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Quella volta che i poveri persero la guerra contro i ricchi

Dominio : La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi / Marco D’Eramo. - 4 ed. - Milano : Feltrinelli, 2021. - 252 p., [4] : br. ; 22 cm. - (Campi del sapere Feltrinelli). - ISBN 978-88-07-10554-8.

di Sergej - martedì 10 agosto 2021 - 1252 letture

C’è una vignetta nella serie di strisce de Il mago Wiz (Wizard of Id) ideata da Johnny Hart a partire dal 1964 in cui uno scalcagnato rappresentante della Commissione contadina per l’abolizione della povertà va dal re (piccoletto, seduto sul suo trono) e gli chiede: "Perché non avete dichiarato guerra alla miseria?". E il re, serafico dice: "Ma io l’ho fatto. E voi avete perso"

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voi avete perso

Il saggio di Marco D’Eramo Dominio : La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi, edito da Feltrinelli nel 2021, è uno di quei libri che dovrebbero essere letti da tutti. Soprattutto tra noi sudditi poveri e pezzenti, o anche solo giullari comici e cantanti.

Scrive D’Eramo: "già 14 anni fa uno degli uomini più ricchi del mondo, Warren Buffett, che a un inviato del “New York Times” disse candidamente: “Certo che c’è guerra di classe, ma è la mia classe, la classe ricca che la sta conducendo, e noi stiamo vincendo” (26 novembre 2006). Cinque anni dopo, nel 2011, Buffett ribadiva il concetto e affermava non più che i ricchi questa guerra di classe “la stavano vincendo”, ma che “l’avevano già vinta”: “Di fatto negli ultimi 20 anni è stata combattuta una guerra di classe, e la mia classe l’ha vinta. (…) Se c’è una guerra di classe, l’hanno vinta i ricchi”. E l’opinionista del “Washington Post” commentava: se una guerra di classe c’è stata in questo paese, è stata ingaggiata dall’alto contro il basso (from the top down), per decenni. E i ricchi hanno vinto”."

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Copertina di: Dominio, di Marco D’Eramo

"Negli ultimi cinquant’anni è stata portata a termine una gigantesca rivoluzione dei ricchi contro i poveri, dei padroni contro i sudditi, dei dominanti contro i dominati. Una rivoluzione che è avvenuta senza che ce ne accorgessimo, una rivoluzione invisibile, una “stealth revolution”, come l’ha chiamata la filosofa statunitense Wendy Brown, dove l’aggettivo stealth è ripreso dal linguaggio bellico, dall’aviazione militare: i bombardieri sono stealth se non si lasciano rintracciare dai radar."

Del resto, "basta osservare la sinistra occidentale: quel che ne resta è ormai totalmente thatcheriano, nel senso che ha fatto suo il famoso slogan “T.I.N.A” – There Is No Alternative – della Lady di Ferro, visto che ha interiorizzato il capitalismo finanziario globale come unico futuro pensabile per il pianeta: “È più facile pensare la fine del mondo che la fine del capitalismo”: così s’intitola il primo capitolo di Capitalist Realism del compianto Mark Fisher."

Il saggio si pone all’interno della discussione politica, nei movimenti e gruppi della ex Sinistra, ed è pieno di spunti, osservazioni, indicazioni su diversi argomenti specifici. Un libro da tenere sempre sottomano. Di fronte all’egemonia neo-liberista che fare? In questo interrogativo credo possa condensarsi un bel po’ della storia e del movimento (egemonia, neoliberismo, che fare...). D’Eramo, in un saggio molto interessante soprattutto nella prima parte - mentre nella seconda parte, pur mantenendosi ad alti livelli, vira verso forme di "editoriale" sui diversi temi contemporanei - dice: organizzarsi e rivoltarsi. La rivolta come punto di sbocco, nella spesso automatica risposta propria alla generazione attiva nel Settantasette. Ma qui, dato per scontata l’assenza o l’estrema debolezza del primo punto (le organizzazioni, le "nostre" fondazioni da contrapporre alle "loro" per la riconquista di una egemonia sociale: ma davvero si deve far così?), il dubbio storico del che cosa fare "dopo". Se nel "dopo" non c’è né il socialismo né il comunismo, termini entrambi entrati in crisi nel Novecento, per cosa dovrà lottare la nostra meglio gioventù?


"Riassumiamo in quattro parole il patto sociale tra i due stati. Voi avete bisogno di me, perché io sono ricco e voi siete povero; facciamo dunque un accordo tra noi: io vi permetterò che voi abbiate l’onore di servirmi, a condizione che voi mi diate il poco che vi resta per la pena che io mi prenderò di comandarvi.

Jean-Jacques Rousseau, Discorso sull’economia politica (1755)


Sinossi editoriale

Dai birrifici del Colorado alle facoltà di Harvard, ai premi Nobel di Stoccolma, Marco d’Eramo ci guida nei luoghi dove una guerra è stata pensata, pianificata, finanziata. Di una vera e propria guerra si è trattato, anche se è stata combattuta senza che noi ce ne accorgessimo. Lo ha riconosciuto uno degli uomini più ricchi del mondo, Warren Buffett: “Certo che c’è guerra di classe, e la mia classe l’ha vinta. L’hanno vinta i ricchi”. La vittoria è tale che oggi termini come “capitalisti”, “sfruttamento”, “oppressione” sono diventati parolacce che ci vergogniamo di pronunciare. Oggi “ci è più facile pensare la fine del mondo che la fine del capitalismo”.

La rivolta dall’alto contro il basso ha investito tutti i terreni: non solo l’economia, il lavoro, ma la giustizia, l’educazione: ha stravolto l’idea che noi ci facciamo della società, della famiglia, di noi stessi. Ha sfruttato ogni crisi, ogni tsunami, ogni attentato, ogni recessione, ogni pandemia. Ha usato ogni arma, dalla rivoluzione informatica alla tecnologia del debito. Ha cambiato la natura del potere, dalla disciplina al controllo. Ha imparato dalle lotte operaie, ha studiato Gramsci e Lenin.

Forse è arrivato il momento di fare lo stesso e di imparare dagli avversari. “Il lavoro da fare,” scrive D’Eramo, “è immenso, titanico, da mettere spavento. Ma ricordiamoci che nel 1947 i fautori del neoliberismo dovevano quasi riunirsi in clandestinità, sembravano predicare nel deserto, proprio come noi ora.”


L’autore

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Marco D’Eramo

Marco d’Eramo è nato a Roma nel 1947. Laureato in Fisica, ha poi studiato Sociologia con Pierre Bourdieu all’École Pratique des Hautes Études di Parigi. Giornalista, ha collaborato con “Paese Sera” e “Mondoperaio”, e collabora con “il manifesto”. Tra le sue pubblicazioni: Gli ordini del caos (manifestolibri, 1991), Via dal vento. Viaggio nel profondo sud degli Stati Uniti (manifestolibri, 2004), Moderato sarà lei (con Marco Bascetta, manifestolibri, 2008) e, con Feltrinelli, Il maiale e il grattacielo (1995), Lo sciamano in elicottero. Per una storia del presente (1999), Il selfie del mondo. Indagine sull’era del turismo (2017), Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi (2020).


Recensioni

Marco D’Eramo, giornalista del manifesto e persona di lunga esperienza nella sinistra italiana, ci offre un’interessante lettura di un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti ma a cui nessuno sta dando voce: la vittoria della classe padronale sulle rivendicazioni della classe lavoratrice, intesa questa in senso molto ampio. D’Eramo sostiene, con parecchi elementi a favore di questa tesi, che la destra conservatrice ha risposto ai moti libertari che hanno percorso gli anni ‘60 con una precisa strategia ideologica. Ha, in altre parole, finanziato la diffusione di un’ideologia antagonista rispetto a quella della sinistra e questa ideologia ha vinto: il nome complessivo di questa ideologia è Law and Economics, ovvero solo attraverso il rispetto delle leggi si possono avere successi economici. Questa forma mentis la vediamo all’opera in modo eclatante nella realtà americana, la cui opinione pubblica è trascinata in modo inconsapevole a sposare cause che vanno contro i propri interessi; l’Europa del resto non è certo rimasta indietro, basti pensare ai successi elettorali di Berlusconi dalla fine degli anni ‘90 e di Orban nell’attuale Ungheria. Tutto il movimento ideologico, che è stato finanziato occultamente dalle fondazioni americane (D’Eramo cita una miriade di nomi illustri, che figurano come magnati di interventi umanitari ma che, in realtà, non fanno altro che elargire le briciole), ha tenuto nascosti i propri presupposti, tanto che il popolo ritiene, a torto, che lo stato delle cose sia naturale, che la lotta di tutti contro tutti sia l’unico destino possibile: “Una manifestazione di questa illeggibilità (dei fondamenti) è la crescente opposizione popolare alle pensioni, alla sicurezza del lavoro, alle ferie e alle altre conquiste duramente ottenute nel settore del lavoro pubblico negli Stati Uniti” (p. 90). Una struttura ideologica che conduce i meno abbienti a ritenere giuste misure che tolgono diritti ad altri di poco più abbienti, ha evidentemente avuto partita vinta nella lotta contro la sinistra che vuole estendere universalmente tali diritti. Una volta formata un’ideologia che giustifica la disparità sociale (a proposito dei nomi illustri citati, ecco cosa troviamo a pagina 89: “Per Carnagie e i suoi epigoni la diseguaglianza è il principale beneficio apportato dalla civiltà”), in pochi passi i dominanti modificano le regole del fisco e della giustizia, a proprio vantaggio, riducono gli stanziamenti per l’istruzione e legano il popolo all’andamento generale tramite il debito; a causa della struttura ideologia un uomo indebitato non troverà il modo di liberarsi dal debito, se non sacrificando la propria vita a chi lo domina; e sempre nell’ottica dell’ideologia dominante, una liberazione è possibile solo attraverso la cultura. Togliere i finanziamenti alla scuola pubblica è funzionale al mantenimento dello status quo.

Il libro si lascia leggere in maniera molto lineare. Unendo la propria formazione di fisico con i successivi studi di filosofia ed economia, D’Eramo cerca di mostrare dove rischiamo di finire se non ci ribelleremo a quest’andazzo; e qui sta, a mio parere, il punto debole dell’argomentazione. Tutti i dati riportati vanno in un’unica direzione, il quadro d’insieme che ne esce è convincente, ma l’unica cosa che manca è un’ideologia alternativa. L’unico pensatore cui ci si possa rivolgere per uscire da questo stato di cose è, a detta dell’autore, Machiavelli, che nella sua opera sostiene che “le buone leggi nascono dai tumulti” (p. 205). Definendo non convincenti le argomentazioni di Piketty, che nel suo ultimo libro sostiene la necessità di una svolta politica verso una maggiore inclusività e parità sociale, D’Eramo pare richiedere un ritorno ad uno scontro di classe più deciso, meno affidato alle parole e più ai fatti, i tumulti appunto. Ma se la vittoria dei neo conservatori, radicalmente diversa dalle vittorie dei conservatori di fine ‘800 / inizio ‘900 – perché l’ideologia che giustificava tale vittoria aveva al suo centro una figura d’uomo ancora rispondente a principi non esclusivamente economici –, è una vittoria prima ideologica e poi nei fatti, dove andremo a finire se risponderemo con fatti privi di ideologia? Se i fatti, anche distruttivi nei confronti del sistema capitalistico, non si richiameranno ad una ideologia forte, che li doti di un senso che scavalchi l’immediato, tali fatti verranno derubricati in eccezioni inaccettabili e come tali da reprimere. I fondamenti resteranno illeggibili finché le classi popolari non si doteranno di una struttura teorica atta a leggerli e credo sia più probabile arrivarci con l’applicazione di nuove leggi con non con la semplice violazione delle vecchie.

fonte: SpazioTerzoMondo


I meccanismi del dominio / di Guglielmo Ragozzino

Come è stata costruita l’egemonia culturale e politica neoliberista? Come funzionano le gerarchie del capitalismo mondiale? La storia e la geografia del potere al tempo del neoliberismo sono esplorate nel libro di Marco d’Eramo ‘Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi’ (Feltrinelli).

Marco, il figlio di Luce D’Eramo è piovuto nella mia vita dal secondo piano di Via Tomacelli 146 (almeno ricordo così) dove lavorava a Mondoperaio, il mensile socialista, arrivando fin dentro al rinomato quinto piano del manifesto. Sapevo che aveva studiato fisica alla famosa Sapienza romana e poi sociologia con Bourdieu alla Sorbona. Pintor che aveva momentaneamente ripreso in mano il mani lo mise a capo di una pagina, la tre, intitolata all’Economia internazionale. Anticipare l’economia rispetto all’abitudininarie, solite cronache, politiche, pettegole nelle prime pagine degli altri quotidiani, questo l’intento; non solo, ma l’insistere con i compagni lettori che il capitalismo era uno solo e certamente internazionale era un impegno e un vanto per il quotidiano comunista. Oltre al capitano, Marco, la pagina tre aveva un unico soldato, ed ero io. Da un lato Valentino, direttore operativo del quinto piano, mi disse subito che mi pagava un mezzo tempo, ma beninteso per lavorare a tempo pieno. Marco dal canto suo aggiunse che doveva partire, subito, e per almeno tre mesi, verso la Germania, per un’inchiesta sulle grandi imprese tedesche che avevano fatto la guerra, spesso servendosi di schiavi nei “campi”; ed erano state sì denazificate, ma troppo spesso erano rimasti in attività Konzerne più grandi di prima. Mi lasciava un consiglio, di contare su Angela Pascucci che si occupava d’altro nel giornale e la promessa di un aiuto, un giovanotto, uno sconosciuto, immigrato di ritorno, che sarebbe arrivato dalla London School of Economics, tal Mario Pianta. Ancora non l’avevo capito, ma i paradossi, i colpi di scena, i salti mortali, semplici e doppi salti mortali per confondere e lasciare a bocca aperta gli interlocutori – per esempio i lettori – sono tra le spezie che arricchiscono la cucina di Marco.

Esaurita la leggenda, veniamo alla storia. La storia è quella della guerra continua tra ricchi e poveri, capitalisti contro proletari come si diceva nel millennio che è finito vent’anni fa. “Roba nuova”, direte voi, ironicamente. Tutti sanno che la guerra è stravinta dai ricchi. “Dominio“, l’ultimo libro di Marco d’Eramo, è però la storia di come sono andate le cose e perché hanno vinto loro e abbiamo perso noi. Una storia che ancora non c’era, in questi termini scientifici e approfonditi. Noi siamo l’intera popolazione mondiale di tutti i continenti e di tutti i colori: setto od otto miliardi di persone; loro sono i padroni, quelli che decidono ciò che gli altri devono o non devono fare e pensare, se vogliono sopravvivere. Ma non c’è l’internazionale dei padroni, il culmine segreto, una gigantesca Bilderberg a dare la linea, o così via. Loro sanno tutto, imparano il da farsi nelle università, nelle apposite accademie, nei centri di ricerca. Soprattutto è in quei posti esclusivi che selezionano le persone adatte e le adatte teorie.

Va chiarito che la capitale dei capitali è, per Marco, l’America, Wall Street e dintorni; mentre i vecchi imperi, Parigi, Londra, Tokyo, Mosca, sono fuori gioco; Bruxelles, l’Europa attuale, poi, conta pochissimo; nuovi arrivi – Africa, Asia, America latina – non se ne vedono; anche l’impero cinese vale solo per il futuro. Oggi è oggi; domani non è ancora arrivato. Ma non è una ripetizione aggiornata di un qualche Superimperialismo alla Kautsky.

Qui sono spiegate le tecniche della lunga presa del potere. “Dominio” spiega che è in errore chi crede ancora nel proletariato che spezza le catene e attacca il dominio dei capitalisti, dei proprietari, dei padroni della terra. Vero è proprio l’opposto: le masse sono sconfitte, per secoli, e in modo irrimediabile. C’è qualche suggerimento, verso gli ultimi capitoli del libro – duecento e più pagine, assai fitte, piene di insegnamenti e di vere e proprie sorprese – come quello di leggere finalmente tutto Machiavelli per cominciare a ribellarsi contro il dominio oppressivo, o l’altro di rifiutare una volta e per sempre la neolingua orwelliana che usiamo per parlare, per scrivere, per pensare. Programmi di difficile realizzazione, ma generosi e sinceri. Come anche di ricordare in ogni momento di essere tutti controllati, sempre e comunque, tanto Marco che scrive un gran libro, che io che cerco di recensirlo, dai vari google e facebook e instagram e amazon e così via. Il loro potere autocratico contro il nostro, clandestino o quasi.

Bomba, missili, droni, portaerei, carriarmati sono solo un aspetto della guerra totale e neppure il maggiore; conta molto di più l’ideologia. L’ideologia è insegnata sorprendentemente nelle principali scuole americane: Harvard, Yale, Princeton e così via. I maestri principali sono decine di cosiddetti premi Nobel dell’economia che insegnano tutti le stesse verità, in buona misura assemblate in centri di riflessione e ricerca esclusivi e protetti, ben noti e stimati nel mondo dei veri ricchi. Nota d’Eramo, di passaggio, che quelli onorati dal premio sono tutti sedicenti Nobel, perché l’inventore della dinamite non ha mai pensato a essi, non ha lasciato nulla per gli economisti che considerava privi di meriti, senza benemerenze da vantare nei confronti della società futura che sentiva di aver tanto offeso con la sua arma di massima distruzione e voleva risarcire; non “candidati” da lui, essi sono nominati con scelte, regole e denari propri dalla Banca statale di Svezia.

A tenere il contatto tra ideologia e facoltà universitarie infestate dai finti premi Nobel sono le Fondazioni. Le Fondazioni sono erette dai grandi nomi dell’industria e della finanza americani che buttano sul tavolo miliardi di dollari; non finanziano solo, secondo tradizione, biblioteche, sale da concerto e musei per sfuggire alla tassa sul reddito e ai rimorsi, ma cominciano a giocare la partita direttamente, là dove le idee si formano, quelle buone; e le altre, pericolose, vengono accantonate. Le nuove Fondazioni finanziano professori e studenti, ricerche e carriere e dunque indirizzano il retto pensiero e ostacolano di fatto il resto. Le Fondazioni, tutte in mano a facoltosi miliardari scelgono nei fatti gli insegnamenti e i corsi, e di conseguenza rettori e direttori di istituto e a scendere, professori, borsisti, studenti meritevoli. Tutto comincia quando un importante industriale, Olin, che produce la chimica “caustica” e le armi Winchester e ha già una Fondazione, vede un filmato nel quale un gruppo di giovani sbandati di colore assale con armi improvvisate e bottiglie e si impadronisce della sua università, la Cornell. Olin decide di rimettere le cose a posto. Ben presto Olin ha successo e si allineano grandi nomi americani come i famosi fratelli Koch che hanno dato luogo al movimento del Tea Party ai tempi di Obama, e ora sono stati i sostenitori di Donald Trump, puntando svariati milioni sulla sua riuscita. Costoro finanziano gli studi universitari con intenzioni precise, molto più mirate delle tranquille Fondazioni dei vecchi tempi come la Rockefeller e la Ford. D’Eramo affida a un generale molto noto anche nelle nostre periferie, il generale dei marines Petreus, una grande responsabilità. Petreus ha scritto un libro per spiegare che l’ideologia è un’arma decisiva e la narrativa l’accompagna necessariamente: “La più importante forma culturale da capire per le forze Coin (che qui significa counterinsurgency, non grandi magazzini) è la narrativa… “. Petreus probabilmente non sa che l’ideologia di lotta nasce dal pensiero di un famoso filosofo marxista, Althusser. Per uno strano arzigogolo della storia, Altuhsser ha inteso molti decenni prima quale sia la forza della ideologia, anzi il fatto che anche non volendo la si “respira”.

Uno dgli insegnamenti principali del sistema che chiameremo Petreus (ma d’Eramo indica molti altri autori e ricerche e libri per riferire puntualmente dei percorsi che portavano al risultato sicuro applicato alle Fondazioni e di lì ai Nobel e al derivato insegnamento dell’economia nelle più rinomate facoltà) è quello dello stato frugale, o per dirla con uno slogan più esplicito che arrivi diritto al cuore di ogni scelta politica, accademica, sociale, che espliciti il compito di “starve the beast”, affamare la bestia; spiegando che la bestia è lo Stato e naturalmente anche le sue spese in welfare. Il principio era ed è quello di togliere tutto il possibile allo Stato, lasciandogli solo, per ora, un po’ di responsabilità nell’ordine pubblico e contemporaneamente tagliare il welfare gradito o preteso dalle popolazioni in termini di sanità, istruzione, pensioni e tutti gi altri benefici tipici di uno Stato forte e benamato. Vi è poi un altro principio basilare nella guerra dei ricchi contro i poveri, e questa volta si tratta di un insegnamento che è entrato anche nel pensiero e nel linguaggio di chi crede di essere indipendente e contrario alla disciplina preminente nelle maggiori università americane; anche al di fuori di quegli ambienti si ragiona in termini di capitale umano, senza riflettere su quel che vuol effettivamente intendere. In ultima analisi per capitale umano s’intende il valore di ciascun umano: quello che sa e che fa e che è in grado di vendere sul mercato. Sul mercato si presentano dunque, nella nuova prospettiva, due capitalisti: uno, il solito, che compra forza-lavoro e un altro capitalista che vende la forza lavoro che possiede e mette su mercato. Due sul mercato; nel ‘Dominio’ spiegato da d’Eramo non vi sono vere differenze tra l’uno e l’altro, entrambi curano il proprio interesse individuale, senza che si frappongano coalizioni di ogni tipo, per esempio un sindacato, un partito. Non ci sono differenze: tanto l’uno che l’altro, tanto il padrone che l’operaio, o il commesso, o il bracciante, possono andarsene se trovano di meglio. Ed è inutile pensare che nella vita vera le cose non stanno proprio così.

Ma facciamo nostra una delle ultime pensate di Marco: “Ecco, Machiavelli l’ha detto: ‘le buone leggi nascono dai tumulti’”. Un lavoro titanico ci attende: imparare come si fanno i tumulti. “Ma ricordiamoci che nel 1947 i fautori del neoliberismo dovevano quasi riunirsi in clandestinità, sembravano predicare nel deserto, proprio come noi ora”.

Fonte: Sbilanciamoci.


Leggi anche: Roberta Carlini, una intervista a cura di Marco Marino.



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