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Quella cosa chiamata Comunità rurale diffusa

L’articolo su: Comunità rurale diffusa: socialità e difesa del territorio, è di Andrea De Lotto (Pressenza).
di Redazione - venerdì 22 gennaio 2021 - 1050 letture

Siamo animali sociali. La solitudine non piace quasi a nessuno. E’ da questa importante molla che poco più di tre anni fa un gruppo di persone trasferitesi in momenti diversi nelle campagne della zona di confine tra Lazio, Umbria e Toscana, nei pressi del lago di Bolsena, cominciano a cercarsi. Hanno lasciato città vicine o lontane, amano la terra, hanno voglia di cambiare vita, ma il desiderio è quello di condividere questa esperienza rurale. E’ così che, tramite il semplice passa parola, nasce un bel gruppo di persone, almeno 60, che cominciano a riunirsi, a incontrarsi, a conoscersi. Dopo un po’ non sono solo “forestieri”, ma anche autoctoni, spesso giovani. L’idea è quella di stare insieme, organizzare delle giornate dove si parla, ci si ascolta, si mangia insieme e si comincia a progettare.

E’ Federica Albanese Ruffo, 36 anni, mamma di Semilla, tre anni, a raccontarmi della Comunità rurale diffusa. Sei anni fa si trasferiscono da Roma, lei e il suo compagno, prendono una casetta in affitto e un paio di ettari di terra che cominciano a lavorare. Scopriranno così che ci sono altri come loro, il cerchio si allargherà e soprattutto si consoliderà.

“Se il primo obiettivo era la socialità, in breve abbiamo anche messo in comune problemi e desideri. Come coltivare, come farlo al meglio, come vendere i nostri prodotti, come aiutarsi nei momenti di lavoro più pesante. Un’assemblea orizzontale, dove ognuno dà il suo contributo, dove l’unione fa la forza. Nascono i primi mercati, che diventano regolari e sempre più conosciuti e nascono il bisogno di approfondire alcuni temi, lo studio in comune, l’autoformazione. Si consolidano queste due anime: quella più pratica (i mercati, l’informazione sul territorio, la tutela ambientale, la produzione agricola) e quella più introspettiva (la crescita personale, la convivialità, il raccontarsi).

La nostra zona, un po’ come in tutto il mondo, vede sempre più la presenza di coltivazioni dove i pesticidi si sprecano. Urge sempre più mettere in discussione questo sistema di produzione e soprattutto far capire ad altri i rischi per la salute che questo comporta. Qualche foglio da distribuire, qualche opuscoletto. I nostri Mercati Contadini (prima del Covid) erano forti momenti aggregativi; c’erano laboratori, incontri, musica e poi un pranzo sociale di cui abbiamo nostalgia. Ora ci dobbiamo accontentare del mercato, ma le relazioni ci sono e si sono consolidate. E’ tutto vivo e aspetta solo di ripartire.

A suo tempo abbiamo organizzato anche flash mob. Siamo preoccupati per l’avanzamento delle piantagioni dei noccioli per l’industria. Non sono semplici alberi da frutto. Devono rispettare canoni che vuole l‘industria, un nome su tutti: Ferrero. Nocciole belle, uguali, perfette. Non si ottengono senza quintali di pesticidi. E così siamo andati a vedere cosa era successo al lago di Vico, non lontano da dove stiamo, un lago che soffre enormemente per i prodotti usati nelle circostanze. Ecco il futuro che rischia il lago di Bolsena.

Correre ai ripari, fare informazione, allertare le amministrazioni. Molte persone capiscono e si uniscono. Non siamo più solo piccoli produttori agricoli, ci sono anche cittadini che vivono d’altro, ma hanno capito che l’ambiente è una questione di tutti e tutte.”

Non sono ingenui, hanno i piedi ben per terra. Sono preoccupati anche per una centrale geotermica che dovrebbe sorgere nei pressi del loro lago. “Meno male…. a volte le lungaggini burocratiche servono”. E intanto si informano e fanno circolare quello che capiscono.

Federica usa la parola “comunità”; mi dice che la usano spesso e molti chiedono loro se “vivono insieme”. Deve spiegare: “Siamo una comunità, anche se diffusa, sparsa sul territorio. Ci incontriamo almeno una volta al mese; tra sole donne abbiamo anche trattato il tema del patriarcato e invitato gli uomini a riunirsi tra loro, è utile. Hanno iniziato.” Le scappa anche il termine Utopia. Crede che non capisca, invece è chiarissima.

“Insomma, abbiamo scoperto che altri pensavano quello che pensavamo noi. Nel raggio di una cinquantina di chilometri abbiamo adesso tanti luoghi, tante case dove ci siamo incontrati, ruotando, per conoscerci. E grazie ai mercatini e ai Gruppi di Acquisto Solidale, si vende tutto. Certo, si vive con poco, ma siamo una fucina di idee e mettiamo in pratica la famosa “decrescita felice”. Puntiamo su rapporti umani, legami forti, fiducia, sincerità e poi le nostre “battaglie”.

Non c’è nulla di meglio che guardare il loro sito per saperne di più. Sito che è stato frutto di discussioni in lungo e in largo, come tutto… nulla nasce dal nulla!

http://www.comunitaruralediffusa.org/

Dal testo della chiamata a raccolta alla prima assemblea della CRD, luglio 2017: “Forse siamo ancora in pochi nelle campagne, ma in tanti credono in una trasformazione, in una comprensione tra gli esseri umani. In questa giornata d’incontro vogliamo dire che esistiamo, che ci siamo, che ci stiamo provando. Ancora in ordine sparso, sicuramente non coordinati, ma forse è arrivato il momento di raccoglierci e identificarsi. Il prossimo 9 luglio vorremo invitarvi a traghettare le nostre idee sull’ipotesi di una nuova rete di relazioni sociali all’interno di piccoli nuclei di ruralità, attraverso un potente metodo di comunicazione: la nostra parola.”


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L’articolo di Andrea De Lotto è stato pubblicato da Pressenza.



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