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Quando la Corte ci salva la dignità

La Corte, infatti, ricorda, in parte motiva, come abbia più volte affermato che “lo straniero è (…) titolare di tutti i diritti fondamentali che la Costituzione riconosce.

di Giuseppe Tramontana - mercoledì 4 agosto 2010 - 2040 letture

Meno male che la Corte Costituzionale c’è, si potrebbe dire. Infatti, con la sentenza 269 del 22 luglio 2010, la Suprema Corte ha posto un altro paletto alla dilagante xenofobia nel nostro paese e, soprattutto, ai rigurgiti razzisti appena mascherati dal formalismo legale.

Ma veniamo al punto, facendo un passo indietro. La Regione Toscana, con la L.R. 29/2009 (recante “Norme per l’accoglienza, l’integrazione partecipe e la tutela dei cittadini stranieri nella Regione Toscana”), riferendosi agli artt. 117, comma secondo, lettere a) e b), e nono della Costituzione, ha varato un insieme di norme, ispirate al principio di eguaglianza e pari opportunità (come riconosce lo stesso ricorrente, ossia la Presidenza del Consiglio dei Ministri), ma ha previsto anche (apriti cielo!) “specifici interventi (…) a favore di cittadini stranieri comunque dimoranti sul territorio regionale, nei limiti indicati dalla presente legge”. Altra norma non digerita dallo Stato è quella di cui all’art. 6, comma 35 della medesima legge toscana ossia il fatto che “tutte le persone dimoranti nel territorio regionale, anche se prive del titolo di soggiorno, possono fruire degli interventi socio assistenziali urgenti ed indifferibili, necessari per garantire il rispetto dei diritti fondamentali riconosciuti ad ogni persona in base alla Costituzione ed alle norme internazionali”. Tale norma, per gli avvocati della Presidenza del Consiglio, riconoscerebbe agli irregolari presenti in Italia una serie di prestazioni non individuate puntualmente, “riservando alla Regione il compito di fissare i criteri per identificare i caratteri dell’urgenza e dell’indifferibilità ed il contenuto di tali prestazioni, e quindi dando vita ad un sistema socio-assistenziale parallelo per gli stranieri non presenti regolarmente nel territorio dello Stato (…)”.

Lasciando da parte le ulteriori eccezioni sollevate, soffermiamoci sulla risposta della Corte a quelle sopra evidenziate. La Corte, infatti, ricorda, in parte motiva, come abbia più volte affermato che “lo straniero è (…) titolare di tutti i diritti fondamentali che la Costituzione riconosce spettanti alla persona” (sentenza n. 148 del 2008) ed in particolare, con riferimento al diritto di assistenza sanitaria, ha precisato che esiste “un nucleo irriducibile del diritto alla salute protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana, il quale impone di impedire la costituzione di situazioni prive di tutela, che possano appunto pregiudicare l’attuazione di quel diritto”. Un diritto, quindi, che deve essere riconosciuto anche agli stranieri, “qualunque sia la loro posizione rispetto alle norme che regolano l’ingresso ed il soggiorno nello Stato, pur potendo il legislatore prevedere diverse modalità di esercizio dello stesso” (sentenza n. 252 del 2001) .

Peraltro, rammenta la Suprema Corte, è stato il medesimo legislatore statale, con il D.Lgs. 286/1998, a recepire “tale impostazione, statuendo, in specie all’art. 35, comma 3, che ‘ai cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale, non in regola con le norme relative all’ingresso ed al soggiorno, sono assicurate, nei presìdi pubblici ed accreditati, le cure ambulatoriali ed ospedaliere urgenti o comunque essenziali, ancorché continuative, per malattia ed infortunio e sono estesi i programmi di medicina preventiva a salvaguardia della salute individuale e collettiva’, assicurando altresì la tutela sociale della gravidanza e della maternità, a parità di trattamento con le cittadine italiane, la tutela della salute del minore, le vaccinazioni, gli interventi di profilassi internazionale, la profilassi, la diagnosi e la cura delle malattie infettive ed eventualmente bonifica dei relativi focolai”. Ne consegue che legittima appare l’iscrizione al servizio sanitario regionale anche dello straniero che abbia proposto ricorso giurisdizionale avverso il provvedimento di diniego del permesso di soggiorno per il riconoscimento dello status di rifugiato, richiesta d’asilo, protezione sussidiaria o per ragioni umanitarie. Tale norma, in effetti, fa parte di “in un contesto normativo caratterizzato dal riconoscimento in favore dello straniero, anche privo di un valido titolo di soggiorno, di un nucleo irriducibile di tutela del diritto alla salute protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana”. Peraltro, anche a prescindere dalle disposizioni generali di cui al citato art. 35, comma 3, del d.lgs,. n. 286 del 1998, in tema di assistenza sanitaria, “occorre ricordare che, con particolare riferimento alla categoria di soggetti presi in considerazione dalla norma regionale in esame, l’art. 34, comma 1, lettera b), del medesimo decreto prescrive l’iscrizione al servizio sanitario nazionale degli stranieri che abbiano richiesto il rinnovo del titolo di soggiorno anche per asilo politico, per asilo umanitario o per richiesta di asilo”. Ed a sostegno di questa tesi, la Corte porta un altro provvedimento governativo (che, vista la data, fu proprio di un governo Berlusconi): si tratta della circolare del Ministero della Sanità del 24 marzo 2000, n. 5, con la quale viene chiarito, al punto I.A.6., che “l’iscrizione obbligatoria al servizio sanitario nazionale di coloro che abbiano presentato richiesta di asilo sia politico che umanitario è prescritta per tutto il ‘periodo che va dalla richiesta all’emanazione del provvedimento, incluso il periodo dell’eventuale ricorso contro il provvedimento di diniego del rilascio del permesso di soggiorno’”. “In considerazione di tali prescrizioni – conclude la Corte - appare evidente che la norma regionale impugnata si limita a disciplinare la materia della tutela della salute, per la parte di propria competenza, nel pieno rispetto di quanto stabilito dal legislatore statale in ordine alla posizione dei soggetti sopra indicati, alle cui norme implicitamente fa rinvio”.

In base alle motivazioni ed alla brillante ricostruzione – “splendidamente semplice e lineare” l’ha definita l’Osservatorio Italia-razzismo – la Corte ha bocciato il ricorso governativo, dichiarando infondata le questioni di legittimità sollevate. Anche questa volta, grazie ai giudici di Palazzo della Consulta, il tesoro di uguaglianza, dignità umana, libertà e giustizia, conservato in quello scrigno chiamato Costituzione della Repubblica Italiana, è salvo.


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