Quanto crescono le multinazionali?
2026: il potere delle multinazionali cresce mentre gli Stati arretrano. Su Top 200 il rapporto di Francesco Gesualdi.
C’è una domanda che attraversa la politica, l’economia e perfino la democrazia del nostro tempo: chi detiene davvero il potere globale? La sedicesima edizione di Top 200 – La crescita del potere delle multinazionali, curata dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo e coordinata da Francesco Gesualdi, prova a rispondere con numeri, bilanci e confronti internazionali. Il risultato è il ritratto di un mondo nel quale le grandi imprese transnazionali concentrano una quota crescente della ricchezza, influenzando non solo i mercati, ma anche le scelte politiche, tecnologiche e militari.
Il dossier, riferito ai dati economici del 2025, analizza le prime 200 multinazionali del pianeta e le mette a confronto con le principali economie nazionali. Ne emerge una realtà impressionante: circa 320 mila multinazionali controllano l’80% del commercio internazionale, mentre le prime 200 da sole rappresentano il 16% del fatturato complessivo delle imprese che operano oltre i confini di un singolo Paese.
Profitti in crescita, ricchezza sempre più concentrata
L’aspetto più significativo non è soltanto la dimensione economica, ma la velocità con cui essa cresce. Negli ultimi dieci anni i ricavi delle grandi multinazionali sono aumentati del 57%, mentre gli utili sono esplosi del 137%. Ciò significa che la concentrazione della ricchezza procede molto più rapidamente della stessa espansione dell’economia mondiale.
A dominare la classifica per fatturato è Amazon, con 717 miliardi di dollari. Un’ascesa che fotografa la trasformazione dell’economia digitale: nel 2015 il colosso fondato da Jeff Bezos occupava appena il 44° posto. Seguono Walmart e la cinese State Grid, mentre sorprende la scalata di UnitedHealth Group, passata dalla 149ª alla quarta posizione in appena un decennio.
Se però il criterio diventa il profitto, il panorama cambia radicalmente. A guidare la graduatoria è Alphabet, protagonista assoluta nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, con 132 miliardi di dollari di utili, davanti ad Apple e al gigante energetico saudita Aramco.
Gli Stati Uniti restano il cuore del capitalismo globale
L’egemonia statunitense appare evidente. Delle prime 200 multinazionali, 63 hanno sede negli Stati Uniti e realizzano oltre 11.700 miliardi di dollari di fatturato, pari a circa il 41% del totale. La Cina segue con 46 imprese e quasi il 23% dei ricavi, mentre Giappone, Germania e Francia completano il gruppo delle grandi potenze industriali.
L’Italia compare soltanto con ENI ed ENEL, che insieme rappresentano appena lo 0,6% del fatturato complessivo delle Top 200. Un dato che testimonia la progressiva marginalizzazione del sistema produttivo italiano nei settori dominati dai grandi gruppi globali.
Quando le imprese superano gli Stati
Il confronto più eloquente riguarda il rapporto fra multinazionali e governi. Tra le cento maggiori entità economiche del pianeta, 59 non sono Paesi ma imprese private, mentre solo 41 sono Stati nazionali. Ancora più sorprendente è il dato relativo alle prime 25 società: il loro fatturato complessivo supera il gettito fiscale degli Stati Uniti, la più grande amministrazione pubblica del mondo.
Amazon e Walmart, considerate singolarmente, generano ricavi paragonabili alle entrate tributarie di grandi nazioni come la Spagna o l’India. Il messaggio del CNMS è chiaro: il potere economico delle corporation non può più essere analizzato separatamente dal potere politico.
L’intelligenza artificiale come nuova filiera del potere
L’edizione 2026 non si limita alle classifiche finanziarie. Una parte consistente del volume è dedicata alla catena produttiva dell’intelligenza artificiale, dalla produzione dei semiconduttori ai grandi data center fino alle piattaforme che controllano dati e algoritmi.
Gesualdi evidenzia come l’IA non rappresenti soltanto un’innovazione tecnologica, ma una nuova infrastruttura di potere, sempre più intrecciata con applicazioni militari, sorveglianza e controllo dell’informazione. Parallelamente cresce anche l’opposizione sociale ai giganteschi data center, accusati di consumare enormi quantità di acqua ed energia in territori già segnati dalla crisi climatica.
Le nuove élite tecnologiche e la crisi della democrazia
Uno degli approfondimenti più originali riguarda quella che il dossier definisce la “tecnologia nera”: l’emergere di una parte dell’élite finanziaria e digitale che sostiene pubblicamente posizioni autoritarie, xenofobe e antidemocratiche, esercitando una pressione crescente sulle istituzioni attraverso il controllo delle piattaforme e delle infrastrutture digitali.
Il rapporto analizza inoltre la retromarcia europea sulle politiche ambientali, interpretata come il risultato dell’intensa attività di pressione esercitata da grandi gruppi industriali, e dedica un capitolo alla nuova proprietà del quotidiano La Repubblica, passata dalla famiglia Agnelli a investitori greci con la partecipazione di un fondo sovrano saudita, come esempio della crescente finanziarizzazione del sistema mediatico.
Ucraina: chi vince e chi perde
Le pagine finali propongono una lettura controcorrente dei quattro anni di guerra in Ucraina. Più che sugli equilibri militari, l’analisi si concentra sui beneficiari economici del conflitto. Tra i principali vincitori vengono indicate le grandi industrie degli armamenti, dell’energia e della finanza internazionale; tra gli sconfitti, innanzitutto le popolazioni civili, i lavoratori e le economie europee maggiormente esposte all’aumento dei costi energetici e alla militarizzazione della spesa pubblica.
Il dossier si chiude con un richiamo culturale e morale: la poesia Pietà per la nazione di Lawrence Ferlinghetti e il rimando alla canzone Povera patria di Franco Battiato, quasi a suggerire che la critica dell’economia globale non possa essere separata dalla difesa della dignità umana e della democrazia.
Più che un semplice annuario economico, Top 200 2026 si presenta così come uno strumento di lettura del nostro tempo: un invito a interrogarsi su chi governi realmente la globalizzazione e su quale spazio resti alla politica di fronte alla crescente concentrazione del potere nelle mani di poche, gigantesche multinazionali.
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