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Querele temerarie: assolti due giornalisti

È andata bene a Claudio Lazzaro e Paolo Frosina mentre la legge langue in Parlamento e i grossi giornali si preoccupano dello stress per avere seguito la rielezione di Mattarella

di Adriano Todaro - mercoledì 9 febbraio 2022 - 2226 letture

In Italia, si sa, vige la libertà di stampa riconosciuta anche dall’articolo 21 della Costituzione. Nella realtà, invece, questa libertà lascia a desiderare. Lo sanno bene quei giornalisti che ogni giorno debbono scrivere in punta di penna per non cadere nella mannaia di qualche potente e ritrovarsi fra capo e collo una bella denuncia per diffamazione che oggi si chiamano gentilmente «querele temerarie». Badate bene che non sto difendendo la categoria a prescindere, perché so benissimo che molte volte attraverso gli articoli c’è diffamazione ed è giusto che il diffamato si possa rivalere. Mi riferisco, piuttosto, a quei potenti (politici, industriali, case farmaceutiche, inquinatori vari ecc.) che per bloccare il lavoro dei giornalisti, per bloccare le loro denunce o inchieste fanno partire dai loro numerosi e cari avvocati una denuncia civile chiedendo risarcimenti milionari, cifre che il povero giornalista, soprattutto se precario e se non ha dietro di sé una grossa testata giornalistica con propri avvocati, non potrà mai pagare.

Qualche volta, però, ci sono anche buone notizie in questo senso. Anzi due buone notizie. La prima riguarda Claudio Lazzaro, giornalista che ha lavorato all’Europeo e al Corriere della Sera. Un esponente di Forza Nuova, nel 2011, lo aveva citato in giudizio, chiedendo 25.000 euro di risarcimento. Se si aggiungono le spese legali si arriva a una cifra notevole, che diventa una spada di Damocle per chi come Lazzaro, in quegli anni, produce e realizza documentari indipendenti, a basso costo, su temi non comodi, come Lega Nord, Berlusconi, sdoganamento politico della destra estrema ecc. Intanto guardate le date: si parte dal 2011 e la vicenda si conclude nel 2022. Significa che Lazzaro è stato per più di 10 anni “sospeso” in un limbo fatto di preoccupazioni per la cifra da pagare. Il 3 febbraio 2022, la Cassazione decide che Lazzaro non ha diffamato nessuno e, quindi, non deve versare 25 mila euro di risarcimento, che non «ha arrecato grave danno economico» a un esponente di Forza Nuova.

Claudio Lazzaro, nel 2008, aveva prodotto un Dvd per Feltrinelli dal titolo “Nazirock”, trasmesso più volte da Sky. «Nel film ‒ racconta Lazzaro ‒ a un certo punto, nel corso di un’adunata di Forza Nuova, si esibiva sul palco un pessimo cantante, che era anche un pregiudicato finito in carcere per l’aggressione a uno studente che aveva difeso in pubblico i valori della Resistenza. Aveva anche precedenti per porto abusivo di armi, violenze a pubblico ufficiale, fabbricazione di ordigni esplosivi, discriminazione razziale, ed era stato rinviato a giudizio per associazione a delinquere. Forza Nuova lo aveva candidato sia alla Camera, nel 2008, che alle comunali, nel 2007». Lazzaro inserisce l’intervista al cantante nel racconto di questa Woodstock della destra estrema, organizzata da Forza Nuova, in cui si alternano gli interventi di un condannato per la strage di Bologna, come Luigi Ciavardini, a quelli di nostalgici del nazifascismo provenienti da tutta Europa e dal Libano, con le esibizioni di gruppi rock che inneggiano alla Repubblica di Salò.

Cominciano minacce e intimidazioni nei confronti di Lazzaro e, in più, le librerie boicottano il Dvd e non viene proiettato nelle sale cinematografiche. Nel maggio 2015 il Tribunale di Roma, sezione proprietà industriale e intellettuale, decide che ha ragione il cantante. Racconta Lazzaro: «Tradotta dal ‘legalese’, la motivazione della sentenza dice grossomodo così: ‘Tu hai fatto informazione correttamente, non ti si può rimproverare nulla, ma siccome le notizie che dai finiscono per danneggiare tizio, allora tu tizio lo devi risarcire’». Lazzaro decide di dare battaglia, non paga, resiste. Nel giugno del 2016, gli arriva una raccomandata da Feltrinelli, che gli dà 15 giorni per saldare un debito di 25.393,70 euro più interessi. L’editore ha pagato il cantante e ora chiede il rimborso. Lazzaro decide di non pagare neanche Feltrinelli. A tirarlo fuori dai guai, interviene un giovane avvocato romano, Andrea Sangiorgio, che si impegna a fondo e fa vincere Lazzaro in appello e adesso in Cassazione.

E veniamo al secondo caso andato a buon fine. Il protagonista è il genovese Paolo Frosina, redattore de il Fatto Quotidiano. Frosina viene querelato dal sindaco della Spezia, Pierluigi Peracchini, che si riteneva diffamato dalle critiche espresse in un articolo pubblicato un anno prima. Infatti, il 3 maggio 2021, il Fatto Quotidiano pubblica un articolo di Frosina dal titolo “Festa Inter a Milano, precedente di La Spezia: folla in strada per la promozione in A e dopo 2 settimane prima zona rossa della 2/a ondata”. In questo articolo, il giornalista ha descritto e criticato il comportamento del primo cittadino in occasione della partita giocata il 20 agosto 2020, che ha decretato la promozione in serie A della squadra di calcio cittadina e dei successivi festeggiamenti durante la notte. Il giornalista ha ipotizzato una relazione fra la mancanza di disposizioni anti-contagio e l’aumento dei contagi da Covid 19 che, pochi giorni dopo la partita, ha comportato la decisione del sindaco d’imporre misure restrittive (zona rossa) in alcuni quartieri di La Spezia.

Nel novembre 2021 il pubblico ministero aveva chiesto l’archiviazione, ma il sindaco si era opposto, con una memoria del suo difensore. Il 27 dicembre 2021 il Giudice per le indagini preliminari del tribunale di La Spezia, Marinella Acerbi, ha archiviato la querela per diffamazione presentata a giugno 2021 dal sindaco Pierluigi Peracchini, stabilendo che il giornalista ha esercitato in modo corretto il diritto di cronaca e di critica. «I giudizi negativi sul sindaco della Spezia sono stati riportati evitando l’uso di espressioni tipiche delle manifestazioni di gratuita contumelia», ha scritto nell’ordinanza di archiviazione. Il giornalista era difeso dall’avvocato Cristina Malavenda, legale del Fatto, una delle persone più esperte in reati giornalistici. Paolo Frosina ha commentato: «Questa vicenda mi ha fatto vedere come funzionano le cose quando un cronista critica un certo tipo di politica. Se con un articolo dai fastidio a qualcuno, una querela può piombarti addosso, può essere vibrata come una mazza chiodata, allo scopo di intimidirti e infastidirti. Nel mio caso il querelante non ha neppure tentato di chiarire le cose attraverso il dialogo, non ha chiesto una rettifica. Si è rivolto direttamente al giudice. Per fortuna il giudice mi ha dato ragione. Devo ringraziare l’editore, che mi ha dato solidarietà e assistenza legale. Altrimenti avrei dovuto sostenere di persona queste spese, come accade a tanti miei colleghi».

È andata bene, per fortuna a Claudio Lazzaro e Paolo Frosina. Le querele per diffamazione immotivate come questa sono circa diecimila ogni anno e le cause per danni pretestuosi un migliaio ogni anno. E, intanto, il disegno di legge del senatore Primo Di Nicola, lui stesso giornalista, langue in Parlamento. Di Nicola vorrebbe introdurre una penale per chi cita in giudizio a scopo intimidatorio, senza solidi motivi. Ma questa legge, guarda caso, non riesce a passare. E a proposito di leggi e di Parlamento, mi viene in mente un articolo di Tommaso Ciriaco di Repubblica subito dopo la rielezione di Mattarella proprio sui giornalisti, sulla loro fatica nel seguire la rielezione: «E magari facciamolo un applauso alle centinaia di colleghi giornalisti che per giorni hanno sospeso la vita, messo da parte affanni, dimenticato sonno cibo famiglia per coprire questo incredibile estenuante esercizio collettivo di democrazia del Paese». E, magari, i giornalisti arrivati dovrebbero interessarsi meno delle loro buste-paga e più del diritto sulla libertà di stampa. Sarebbe un proficuo «esercizio collettivo di democrazia». E non sarebbe male anche «un applauso» a quei giornalisti che hanno «dimenticato sonno, cibo, famiglia», preoccupati di dover pagare migliaia di euro che non hanno, solo perché hanno dato fastidio a qualche potente.


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