Quattro anni di guerra in Ucraina: la speranza non si arrende

Quattro anni fa, il 24 febbraio 2022, l’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina ha aperto una ferita che non si è più richiusa.

di Amnesty - mercoledì 25 febbraio 2026 - 330 letture

In questi quattro anni, attraverso i nostri team di ricerca sul campo e da remoto, abbiamo documentato attacchi contro la popolazione civile, bombardamenti indiscriminati, uccisioni illegali, torture e sparizioni forzate. Abbiamo raccolto centinaia di testimonianze, verificato prove, pubblicato rapporti perché nessuna violazione venisse nascosta sotto le macerie.

Dietro ogni documento che abbiamo prodotto ci sono persone e storie. Come Lera, una delle nostre colleghe di Amnesty International in Ucraina. È madre di un bambino che ha imparato a riconoscere il suono delle sirene prima ancora di quello delle campanelle di scuola. Insieme vivono in un palazzo senza riscaldamento, con temperature sottozero e dormono in corridoio, lontano dalle finestre, per proteggersi dalle eventuali schegge che potrebbero colpirli dopo un attacco. Nonostante tutto, ogni giorno raccoglie le storie di chi ha perso tutto.

"Lavoro con le famiglie dei prigionieri di guerra. Una donna, malata terminale di cancro, ha atteso più di tre anni il marito, tenuto dai russi senza dare sue notizie. Quando alla fine c’è stato lo scambio di prigionieri, ha pubblicato la foto di loro che si baciavano con la scritta “Abbiamo vinto”. Ecco come io intendo il verbo vincere: rimanere esattamente le persone che siamo pur se nelle peggiori condizioni possibili, non permettere a nessuno di cambiare ciò che siamo, ciò che amiamo, il luogo dove viviamo. Non abbiamo progetti a lungo periodo. Le nostre speranze sono semplici: sopravvivere a questo inverno, tenere in vita le persone che amiamo, avere giustizia anche se ci vorrà del tempo." Lera Burlakova, coordinatrice della comunicazione e delle campagne di Amnesty International Ucraina,

È in mezzo a quelle condizioni che noi di Amnesty International continuiamo a lavorare. Non da un ufficio sicuro, ma accanto alle persone colpite, nelle stesse strade, negli stessi rifugi, nelle stesse notti segnate dalle sirene.

Sotto le bombe, tra il freddo e i blackout, il lavoro per i diritti umani non si è mai fermato. Il tuo contributo oggi significa più ricerca sul campo, più testimonianze raccolte, più pressione su governi e istituzioni perché le responsabilità vengano accertate e le persone colpite ottengano giustizia. Non lasciamo che il silenzio copra quello che sta accadendo.

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