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Quella fiaba chiamata Resistenza

Giovani liberi partigiani : Storie di ragazze e ragazzi in lotta per un futuro migliore / di Michela Ponzani. - Novara/Milano : De Agostini Libri, 2026. - 224 p., br. - ISBN 979-12-2122-101-5.

di Alessandra Calanchi - martedì 21 aprile 2026 - 216 letture

Conosco Michela Ponzani solo per averla “incontrata” in tv e in qualche evento a Roma, ma è come se la frequentassi da tempo. Ammirandola incondizionatamente, mi sono gettata su questo piccolo libro che ho trovato straordinario fin dalle prime pagine. Che ho letto, riletto, su cui mi sono commossa e indignata, tra le cui righe ho ritrovato racconti dei miei nonni e degli zii partigiani, lezioni di storia e aneddoti che hanno costellato la storia della nostra fragile repubblica – e anche le storie raccontate in famiglia.

Nel 1985, quando mi ero appena laureata, mio padre pubblicò per la casa editrice La Scuola un romanzo intitolato Ragazze in guerra, che raccontava un episodio di guerriglia partigiana accaduto sull’appennino tosco-emiliano a fine settembre 1944. Sono andata a cercarlo tra gli scaffali, finché non l’ho ritrovato: e così mi sono commossa due volte, perché le due giovani protagoniste dai nomi fittizi (Nadia e Dea) dialogano idealmente con i nomi delle vere partigiane che troviamo nel libro di Ponzani, anche se in una parte diversa d’Italia. Oggi si trova ancora in rete, dove viene definito “libro per la scuola media”.

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Copertina di Ragazze in guerra, di Giuseppe Calanchi

Mi chiesi allora, nel 1985, perché mio padre avesse abbandonato il genere western che lo aveva accompagnato per tanti anni (sotto pseudonimi americani, come si usava al tempo) per tornare, non più giovane, alle radici della sua giovinezza e dei suoi traumi. Un fratello morto in guerra, un ragazzo ebreo nascosto in casa, e l’incomprensione assoluta per quanto gli accadeva introno – le colonie, le leggi razziali, i rastrellamenti. Forse per rimuovere tutto questo si era lanciato su un genere molto in voga negli anni Sessanta; forse si era illuso che l’America dei cow boys e degli “indiani” potesse regalare un’alternativa all’atroce realtà; che le praterie fossero meglio dei campi di concentramento. Ma la memoria tornava a ripresentarsi, come a presentargli il conto; ed ecco che, dopo un paio di western un po’ diversi dai precedenti (e firmati da lui), scrisse prima Ragazze in guerra e poi Operazione Orne. La notte dell’invasione (De Agostini 1987).

Ma voglio parlare del libro di Ponzani, che esce per la stessa De Agostini quasi quarant’anni dopo. Un libro definito “per ragazzi” ma adatto a ogni età; un libro che dovrebbe essere diffuso in tutte le scuole; un libro che parla del Vangelo ma anche di Primo Levi, di “manigoldi armati di pugnale e manganello” ma anche di una Resistenza combattuta “contro il patriarcato e contro le gerarchie”. Quasi ogni capitolo è dedicato a una persona: Rosario Bentivegna, Teresa Mattei, Giorgio Marincola, (il “partigiano nero”, colpito alle spalle a 21 anni), Tina Anselmi (“Gabriella”, dal nome dell’arcangelo Gabriele, il messaggero, prima donna ministra – del Lavoro e della previdenza sociale prima, e della Sanità poi). E ancora Bianca Guidetti Serra (“la rossa”), Ada Prospero Gobetti, Emanuele Artom, Gigliola Pierobon, fino a Ughetto Forno (il “partigiano bambino”) e a Caterina Martinelli, uccisa quand’era incinta di otto mesi e madre di altri cinque figli piccoli. Sullo sfondo vediamo scorrere la città di Roma: San Lorenzo, la Garbatella, l’Aniene, il cimitero del Verano, il Portico d’Ottavia… e pare strano, oggi, veder sciamare i turisti là dove cadevano “piogge di bombe”; dove cinquantamila persone vennero espulse da scuole, università e pubblica amministrazione; dove “una valanga di sangue e morte” si riversò nel Policlinico il 19 luglio 1943, dove oltre mille ebrei furono deportati il 16 ottobre 1943…

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Copertina di Giovani liberi partigiani, di Michela Ponzani

I protagonisti di questo libro sono tutti giovani e/o giovanissimi/e. Ragazzi e ragazze che frequentano scuole dove viene loro insegnato che gli italiani non devono mescolare il loro sangue con quello delle “razze inferiori” e che “L’incrocio con gli africani è un attentato contro la civiltà europea”. Ma, per fortuna, esistono anche professori che vogliono sviluppare il senso critico dei loro studenti: è il caso di Pilo Albertelli, che verrà catturato, torturato e infine massacrato alle Fosse Ardeatine insieme ad altri 334 ostaggi il 24 marzo 1944. E quante ragazze, quante donne compaiono in queste pagine. Ragazze, donne, madri, presenze fondamentali nella Resistenza nonostante la loro posizione discriminata (non possono votare, non possono divorziare, e se vengono ammazzate si può invocare il “delitto d’onore)”. A tutte loro noi dobbiamo essere grate ogni singolo giorno, ogni singolo minuto.

Colpisce di questo libro la mancanza totale di retorica, di banalizzazione, di ambiguità. Colpisce anche l’assenza di una volontà esplicita di rivendicazione (penso ad esempio ai lugubri appelli di Acca Larentia). L’assenza di rabbia. Ponzani ha una prosa tanto elegante quanto minimalista. E racconta i fatti. Solo, semplicemente, i fatti. Ma ogni singolo fatto, ogni singolo nome, brucia più del fuoco.

Voglio concludere con le prime parole del libro, con cui l’autrice si presenta: “sono la nipote di un sopravvissuto, che un tempo chiamavano partigiano […] un pomeriggio, nel salotto di casa sua, il racconto di quella fiaba chiamata Resistenza mi insegnò due cose importanti: a disobbedire e a scegliere”.


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