Quando le ucraine si chiamavano solo "badanti"

Ne sono passati di anni da quando sentimmo per la prima volta il nome di Ucràina... o era Ucraìna?

di Piero Buscemi - giovedì 7 luglio 2022 - 1762 letture

Una trentina di anni fa gli spettatori fedeli della tv nazionale furono tempestati da spot pubblicitari che, in un bianco e nero di altri tempi, mostravano donne ucraine (l’accento mettetelo dove volete!) intente a lavorare nei campi. Dei filmati che ricordarono a molti il noto film di Giuseppe De Santis "Riso Amaro" del lontano 1949.

Diciamola tutta: molti di noi non sapevano neanche l’esistenza di questo Paese e, sicuramente molto pochi, erano in grado a mente di collocarla geograficamente. Il tempo è passato e la società mondiale e italiana è notevolmente cambiata, anche nel proprio approccio con il popolo ucraino.

Ci fu un periodo in cui l’ignoranza in materia etnica originava diversi errori, come ad esempio quello di pensare che polacchi e ucraini fossero sinonimi. Questa confusione si manifestava in particolar modo quando in molte famiglie italiane, per assistere persone anziane, si ricorreva a donne dell’est Europa e, quindi, era spontaneo accomunare ragazze ucraine e polacche sotto la stessa nazionalità: quella delle badanti.

Seguirono anni in cui queste sprovvedute ragazze, spesso bionde e con gli occhi azzurri, risvegliavano gli ormoni assopiti di moltissimi italiani attempati, rimasti vedovi o in procinto di divorziare, dando vita a coppie multietniche caratterizzate da una sostanziale differenza di età. Questa differenza, spesso, era causa di vedovanze non previste, con le quali le vedove straniere accedevano alla pensione di reversibilità, oltre ad avere già ottenuto la cittadinanza italiana, grazie al precedente matrimonio con il pensionato.

Degna dei versi di una nota canzone di De André, la reazione del governo italiano, sollecitato da figli "disonorati" ed ex mogli toccate nella loro sensibilità affettiva nei confronti degli ex mariti, produsse la così detta legge "anti badanti". Era il 2011 e la legge prevedeva la riduzione della pensione di reversibilità, da applicarsi nel caso di matrimonio contratto dopo il 70esimo anno di età del dante causa (il marito) e con una differenza anagrafica tra i coniugi superiore a 20 anni. In tale ipotesi, la quota di pensione spettante al superstite (la giovane ucraina o polacca che fosse) avrebbe subito una riduzione del 10% per ogni anno di matrimonio mancante ai 10.

La legge, voluta e promulgata dal governo Berlusconi, nel 2016 si ritrovò contro la Corte Costituzionale che, il 15 giugno 2016, ha dichiarato illegittimo l’articolo 18 comma 5, che negava il diritto alla pensione di reversibilità alla moglie che avesse almeno vent’anni di meno rispetto al coniuge defunto.

Con lo scoppio della guerra, scusate, con lo scoppio della distrazione dell’opinione pubblica a febbraio, dopo anni di guerra civile e quant’altro chiunque che ne abbia voglia possa ricostruire storicamente, l’attenzione verso le donne ucraine è tornata in voga.

La stessa giornalista Lucia Annunziata con il suo direttore Antonio Di Bella ci tennero a ribadire che ricordavano le ucraine quando si parlava di cameriere, badanti o, eventualmente, amanti. Qualcuno sostenne che fu un’imperdonabile gaffe, forse si trattò soltanto di un ottimo esempio di coerenza giornalistica.

Quello che salta veramente agli occhi è la speculazione comunicativa che si è innescata dopo l’invasione russa in territorio ucraino. Da semplici cameriere, badanti, amanti e vedove di attempati nonnetti, adesso le donne ucraine si sono trasformate in eroine e personaggi illustri degne di considerazione e ammirazione, addirittura anche da parte delle ex mogli inconsolabili.

Ripercorrendo senza un ordine cronologico ben preciso le notizie di risalto che riguardano le donne ucraine in questi ultimi mesi, possiamo spaziare su diversi argomenti ed esempi enfatizzati dalla stampa nazionale con il preciso compito di dare un messaggio "imparziale" su chi sono i cattivi e le buone di questa ennesima guerra.

Ci viene in mente la bambina ucraina che suona il violino in un bunker mentre fuori ci sono i bombardamenti russi. Ricordiamo anche le soldatesse ucraine, ritratte con i fucili, le mimetiche e le sciarpe sul volto in video in bianco e nero, quasi a voler enfatizzare la drammaticità del momento. Ci sono anche le artiste ucraine che raccontano la guerra con i dipinti o cantanti che urlano i loro messaggi contro la guerra.

Certo la tennista russa Daria Kasatkina che al torneo di Berlino, durante il suo incontro contro la tennista ucraina Anhelina Kalinina, ha soccorso la rivale che si era accasciata a terra per un improvviso infortuno, aveva abbassato la media della propag... ops... scusate... della informazione diffusa di questo conflitto. Ci si sono messe pure alcune giornaliste russe ad apparire in tv o a parlare nelle pubbliche piazze, schierate contro l’arroganza putiniana. Rimane il dubbio che si possa trattare di un altro tassello propagandistico che dimostrerebbe, senza alcun dubbio, con quale schieramento identificarsi per rivendicare, se fosse possibile, una motivazione di giustizia.

Da parte nostra, vogliamo solo aggiungere che ci sentiamo vicino a tutte quelle donne, ucraine o di qualsiasi etnia mondiale, che non solo nelle guerre sono vittime di soprusi, violenze e stupri. Auspichiamo soltanto che, quando la propaganda comunicativa avrà abbassato i riflettori su questa guerra per tornare a occuparsi di qualche altro argomento di maggiore attrattiva mediatica, le donne ucraine non tornino a essere le cameriere, badanti o amanti, pronte a essere accompagnate alla stazione da gendarmi con i "pennacchi e con le armi". Stavolta senza alcun "cartello giallo con una scritta nera", a difendere un’altra donna vittima di un atto di follia.


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