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Quei treni che viaggiavano di notte

Migliaia, forse milioni di uomini e di donne, famiglie intere, generazioni dopo generazioni hanno attraversato i binari di quell’ormai storico Tronco Sud, diretti comunque oltre Bologna: Milano, Torino, il Veneto, e ancora più su, la Germania, la Svizzera, la Francia...

di Armando Lostaglio - mercoledì 28 novembre 2012 - 3602 letture

L’Italia per noi cominciava a Foggia. Si partiva alle nove di sera da quella stazione approdo e partenza per quei tanti che la raggiungevano dalla parte nord della regione, da Potenza in su, ma anche dall’Alta Irpinia e dall’Alto Bradano. Una stazione come tante altre, poco accogliente, dove oggi non c’è più nemmeno la sala d’attesa; ma da sempre quella stazione rimane il punto iniziale dei lunghi viaggi verso il nord. Migliaia, forse milioni di uomini e di donne, famiglie intere, generazioni dopo generazioni hanno attraversato i binari di quell’ormai storico Tronco Sud, diretti comunque oltre Bologna: Milano, Torino, il Veneto, e ancora più su, la Germania, la Svizzera, la Francia. La partenza, da farsi subito la croce: una notte lunghissima, spesso insonne, o da risvegliarsi con le ossa rotte; vagoni a scompartimento con sedili che si allungavano al punto da respirare gli odori consueti delle estremità del prossimo. Viaggiatore anche lui, emigrante anche lui, o familiare di chi aveva trovato fortuna in quell’altrove già tempo prima. Le cuccette erano costose, di più i vagoni-letto.

Ora quei treni della notte non ci sono più, sono costosi, le cuccette non rendono e meno ancora i vagoni-letto. Di notte viaggiano ormai solo le merci. Da Foggia ce n’è solo uno per Milano. Per il resto, il cambio d’obbligo è la stazione di Bologna, quella ferita a morte, oltraggiata in quell’agosto dell’80, mentre ci passavano migliaia di emigranti di ritorno al sud per le ferie. Ora a Bologna si arriva a notte fonda, che non è ancora l’alba. E lì si aspettano le coincidenze per le altre destinazioni. Quei treni della notte avevano nomi persino poetici: treno del Sole, Freccia del Sud; quei treni hanno cucito una nazione, era un servizio universale a tutti garantito, si discuteva in quegli scompartimenti fino alla noia; si mangiava, si dormiva, si curiosava, erano in pochi a leggere ma si poteva fare anche altro. “Il treno è l’unico posto al mondo dove un povero può sedersi per parlare e pensare; è l’unico posto in cui può sentirsi borghese”. Lo scriveva il secolo scorso un pensatore anarchico, Llawgoch.

La politica dei tagli ha reciso prima i “rami secchi” (chi ricorda più le Ferrovie Ofantine”?); poi è toccato ai treni della notte. E con questi si è interrotta anche una letteratura e un cinema che si nutrivano di viaggi notturni. Agatha Christie ha fatto risolvere al suo Poirot diversi omicidi in quel Orient Express, mentre Totò litigava con l’onorevole Trombetta in quel vagone a cuccette; in “Intrigo internazionale” Hitchcock fa entrare in galleria Cary Grant ed Eva Marie Saint. Sempre fra una galleria e l’altra il timido soldato Nino Manfredi occhieggia la bella vedova dalle gambe velate di nero, prima che si faccia notte.

Avevano un loro fascino le luci notturne degli scompartimenti che sfrecciavano fra case illuminate e stazioni sonnolenti, brughiere nebbiose quando si arrivava in Pianura Padana, piatta e algida, talvolta ostile. Ora tutto è cambiato, i treni lunghi viaggiano di giorno perché in viaggio si possa lavorare, computer e cellulari sempre accesi; di notte viaggiano i bus a lunga percorrenza.

E’ la fine di un’epoca. A quei viaggiatori di un tempo vanno le note e i versi di Fossati, “ I treni a vapore”.



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