti e popolari ambienti delle periferie. La sconfitta non può, infatti, essere circoscrivibile nell’analisi di corto respiro di chi vuole ascriverla all’abilità “clientelare” della destra o alla “incapacità” e agli “errori” della sinistra o del suo candidato. Ovviamente di clientelismo si deve parlare, di errori e incapacità anche, ma all’interno di un quadro interpretativo complessivo che solo permette di capire perché la “clientela” è a Catania più produttiva che altrove (nel tempo e nello spazio) e perché gli errori pesano più che in passato.

1. Frammentazione sociale e scambio politico

Non si può capire l’esito delle elezioni se non si riflette su quanto avvenuto negli anni passati, a seguito del successo delle politiche neoconservatrici nel mondo e in Italia, attuate anche con il volenteroso contributo della sinistra o comunque senza un suo efficace contrasto. Esse hanno portato a una profonda trasformazione del tessuto sociale, tale da far parlare di “fine delle classi”, di “morte della politica” e di scomparsa del significato dello stesso concetto di “sinistra”.

In effetti – a mio avviso – non si è avuta la “scomparsa delle classi”, ma piuttosto una loro ridefinizione mediante la recinzione in ambiti istituzionali separati che ne impedisce l’individuazione a chi non faccia un’analisi complessiva della società italiana, e in particolare impedisce la loro reciproca percettibilità. Per capire cosa significhi quanto detto è necessario evidenziare un fenomeno molto importante avvenuto in Italia negli ultimi 20-25 anni spesso sottovalutato o ritenuto irrilevante (se non addirittura positivo). Mi riferisco alla progressiva conquista, da parte della classe politica pro tempore dominante, di territori istituzionali sempre più vasti con la contemporanea dismissione di ogni sua pretesa di programmazione o di direzione del settore economico, lasciato libero di autoregolarsi, limitandosi il potere politico ad approntare gli strumenti legislativi utili alle imprese o eliminando i vincoli che ne impedivano il pieno dispiegarsi (“i lacci e lacciuoli”). Il punto di svolta è stato segnato dalla stagione di “Mani pulite” che ha visto la scomparsa dei partiti e delle classi dirigenti che credevano nel “primato della politica” e ha dato luogo alla instaurazione di un “nuovo patto sociale”: l’imprenditoria e le aziende sono state lasciate libere di fare il bello e il cattivo tempo col supporto della politica, mentre quest’ultima, abbandonando ogni ambizione di programmazione, era lasciata libera di saccheggiare la ricchezza sociale attraverso la propria espansione metastatica in tutti i gangli amministrativi della società (e l’autonomia differenziata costituisce l’atto finale che completa il disegno). Ciò ha ingenerato nell’opinione pubblica l’idea che, per quanto riguarda l’economia, bisogna in un certo qual modo “rassegnarsi” a subire le leggi del mercato e le decisioni assunte in ambiti sempre più sottratti al controllo pubblico e politico nazionale, mentre dal punto di vista istituzionale – nella gestione della cosa pubblica, dei suoi uffici e delle sue molteplici articolazioni – è sempre più necessaria la mediazione del ceto politico, anche per ottenere i diritti e soddisfare i bisogni più elementari. Così il ceto politico ha moltiplicato e potenziato gli strumenti per consolidare ed accrescere la propria presa sulla società, per frammentarla e controllarla in ambiti istituzionali separati, per corporativizzarne le richieste e incanalarle in un bricolage di rivendicazioni ed esigenze che non rispondono a nessuna logica complessiva, ma a quella di settori, ambiti o addirittura individui particolari.

Il tessuto sociale si è quanto mai frammentato: ormai gran parte della società civile, specie nel ceto medio, è rinchiusa in recinti corporativi e si è diffusa in essa la convinzione che sia possibile elevare il proprio tenore di vita solo mediante la concorrenzialità tra gli interessi della propria categoria e quelli di tutte le altre, al di fuori di un piano complessivo di sviluppo, indipendentemente da qualunque compatibilità. È una sorta di ri-feudalizzazione della società, dove i feudi non hanno più consistenza territoriale, ma una trasversale estensione istituzionale e la cui detenzione è nelle mani di diverse cordate del ceto politico dominante, con una accentuata concorrenzialità interna, ma stando ben attenti a non mettere in discussione il sistema. Il controllo ha per oggetto l’istituzione, l’ente pubblico e, attraverso la mediazione del controllo dei flussi di finanziamento e della legislazione, anche l’impresa privata. Ciò che è “pubblico” non riveste più il senso di “sociale”, ma di “statale”, o “regionale”, o “municipale” ecc. E “politico”, una volta sganciato il termine da ogni connotazione progettuale, s’è trasformato in “partitico”. Il servizio o l’ente così gestito non è più, innanzi tutto, strumento di intervento nel sociale per correggerne o indirizzarne lo sviluppo, ma mezzo attraverso cui operare una redistribuzione del potere politico (serve a queste lo “spoil system”); non risponde più alle esigenze della cittadinanza, ormai priva di rappresentanza politica a causa del sistema elettorale vigente, ma è solo funzionale al consolidamento del ceto politico e al suo potenziamento.

Il rapporto che lega partiti, individui, istituzioni e società si è cosi profondamente modificato. Non più partiti o movimenti che, ispirandosi a un’ideologia costituita da valori condivisi e/o concezioni economico/politiche, forgiano i propri uomini dei quali poi ci si serve per governare le istituzioni che a loro volta dovrebbero rispondere alle esigenze dei cittadini; piuttosto individui o gruppi privi di valori che non siano la propria conservazione ed espansione, che conquistano i partiti dei quali si servono per controllare le istituzioni e quindi la società: i partiti e i movimenti sono ormai privi di autonomia progettuale, scarnificati di ogni valore e visione complessiva del reale (tutto ciò degradato ad “ideologia”) e si identificano quasi del tutto con gli individui che nella società e nelle istituzioni godono il potere mediante il quale esercitano il controllo sociale. La politica si è così deideologizzata e i partiti hanno conquistato ciò che da tanto si invocava: un carattere pragmatico, una “modernità” quasi del tutto fatta coincidere con la consapevolezza e la rinuncia ad ogni mutamento che non sia il puro semplice “bricolage” giorno per giorno.

Tutto diventa più chiaro se si analizza quale sia la situazione a Catania.

2. Catania, ovvero la disfunzione funzionale

Parliamo, dunque, specificamente di Catania, convinti però che molto di quanto in essa è accaduto possa corrispondere anche alla realtà di altre situazioni locali.

Anche Catania è interessata dal fenomeno sinora descritto: qui l’occupazione dell’ente pubblico e delle istituzioni (si pensi alle “partecipate”) e il contemporaneo trasferimento agli enti locali di poteri e flussi finanziari sempre più consistenti (la decantata “autonomia”), ha dato a chi governa un sempre maggior potere che ha sbilanciato l’equilibrio tra controllo del territorio (tramite le tradizionali forme organizzative, come sezioni e club) e controllo delle istituzioni a favore di quest’ultimo. È la crisi del partito politico e lo svuotamento delle sue rappresentanze sul territorio in favore di un sempre maggior peso di chi occupa enti e istituzioni: alle sezioni si sostituiscono i CAF e altri enti simili, che fanno riferimento a esponenti del ceto politico o a suoi settori. In tal modo le segreterie politiche perdono sempre più autonomia finendo per identificarsi con coloro che occupano le istituzioni: ne segue quella caratteristica ingovernabilità per cui i singoli eletti svolgono una politica e uno scambio del tutto sganciati da ogni piano complessivo. Ormai il politico si identifica con l’istituzione: è il controllo di quest’ultima a permettere lo scambio politico che a sua volta incrementa il consenso. La società conosce un fenomeno di frammentazione istituzionale per cui ogni individuo o segmento della società civile, in quanto portatori di specifici interessi, trova nello scambio politico il patronage che gli permette di perseguire i propri obiettivi. La crisi di progettualità dell’ente comune si converte naturalmente in disponibilità all’accettazione di progettualità elaborate altrove, in “comitati d’affari”, sovente legati alla mafia, e che il ceto politico non ha interesse né voglia di contrastare, ricevendone un vantaggio in termini di consenso e ricchezza.

Ma affinché questo meccanismo possa funzionare è necessario che la classe politica abbia modo di far presa sul sociale. Che cioè la sua funzione di mediazione possa estendersi in tutti i gangli della società in modo da rendere quest’ultima sempre più dipendente da essa. Ciò è possibile innanzi tutto attraverso un suo intervento attivo: il controllo della spesa pubblica e dei flussi di finanziamento, la politica delle assunzioni e tutti gli strumenti spiccioli di sottogoverno che soddisfano i bisogni minuti della gente. A questo si affianca il non-intervento: la mancata regolamentazione di certi settori, il non far rispettare regolamenti e leggi, il permettere abusivismo (commerciale, edilizio ecc.) e micro-illegalità: tutto ciò è un volano al formarsi di interessi consolidati.

Il controllo del sociale attraverso le istituzioni in sostanza avviene grazie a una loro oculata “disfunzione”. Solo nello spazio vuoto dell’inefficienza il potere politico trova lo spazio della mediazione; solo grazie alla micro-illegalità diffusa (non è necessario far ricorso alla mafia) è possibile consolidare il proprio potere attraverso il non-intervento. E infatti se l’efficienza della pubblica amministrazione e delle istituzioni aumentasse, aumenterebbe anche l’indipendenza del cittadino dal potere politico e dalla necessità della sua mediazione. Al limite, quando il potere politico diventa “invisibile”, quando la macchina istituzionale funziona in modo perfettamente oliato e ciascuno ha rapidamente e senza ostacoli quanto gli spetta di diritto, allora il potere politico viene avvertito come non necessario o addirittura come un peso e si è psicologicamente liberi di fronte ad esso: è possibile cambiare ceto politico senza che ne risenta il minuto funzionamento delle istituzioni e in particolare il rapporto di ciascuno con esse; sarebbe così possibile scegliere in base a opzioni ideali o a progetti complessivi. In questo caso il singolo politico perderebbe la possibilità della “mediazione”: dovrebbe appunto far “politica”, cioè agire in base a un progetto complessivo i cui referenti non sono più i settori corporativizzati della società o addirittura i singoli, ma le grosse aggregazioni sociali, le classi. Ma quando le istituzioni non funzionano, quanto più l’ente pubblico è inefficiente e la società è frammentata istituzionalmente in ambiti separati, allora tanto più è necessaria la mediazione politica, tanto più il singolo cittadino ha bisogno del patronage. È questo il motivo per cui la corruzione è assai più diffusa e radicata nei paesi “in via di sviluppo”, inefficienti e privi di welfare, mentre è invece ridotta nelle democrazie avanzate in cui esiste un sistema efficiente di welfare e la macchina pubblica funziona in modo efficiente e trasparente.

Il fatto che gli ospedali non funzionino, per fare un esempio banale, è perfettamente funzionale: lo è per il ceto medico, che così ha la possibilità di cercare maggiori profitti grazie all’espansione della sanità privata, lo è per il ceto paramedico, che così ha più spazi di autonomia (secondo lavoro ecc.), e lo è anche per quei cittadini che sanno, nel caso abbastanza raro in cui ne abbiano bisogno, trovare la via per un ricovero rapido o per un trattamento migliore. Ciascuno, insomma, nella sua nicchia professionale, territoriale o settoriale trova il modo di godere di privilegi – o per assenza di intervento o per la sua presenza – che gli danno la consapevolezza della non convenienza del cambiamento complessivo. E questi privilegi non sono economicamente determinati, in base alla differente collocazione di classe, ma istituzionalmente garantiti grazie alla pervasività dello scambio politico e della mediazione. L’ambulante all’angolo della strada sa bene che la sua stessa esistenza e il suo lavoro dipendono dall’inefficienza della polizia urbana che non controlla le licenze; quello che possiede la licenza commerciale sa bene che il suo rinnovo tempestivo è legato alla volontà dell’assessore; il negoziante (piccolo o grande che sia) sa bene che un’ispezione della polizia urbana o dell’ispettorato del lavoro scoprirebbe tante irregolarità da fargli rischiare la chiusura. Chi di loro è disponibile a dare il voto a chi gli promette solo efficienza e moralizzazione, laddove la sua esistenza è legata proprio all’inefficienza e alla corruzione o corruttibilità del pubblico amministratore? Due sono le possibili reazioni: non credere a tali promesse (“sono tutti uguali”), e allora perché cambiare un cavallo noto per uno ignoto? Oppure credervi e credervi tanto da averne paura.

Ovviamente v’è una soglia al di sotto della quale la disfunzione non è più controllabile politicamente e rischierebbe di innescare un processo di protesta sociale radicale: l’abilità del politico consiste nel mantenere la disfunzione al di sopra di tale soglia sì da evitare la protesta, e quindi il rischio di una propria sostituzione, ma al di sotto di quella soglia di efficienza varcata la quale il potere politico diventa “invisibile” e non ne viene più avvertita la necessità. Lo stesso si può dire per il rapporto repressione/permissivismo: un minimo di repressione è necessario in quanto bisogna far sentire la minaccia o la possibilità, se si vuole, di colpire (l’assoluta assenza di repressione avrebbe l’effetto di rendere indipendenti dal potere politico), un eccesso di repressione potrebbe far scattare una protesta corporativa non controllabile (come di solito accade con l’abusivismo edilizio).

Se questo è il quadro che abbiamo davanti, si capisce facilmente il risultato delle elezioni a Catania e anche la loro specificità rispetto a quelle politiche nazionali, in cui tale microsociologia del potere ha meno incidenza e valgono di più le opzioni generali. Ma a Catania, di fronte a una proposta della sinistra priva di prospettive complessive, incapace di entusiasmare e di infiammare i cuori e le menti degli elettori (specie di quelli che da tempo hanno scelto l’astensione), rinchiusa nel politicamente corretto e avvolta in un linguaggio forbito e colto, che promette efficienza, legalità e trasparenza, i particolarismi di una società frammentata finiscono per convergere nel sostegno a un sistema che lascia a ciascuno la possibilità di coltivare il proprio “particulare”, disinteressandosi del bene collettivo che, oltre ad essere assai ipotetico, avrebbe una scarsa incidenza sul destino dei singoli, e anzi ne minaccerebbe gli egoismi consolidati. Pereat civitas, purché io sia libero di fare ciò che mi aggrada; e quando avrò qualche bisogno particolare, troverò sempre la via della mediazione politica con qualche consigliere comunale o assessore disposto a darmi una mano, ben felice di aumentare così la propria influenza e clientela. E tale fenomeno interessa assai più i quartieri popolari e poveri, perché sono quelli che vivono di espedienti, che si “arrangiano” e lavorano in nero; o coloro che non pagano IMU o tasse locali e non vogliono una macchina comunale efficiente nel perseguire gli evasori.

Se le persone non credono più nella possibilità di un riscatto complessivo della propria condizione (quante volte è stato detto di voler operare a favore delle periferie degradate senza che nulla si sia mai fatto?) allora la cosa migliore da fare è cercare di cavarsela in qualche modo; e un’amministrazione adeguatamente inefficiente, sufficientemente permeabile alla domande dei “cittadini” o comunque non troppo esigente e interventista, è la soluzione migliore affinché ciascuno possa perseguire il proprio particolare vantaggio. In fondo, da questo punto di vista, il film di Ficarra e Picone L’ora legale è un trattato di sociologia applicata.


L’articolo di Francesco Coniglione è stato pubblicato da Volere la luna il 5 giugno 2023.


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