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Quando soffia il vento della discarica

di Sergej - lunedì 28 ottobre 2019 - 568 letture

Oggi ci tocca leggere e persino dire qualcosa sulla sconfitta che il centro-sinistra ha subito nelle elezioni regionali in Umbria. Regione “rossa” o “rosa” che dir si voglia da mezzo secolo, ha fatto parte della rinomata triade di “regioni rosse” in mano al PCI in epoca di Prima Repubblica. Fiore all’occhiello della buona amministrazione del PCI a livello locale, assieme a Emilia Romagna, Toscana e (a volte) anche Roma (ai tempi di Petroselli insediatosi nel 1979 e morto nel 1981). All’epoca la buona amministrazione del PCI, fatta di una concezione socialdemocratica, il tentativo di affrontare i problemi territoriali secondo piani urbanistici, e un modello che aveva più vicino i Paesi scandinavi e l’Olanda che non la stessa Unione Sovietica; era indice anche di amministratori onesti - contrapposti alla corruzione di DC e alleati. Era un’Italia progressista, che cioè aveva coscienza delle debolezze e dei punti di arretratezza esistenti, ma che cercava di colmare quelle arretratezze e ricongiungersi con gli esempi più virtuosi esistenti, nell’Occidente.

È stato un momento alto della politica in Italia, in cui la tensione morale diventata pratica quotidiana, città per città, quartiere per quartiere.

Un modello, quello delle Regioni "rosse" che poteva essere evocato anche nelle regioni del Sud, sempre indietro nel processo di borghesisazzione del territorio, che veniva come tale "venduto" nelle "narrazioni" (come si dice oggi) della favola bella della "sinistra".

Il modello comincia a mostrare le prime crepe con il compromesso storico, reinterpretato a livello locale come spartizione tra DC e PCI di posti di potere all’interno delle amministrazioni. Poi, dopo il 1989, la tenuta etica del vecchio PCI è venuta meno. I successori hanno aderito in pieno alle logiche “politiche” spartitorie, di silenzio se non di complicità con le spartizioni di tangenti e comportamenti arrivistici. Dopo il 1989 anche le Regioni “rosse” hanno perso il proprio “senso” - il motivo per cui esisteva una diversità oggettiva tra chi era nel PCI e chi era nella DC o nel PSI. Il ceto politico del PCI è diventato un ceto di casta, interessato a conservare i propri privilegi per sé e i propri figli, senza alcun interesse a operare politicamente per l’espansione o estensione di quei privilegi ad altri. Il ceto politico è diventato ceto borghese, intermediario con i ceti produttivi e “specializzato” nel lavoro amministrativo. Nel Sud d’Italia questo ceto è stato riassorbito all’interno della struttura feudale, di classe, dominante.

Nelle Regioni “rosse” il ceto amministrativo, non più interessato a perseguire modelli progressisti o d’impegno civile ha proseguito ponendosi come espressione del quieto vivere e della bonomia di facciata; dietro cui - come il caso degli scandali sulla Sanità in Umbria -, c’erano interessi spartitori e una economia parallela rispetto a quella legale o proveniente dalla produzione o dal commercio. Tanto più che la stretta creditizia sugli enti pubblici ha tagliato la fonte di denaro proveniente dallo Stato, che serviva ad alimentare il sistema di redistribuzione della ricchezza attraverso la funzione di mecenate della Pubblica amministrazione.

Senza soldi non si canta messa, e il ceto politico al potere nelle Regioni “rosse” non canta messa da diversi decenni.

Viene così a mancare, per i cittadini, gli unici due motivi per cui si è costretti ad accettare la presenza di una macchina burocratica e amministrativa che sta sulle nostre teste: l’elargizione di denaro (il welfare di Stato che sostiene aziende e cooperative) e la buona amministrazione legata a una ideologia progressista.

Oggi nelle Regioni “rosse” non c’è alcun interesse, da parte del cittadino comune per sostenere una amministrazione come quella che si è composta a partire dal 1989. Lì dove tali amministrazioni hanno sempre più stentatamente tenuto è stato per la resistenza di classe data da quei ceti, i funzionari di partito divenuti classe interessata alla conservazione del potere amministrativo e burocratico.

In Umbria, finalmente, il velo è stato strappato. Sarà certamente peggio per l’Umbria, che non sarà più governata da un ceto coerente comunque al ricordo di una “scuola di partito”; ma da bande di razziatori che demoliranno l’idea stessa di buona amministrazione e di vivere civile in quei territori. Ma d’altra parte non si vedono alternative.

Non esiste nell’attuale PD alcuna idea di amministrazione e pratica diversa. Il M5S non ha un ceto politico specializzato nell’amministrazione locale. Gli unici che “amministrano localmente” sono i funzionari della Lega per i quali spalare merda o fare il sindaco è la stessa identica cosa. E lo dimostra il livello (in)civile di tutte le città amministrate dalla Lega, ridotte a città dormitorio o parchi per la sagra della porchetta padana.

Il vento delle discariche a cielo aperto soffia sull’Italia. Buona fortuna, Italia.



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