Raccattapalle o raccattaclic?
Il doppio fallo del marketing
A Madrid devono aver pensato che il tennis fosse una cosa troppo povera: due tennisti, una rete, una pallina, il pubblico, la terra rossa, il sudore. Troppo poco. Così qualcuno, in un momento di evidente ipoglicemia creativa, deve aver alzato la mano in una riunione marketing e detto: «E se a raccogliere le palline ci mettessimo delle modelle?». Silenzio. Poi, invece di chiamare lo psicologo competente, hanno applaudito.
Perché il tennis, evidentemente, non bastava. No. Serviva pure il contorno estetico. Serviva il corpo femminile messo lì, a bordo campo, non perché necessario allo sport, ma perché utile allo sguardo. Che è una cosa diversa. Molto diversa. E allora ecco la genialata: invece dei raccattapalle, le modelle. Così il pubblico guarda meglio, i social condividono, le foto girano, qualcuno commenta, qualcuno ingrandisce, qualcuno fa il brillante, qualcuno dice «ma dai, che male c’è?».
E infatti il problema comincia sempre da lì: da quel «che male c’è?». Che male c’è a trasformare una donna in arredamento sportivo? Che male c’è a mettere un corpo dentro una finalità che non richiede quel corpo, ma solo quell’immagine? Che male c’è a usare la bellezza come richiamo pubblicitario, come se fosse un cartellone luminoso con le gambe? Nulla, certo. Se uno ha deciso di non vedere. Perché qui nessuno sta dicendo che una modella non possa lavorare. Figuriamoci.
Ognuno lavora dove può e dove vuole, e ci mancherebbe pure che il tribunale morale dei social decidesse chi può stare a bordo campo e chi no. Il punto non sono loro. Il punto è l’idea. L’idea vecchia, stanca, ammuffita e con la naftalina addosso, secondo cui per rendere più interessante un evento sportivo bisogna aggiungere un po’ di carne esposta con eleganza. Eleganza, naturalmente, parola magica con cui nei secoli si sono giustificate le più squallide bassezze morali.
È il solito trucco: non si chiama mercificazione, si chiama marketing. Non si chiama sessismo, si chiama spettacolo. Non si chiama uso del corpo, si chiama immagine. E noi lì, tutti a fare finta che sia modernità. Ma quale modernità? È roba antica. Antichissima. È la stessa mentalità da calendario appeso nell’officina, solo con lo sponsor internazionale, la terra rossa e il pass per la tribuna autorità.
Poi magari gli stessi organizzatori fanno pure una campagna sulla parità, con lo slogan scritto in inglese perché in inglese anche l’ipocrisia sembra più professionale: Inclusion, Respect, well done! Via i sensi di colpa, la (mala) coscienza può andare a dormire sonni tranquilli. E allora sì, ci tocca parlarne. Non per moralismo, perché il moralismo è spesso solo ipocrisia con la cravatta. Parliamone per un minimo di decenza. Perché i corpi non sono decorazioni. Non sono accessori di scena. Non sono strumenti per aumentare l’audience.
Lo sport dovrebbe insegnare il rispetto del corpo: quello che si allena, che cade, che soffre, che sbaglia, che resiste, che vince o che perde. Non quello messo in vetrina perché qualcuno, da qualche parte, ha deciso che anche una pallina da tennis si raccoglie meglio se intorno c’è abbastanza bellezza da far rumore sui social.
Ecco, forse sarebbe il caso di ricordarlo a questo qualcuno: un raccattapalle deve solo raccattare palle. Non sguardi. Non clic. Non fantasie erotiche. Perché il punto è sempre quello: quando il marketing non sa più cosa inventarsi, apre il vecchio cassetto e dentro ci trova sempre la stessa idea: una bella donna messa lì a fare atmosfera. E poi la chiama glamour, esperienza, comunicazione. Noi la chiameremo più semplicemente palla fuori. Out. E pure di parecchio.
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