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Quanta strada dovrà percorrere un uomo...

La guardai un attimo. Aveva le mani strette una nell’altra, come chi cerca una scusa per esistere.

di Giuseppe Pellizzeri - lunedì 16 marzo 2026 - 281 letture

Il tergicristallo sbuffava piano, come un vecchio che prova a masticare senza denti, mentre lei si sistemava sul sedile con quella cura che hanno solo le persone abituate a chiedere permesso anche all’aria. Faceva attenzione a non bagnare niente, come se la mia macchina fosse un salotto buono e io uno che invita ogni giorno i cardinali a prendere un tè.

Parlava a mezza voce, più per pudore che per mancanza di fiato. Raccontava che da Alì ad Allume lei ci andava tutti i giorni a piedi, storie di liti familiari non risolte, perché le galline mica aspettano il bel tempo per mangiare, e poi c’era da controllare l’orto, il limone malato, il cancello che cigolava, il gatto del vicino che non rispettava i confini. L’ombrello, diceva, era morto al ritorno, al primo soffio di vento e la pioggia non faceva sconti. Mani alzate ma nessuno sguardo benevolo. Uomini e macchine di corsa. Una storia così, detta con quella calma rassegnata che hanno certi vecchi muli di campagna, quelli che non ti chiedono mai nulla ma intanto partono sempre, docili e mansueti, perché sanno che quello è il loro destino.

Io annuivo senza fiatare. Il traffico era sparito e la pioggia si era fatta insistente, quasi ad accusarmi e a farmi dire che sì, ero proprio uno stronzo, irrecuperabile. Ogni tanto lei lanciava un’occhiata alla strada, come se temesse che stessi perdendo tempo per colpa sua. E io invece pensavo alla mia bella diffidenza di prima, alla scocciatura di dovermi fermare, alla lista delle cose da fare che mi ballava in testa come una tassa non pagata. A un certo punto lei disse che non voleva disturbare, che, se preferivo, la potevo lasciare al bivio e il resto lo faceva a piedi. Lo disse con la stessa convinzione con cui un bambino dice “non ho fame” mentre guarda la vetrina di una pasticceria. Fu lì che mi partì quella fitta, proprio nel punto in cui di solito tengo la presunzione. Una puntura secca. Sgradevole e meritata. Cazzo, se era meritata.

La guardai un attimo. Aveva le mani strette una nell’altra, come chi cerca una scusa per esistere. E più lei parlava, più io mi sentivo uno stronzo, di quelli che se la tirano a fare gli eroi in studio e poi, fuori, si seccano se c’è da fare qualcosa, dare un passaggio, soccorrere in mare qualcuno, non prevista dal proprio ordine mentale.

Così provai a recuperare di fronte al tribunale della mia coscienza dicendo che no, nessun problema. L’avrei portata fino ad Alì, che tanto ero di strada, e lei fece un sorriso che sembrava il primo dopo parecchi chilometri di solitudine. Un sorriso timido, corto, quasi non volesse occupare spazio. Invece ne occupò, e come, nella mia mente, togliendolo a quella forma di disordine morale che è avere il proprio interesse al primo e unico posto nella scala dei valori.

Il resto del tragitto lo facemmo in silenzio, ma un silenzio buono, quello che non pesa. E quando scese, dandomi la mano e ringraziandomi come se le avessi regalato una settimana al mare, io quella mano gliela strinsi forte e poi, sussurrando piano perché non potesse sentirmi le dissi: scusami… E me ne andai, mentre la voce dolente e accusatoria di Bob Dylan mi rimbalzava in testa ”Quanta strada dovrà percorrere un uomo prima di essere chiamato uomo?"


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