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Qui la meta è partire

Gesù non era uno scemo : La nonviolenza una scelta inderogabile / Giuseppe Morotti. - Roma : Edizioni La parola, 2023. - 194 p. - ISBN 978-88-95120-61-4.

di Evaristo Lodi - domenica 1 febbraio 2026 - 388 letture

Pronti a partire per un viaggio che molti sbeffeggiano come utopia?

Giuseppe Morotti ci conduce per mano in questo viaggio affascinante, pieno di citazioni di autori, più o meno noti, più o meno misconosciuti che vengono spesso mistificati per distruggere il valore storico e umano delle loro esistenze.

Per molti sembrerà anacronistico occuparsi di pace e nonviolenza ma qui la Nonviolenza (parola derivata dal sanscrito) e la Pace (dal latino) sembrano scritte con la lettera maiuscola. Sono 17 gli autori raccontati nella prima parte del volume, più un’affascinante descrizione minuziosa della celeberrima icona raffigurante la Trinità, del pittore medioevale russo Andrej Rublëv (1360 – 1430).

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Copertina di Gesù non era uno scemo, di Giuseppe Morotti

Nella seconda parte, l’autore pone l’accento sulla concretezza delle parole chiave nella nostra società, nel nostro tempo, che sembra aver perso la bussola nel tracciare il sentiero verso un mondo migliore. Si avverte la coscienza di attraversare un cambiamento d’epoca, di essere smarriti per i cambiamenti che ci minacciano e di non riuscire a vedere un futuro più umano, soprattutto per le generazioni che si stanno affacciando alla vita. Soprattutto c’è la Speranza, la Gioia di chi è cosciente di far parte di un progetto più grande e sconosciuto dell’esistenza.

In questi giorni mi è capitato di assistere a una conferenza di Raffaele Crocco dal titolo “Dopo la guerra, strade per ricominciare”. Il giornalista ha lavorato per lunghi anni in Rai e in testate importanti come Il Corriere della Sera, Il Manifesto, Liberazione, Il Gazzettino e Limes. Attualmente è l’ideatore e realizzatore dell’Atlante delle guerre e dei conflitti nel mondo. Anche in questo caso ho fatto un tuffo, privo di retorica, nella comprensione del nostro tempo, nell’esigenza di cambiare la prospettiva, il punto di vista, rispetto alla narrazione distorta che il sistema ci propina ogni giorno con l’obiettivo di renderci ciechi, indifferenti, inerti e proni al consumismo come se non ci fosse un domani, un futuro.

Sembra incomprensibile e insignificante ma, a un certo punto della sua analisi, Morotti si sofferma sul rapporto schizofrenico con il suo cane che oscilla fra violenza e gentilezza ma che lascia spazio all’amore e all’impossessarsi di nuovo del proprio tempo. “Mi prendo allora il tempo”. Da una prospettiva decisamente più incline al pessimismo, anche Giuseppe Ungaretti esplora questo terreno accidentato.

«Nelle cosce fumanti della terra mi scopro a ridere.
Addio desideri, nostalgie.
So di passato e d’avvenire quanto un uomo può saperne.
Conosco ormai il mio destino, e la mia origine.
Non mi rimane che rassegnarmi a morire.
Alleverò dunque tranquillamente una prole.
Quando un appetito maligno mi spingeva negli amori mortali, lodavo la vita.
Ora che considero, anch’io, l’amore come una garanzia della specie, ho in vista la morte
» [1]

Invece Giuseppe Morotti trasmette entusiasmo, gioia e amore in ogni pagina. Classe 1949, viene ordinato prete nel 1974, missionario in Iran per dieci anni nelle comunità cristiane che vivevano ai confini con l’Iraq, anche negli anni della guerra, della carneficina scatenata, come sempre, dalle potenze occidentali per arginare la fragorosa ondata sciita provocata dall’ascesa al potere, a furor di popolo, dell’Ayatollah Khomeyni. La rivoluzione, l’arresto e il ritorno in Italia. Dopo aver abbandonato l’abito talare, si è sposato e vive a Bolzano con la sua famiglia, continuando il suo lavoro in Diocesi.

Pochi esempi di autori raccontati:

«Devi vivere nel presente, tuffarti in ogni onda, trovare la tua eternità in ciascun momento.» Henry David Thoreau “Disobbedienza civile” (1849)

«Nell’era atomica è pazzesco pensare che la guerra possa essere strumento di giustizia» Giovanni XXIII°, Pacem in terris, 1963

“La coscienza non è uguale per tutti” Badshah Khan (1890-1982)

E qui vorrei aprire uno spiraglio di speranza per alimentare la coscienza di ognuno di noi. Non tutti siamo intrisi di quella narrazione distorta che il sistema ci propone riguardo alla violenza, al riarmo, ai migranti, ecc. In altri tempi e più prosaicamente Giorgio Gaber affermava che “La coscienza è come l’organo sessuale, o fa nascere la vita o fa pisciare” [2].

«Ogni guerra è fratricidio, oltraggio a Dio e all’uomo. O si condannano tutte le guerre, anche quelle difensive e rivoluzionarie, o si accettano tutte. Basta un’eccezione per lasciar passare tutti i crimini. […] La pigrizia, l’indifferenza, la neutralità non trovano posto nella Nonviolenza. […] La nostra arma di difesa è la giustizia sociale più che l’atomica.» Don Primo Mazzolari (1890 - 1959)

Non posso esimermi dal riportare queste frasi, mai così attuali:

«I veleni della chimica, gettati sulla terra e nelle acque per migliorare la natura, ormai ci tornano indietro: i depositi finali sono i nostri corpi. Ogni bene e ogni attività è trasformata in merce e ha dunque un suo prezzo: si può comprare, vendere, affittare. Persino il sangue dei vivi, gli organi dei morti e l’utero per una gravidanza in leasing. Tutto è diventato fattibile, dal viaggio interplanetario alla perfezione omicida di Auschwitz, dalla neve artificiale alla costruzione e manipolazione arbitraria di vita in laboratorio… […] Non basteranno la paura della catastrofe ecologica o i primi collassi o infarti della nostra civiltà, da Chernobyl alle alghe dell’Adriatico, dal clima impazzito agli spandimenti di petrolio sui mari, a convincerci a cambiare strada. Ci vorrà una spinta positiva […] La tua rinuncia alla forza e la decisione di metterti al servizio del bambino, ci offre una bella parabola della conversione ecologica e non violenta che oggi più che mai ci è necessaria». Alexander Langer (1946 – 1995) – Lettera a San Cristoforo (1990).

Morotti riassume sapientemente e attualizza il pensiero di Hanna Arendt: “la politica è dunque valorizzare il fatto che la condizione umana è una condizione di pluralità e di reciprocità. Politica è abbandonare l’isolamento protettivo della vita privata, della famiglia, del gruppo e dell’etnia per accettare il rischio dell’esposizione agli altri, per amore di un mondo abitato da persone uniche e diverse ma che si pongono in profonda relazione le une con le altre. [Pericoloso è non avere …] una idea propria, un pensiero o una stella propria, una meta che lo faccia avvertire come unico tra gli altri. Questa sua spersonalizzazione lo porta a non riconoscere più la distinzione basilare che c’è tra realtà e finzione, tra virtuale e reale, creando così le condizioni ottimali per quel totalitarismo capace di concepire e di compiere anche il più orrendo dei mali come se fosse una semplice banalità.

La banalità del male risiede nella nostra società. È studiata e progettata nei minimi dettagli. Risiedeva nel progetto scientifico della soluzione finale del nazismo, a cui gli italiani si assoggettarono pedissequamente. Le società democratiche occidentali, culla del capitalismo, hanno utilizzato un metodo scientifico per costruire la banalità dell’atroce, dell’incredibile, del disumano. Non basta ricordarlo, dobbiamo esserne coscienti [3].

Badshah Khan, già citato, “riuscì a costruire il primo esercito non violento della storia, addestrato professionalmente”. L’autore di questo volume non rimane mai nel mondo delle idee, nel mistico empireo cattolico, ma scende nel concreto, soprattutto nella seconda parte della sua opera quando ci descrive la sua “Comunione Universale e Cosmica meravigliosamente e grandiosamente decantata dal libro dell’Apocalisse come vera finalità della storia”. Vi sembra troppo teorico e teologico, completamente avulso dalla realtà? Niente di più sbagliato. Per proporre il suo progetto di Nonviolenza si affida agli indiani del nord America, a una spiritualità che proviene dal basso, dai semplici, piuttosto che dalle testimonianze di diversamente credenti, di spiritualità che posseggono altre culture, altre tradizioni rispetto alla nostra. Non è sincretismo, è Comunione, condivisione che non pone il proprio io davanti a tutto e a tutti.

La parola, la mistica di tantissime donne e di tantissimi uomini comuni. Una mistica feriale, naturale, spontanea, secolare, aconfessionale, laica semplicemente antropologica, universale”.

È come se ci fosse in noi una fame, un senso di vuoto da colmare che spesso cerchiamo di saziare ricorrendo a percorsi impervi, illusori e perfino peccaminosi”.

Morotti conclude il suo volume con il celeberrimo episodio di San Francesco e il lupo. Un santo che non è rimasto imprigionato nella sua ascesi ma che si è immerso nella realtà, trasformandola in un qui e ora che ha valore per chiunque e dovunque sul nostro pianeta. La trasformazione deve passare obbligatoriamente da un cambio di prospettiva, di punto di vista. Se comprendiamo il punto di vista del lupo, anche il punto di vista e la colpa del popolo di Gubbio balzano ai nostri occhi come evidenti. “La violenza non è pertanto solo quella del lupo, ma anche quella del popolo di Gubbio”.

Questo ribaltamento di prospettiva non è né teorico, né semplice, sembra essere ormai indispensabile e urgente.

Qui e ora la meta è partire [4].


Sinossi editoriale

La cosa che più mi preme di condividere è come il cammino della nonviolenza suggeritomi dal Cristo Gesù, da Gandhi, da Capitini e dai tanti altri e altre che abbiamo ricordato, se da un lato mi risulta esigente, scomodante fino ad arrivare a perforare le mie ferree armature, io lo stia avvertendo sempre di più come il mio vero cammino, quel cammino che mi fa sentire realizzato come uomo oltre che come cristiano, quel cammino che corrisponde al mio impulso, al mio desiderio più profondo. Un qualcosa di bello, un qualcosa di autentico e di vero. Direi di vero, proprio perché lo vedo e lo sento bello, in sintonia con il poeta John Keats che affermava: «Non posso avvertire qualcosa come veramente autentica e vera se non a partire dalla sua bellezza».


[1] Giuseppe Ungaretti, Lucca, poesia contenuta nella raccolta Allegria, 1931

[2] Il monologo di Giorgio Gaber.

[3] La zona d’interesse (The Zone of Interest), 2023, scritto e diretto da Jonathan Glazer, vincitore di due premi Oscar: miglior film internazionale e miglior sonoro. Nelle scene finali, girate all’interno della sale che i turisti attraversano quando si recano ad Auschwitz, ho notato una grave assenza che ci riporta alla banalità del male nei nostri giorni: coloro che oggi, nello stesso luogo, si scattano dei selfie sorridendo!

[4] Giuseppe Ungaretti, Lucca, poesia contenuta nella raccolta Allegria, 1931.


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