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Quando la povertà diventa strutturale

La decadenza politica è speculare alla decadenza etica e progettuale di una civiltà, che si fa fatica a chiamarla tale e che sembra consumarsi tra i boati di guerre.

di Salvatore A. Bravo - martedì 16 giugno 2026 - 251 letture

Esseri senzienti

Si susseguono le analisi sul declino dell’Occidente. La decadenza politica è speculare alla decadenza etica e progettuale di una civiltà, che si fa fatica a chiamarla tale e che sembra consumarsi tra i boati di guerre. E violenze efferate come i fatti di cronaca denunciano. Popoli irrazionali si lasciano gabbare dall’azione pianificata dei media a servizio degli oligarchi. Se la propaganda mediatica è asfissiante e anche vero che realtà è vissuta ogni giorno. Sfruttamento e abbrutimento sono l’ordinaria normalità dell’occidentale medio. La solitudine fa da cornice a tale disperata condizione.

Le analisi geopolitiche preziosissime e il clima da Apocalisse che ne consegue dovrebbero valutare tale sfuggente fattore. La Caritas in questi giorni ha denunciato la povertà divenuta strutturale, 10% della popolazione risulta povera, era il 4% circa prima del 2008, a cui si è aggiunta un tipo di povertà assolutamente nuova: la povertà relazionale. L’Occidente pare aver consumato le energie etiche e il senso profondo della vita e dei legami senza i quali non vi è politica, in tale condizione, forse, il problema primo è l’esodo dal nichilismo sostenuto dall’economicismo.

L’empirismo inglese (Locke, Hume e Hobbes) sono pienamente realizzati. Con la Prima rivoluzione industriale si è innescato un processo di disarticolazione del soggetto ridotto a un fascio di emozioni e di desideri che modella l’essere umano preda di forze interiori ed esteriori che lo rendono soggetto passivo all’interno di relazioni di causa-effetto.

L’essere umano è dunque creatura biologica priva di logos e natura, per cui è un essere semplicemente senziente, è un animale evoluto che deve vendere il proprio capitale umano (competenze) sul mercato. L’individualità è scissa da ogni metafisica di senso, essa è guidata da emozioni, desideri e percezioni sensoriali che si disfano senza lasciare traccia.

Il capitalismo ha prodotto la sua antropologia nichilista funzionale al sistema produttivo. L’essere umano è addestrato ad esaudire solo i propri desideri senza la mediazione della ragione oggettiva. Non vi sono fini oggettivi, non vi è una natura umana, per cui resta solo il corpo da godere e da consumare tra eccessi e frustrazioni. La storia è preda dell’assurdo, non vi è nessuna progettualità da materializzare e nessuna natura da oggettivare; l’essere umano ridotto a creatura anonima e senziente per sentire di esistere deve puntare sulle emozioni, sul godimento e sull’attimo. Taluni eccessi a cui si assiste sono i disperati segnali di attrarre attenzione. Sono segnali in un deserto di solitudini.

Il problema è nodale, un essere umano infantilizzato e preda di desideri che il sistema etichetta “come diritti” inviolabili e indiscutibili è dunque, autoreferenziale. Vive solo per i propri atti di volizioni senza valutarli eticamente e il vuoto onto-assiologico ha nella giurisprudenza il suo pericoloso succedaneo che tutto norma erodendo e corrodendo l’autonomia del soggetto.

In questo clima devastato le analisi politiche, anche se validissime, non smuovono “gli esseri senzienti”. Il mondo con le sue dinamiche geopolitiche non tocca il soggetto senziente e non più razionale che segue e insegue solo i suoi desideri e vive da atomo disperato in una realtà minacciosa che non contesta, ma a cui si adatta mollemente. L’alternativa è impensabile, perché la storia è divenuta ciclica è solo “ripetizione sempre eguale del medesimo”. Da questo ciclo si esce solo con la morte.

Vi sono tragedie che avrebbero dovuto causare ondate si contestazioni: mille morti sul lavoro l’anno, investimenti nella difesa e taglio lineare ai servizi sociali e si potrebbe continuare. Sembra che nulla riesca a scuotere le creature preda solo di un solipsismo quasi autistico. Il problema è, dunque, come raggiungere la coscienza etica dei tanti che vivono da esseri senzienti, soffrono di tale condizione ma non pensano sia possibile un altro modo di vivere.

Senza una tale analisi non vi può essere progettualità politica e vi è il rischio che le numerose e sapienti ricostruzioni dei conflitti in corso con relativa geometria dei poteri restino inefficaci. Scorrono parallele due azioni che si dovrebbero attivare: ricostruire il pensiero forte e individuare i linguaggi che possono riattivare le energie etiche latenti presenti in ogni essere umano.

Parlare alla sofferenza e ridare voce agli sguardi carichi di disincanto dei dominati potrebbe essere l’incipit per sospendere il tempo ciclico del consumo e della produzione irrazionale e riaprire faticosamente l’orizzonte del futuro, senza tale desiderio di uscire dal ciclo della violenza non vi può essere progettualità e rivoluzione.


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