Quaderno 4. Un blues in memoria di Martin Luther King

Il 15 gennaio del 1929 nasceva ad Atlanta in Georgia (Usa) Martin Luther King. Lo ricordiamo riportando, nella traduzione di Eufemio Piegapini, il seguente song anonimo.
di Peppe Sini - domenica 10 aprile 2005 - 9657 letture

Corso di educazione alla pace presso il liceo scientifico di Orte, anno scolastico 2004-2005

Materiali per la riflessione. 4

UN BLUES IN MEMORIA DI MARTIN LUTHER KING

ed altri testi estratti da "La nonviolenza è in cammino"

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Premessa

I testi seguenti sono estratti dal notiziario telematico quotidiano "La nonviolenza è in cammino", edito dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo. Essi vengono proposti come materiali utili alla riflessione sui temi della pace, della dignità umana, dell’accostamento alla nonviolenza. Ogni testo è preceduto dal numero del fascicolo del notiziario in cui è apparso, dal titolo con cui è apparso, da una breve nota informativa utile per la contestualizzazione. Chi volesse leggere l’intero fascicolo in cui il testo riportato è stato pubblicato, può rintracciarlo in internet attraverso un motore di ricerca, digitando autore, titolo e testata. Per contattare il Centro di ricerca per la pace di Viterbo: recapito postale: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo; recapito telefonico: 0761353532; recapito di posta elettronica: nbawac@tin.it Il responsabile del centro, e direttore responsabile del notiziario da cui sono estratti i testi di seguito presentati, è il coordinatore del corso di educazione alla pace che si svolge presso il liceo scientifico di Orte.

Orte, 14 dicembre 2004

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Da "La nonviolenza è in cammino", n. 477 MEMORIA. BLUES DEL NOSTRO FRATELLO DOTTOR KING [Il 15 gennaio del 1929 nasceva ad Atlanta in Georgia (Usa) Martin Luther King. Lo ricordiamo riportando, nella traduzione di Eufemio Piegapini, il seguente song anonimo. Martin Luther King, nato ad Atlanta in Georgia nel 1929, laureatosi all’Università di Boston nel 1954 con una tesi sul teologo Paul Tillich, lo stesso anno si stabilisce, come pastore battista, a Montgomery nell’Alabama. Dal 1955 (il primo dicembre accade la vicenda di Rosa Parks) guida la lotta nonviolenta contro la discriminazione razziale, intervenendo in varie parti degli Usa. Premio Nobel per la pace nel 1964, pi ù volte oggetto di attentati e repressione, muore assassinato nel 1968. Opere di Martin Luther King: tra i testi più noti: La forza di amare, Sei, Torino 1994 (edizione italiana curata da Ernesto Balducci); Lettera dal carcere di Birmingham - Pellegrinaggio alla nonviolenza, Movimento Nonviolento, Verona 1993; L’"altro" Martin Luther King (antologia a cura di Paolo Naso), Claudiana, Torino 1993; "I have a dream", Mondadori, Milano 2001. Opere su Martin Luther King: Arnulf Zitelmann, Non mi piegherete. Vita di Martin Luther King, Feltrinelli, Milano 1996. Esistono altri testi in italiano (ad esempio Hubert Gerbeau, Martin Luther King, Cittadella, Assisi 1973), ma quelli a nostra conoscenza sono perlopiù di non particolare valore: sarebbe invece assai necessario uno studio critico approfondito della figura, della riflessione e dell’azione di Martin Luther King (anche contestualizzandole e confrontandole con altre contemporanee personalità, riflessioni ed esperienze di resistenza antirazzista in America). Una introduzione sintetica è in "Azione nonviolenta" dell’aprile 1998 (alle pp. 3-9), con una buona bibliografia essenziale]

Era poco più che un ragazzo, il nostro fratello dottor King
la storia lo aspettava a una fermata d’autobus
e la storia quel giorno
aveva il volto stanco e i piedi gonfi
di nostra sorella Rosa Parks, che sempre sia lodata.

Era poco più che un ragazzo, il nostro fratello dottor King
ma aveva un sogno e quando sogni forte
non c’è muraglia che possa resistere
ed è quel sogno che mette in cammino
la carovana umana, che sempre sia lodata.

Era poco più che un ragazzo, il nostro fratello dottor King
paziente lo attendeva il suo sicario
e quelli che pagarono il sicario
ancora comandano, certo
ma l’anima di King non l’hanno infranta, che sempre sia lodata.

Ancora comandano, è vero, gli oppressori
ma la marcia di Martin Luther King,
poco più che un ragazzo, non l’hanno fermata
essa continua con le nostre gambe
coi nostri sogni, e vinceremo noi. Che sia lodato il cielo e anche la terra.

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Da "La nonviolenza è in cammino", n. 517 BLUES DEL TRENO DELLA MORTE [Raccontava nella presentazione parlata l’anonimo autore di questo blues che aveva cominciato il suo impegno politico quando aveva quattordici anni, bloccando treni occupando binari in nome della dignità di ogni essere umano; e aggiungeva che da allora non aveva più smesso di lottare, e sempre più si era accostato alla nonviolenza all’ascolto di Mohandas Gandhi, di Martin Luther King, del movimento delle donne; e affermava di pensare che se in Europa nella prima metà del Novecento tanta più gente si fosse messa sui binari, tante stragi e tanti orrori sarebbero stati evitati; poi tossiva, si schiariva la voce, cominciava a maltrattare la chitarra, e diceva, accennando una subito soffocata intonazione, all’incirca le parole seguenti (la traduzione, frettolosa, è del nostro collaboratore Benito D’Ippolito - che è anche l’estensore di questa breve nota di presentazione)]

E tu fermalo il treno della morte
col tuo corpo disarmato sui binari
con la voce che si oppone all’urlo roco
delle bombe, delle fruste al vile schiocco.

E tu fermalo il treno della morte
sono pochi gli oppressori, innumerevoli
le vittime, non possono arrestarci
se tutti insieme ce li riprendiamo i diritti, la terra, la vita.

E tu fermalo il treno della morte
con la tua persona fragile sconfiggi
gli apparati e gli strumenti della guerra
e salva il mondo con la tua persona fragile.

E tu fermalo il treno della morte
perché tu, così indifeso, puoi fermarlo
col tuo corpo, la tua voce, la speranza
che sa unire tante braccia, e sa fermarlo

maledetto il treno nero della morte.

E tu fermalo e così ferma la guerra.

*

Da "La nonviolenza è in cammino", n. 525 OSVALDO CAFFIANCHI: ADERENDO A UN APPELLO PER LA PACE [Ringraziamo Osvaldo Caffianchi, schivo e intermittente collaboratore del "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo, per questo intervento]

Non dire che adesso non hai tempo:
perché dopo non ci sarà più tempo.
E non dire che è già troppo tardi:
anche un minuto prima non è tardi.

E non dire che troppo è difficile l’impegno:
poiché tutto è nel cominciare, e il resto
viene da sé.

E non dire, soprattutto non dire
che ti dispiace tanto ma che altri
se la vedano, non tu:
questo ragionamento uccide.

Non dire che il giorno è finito, e le tenebre
è giocoforza prevalgano ancora.
Accendi piuttosto il tuo lume.

*

Da "La nonviolenza è in cammino", n. 528 OSVALDO CAFFIANCHI: UNA LEGGENDA APOCRIFA OVVERO EULOGIA DI MASSIMILIANO DI CARTAGINE [Approssimandosi il 12 marzo, data in cui si fa memoria del martirio di quel Massimiliano, che per essere fedele alla sua fede rifiutò il servizio militare e ne fu ucciso nel 195 d. C. (così vuole la tradizione, e qui non conta se sia storia o leggenda), il nostro collaboratore Osvaldo Caffianchi ha steso il testo che di seguito presentiamo. L’agiografia - invero - non solo avverte dell’incertezza della tradizione, ma racconta una storia diversa, e finanche più commovente: il padre militare, e solidale col figlio; la città che è un’altra; il dono della veste al carnefice che lo decapitò. Ma questa variazione del nostro collaboratore (il cui elefantiaco titolo completo sarebbe "Una leggenda apocrifa ovvero eulogia di Massimiliano di Cartagine, in forma di litania che finisce in parenesi o istigazione che dir si voglia") ci è parsa comunque non priva di una sua patetica verità, e la offriamo ai lettori]

I.
Solo questo so di te, che nell’anno
195 ti fucilarono
perché obiettore al servizio militare.

Immagino che venne un centurione
coi suoi esperti di pubbliche relazioni,
psicologi, pubblicitari, sceneggiatori di telenovelas,
a dirti mentre eri in galera
sei un bravo giovane, chi te lo fa fare
vieni con noi, imparerai un mestiere.
E Massimiliano rispose di no.

Mandarono da lui certi suoi parenti, certi prominenti
concittadini, a dirgli
lo sai che noi cartaginesi
siamo già guardati con sospetto
per certe vecchie storie di Alpi e di elefanti
di annibali e di asdrubali e scipioni
non metterti a fare casino
vesti la giubba, non c’è altro da fare
e combattere per l’impero ha pure i suoi vantaggi.
Ma Massimiliano rispose di no.

E vennero allora a persuaderlo
certi amici di quando al campetto
giocavano insieme a pallone, gli amici
del bar: Massimilia’ falla finita
da quando ti sei messo con quei tizi
del galileo morto ammazzato
ti stai mettendo in un mare di guai.
Che diamine mai hai contro i marines?
Falla finita con quei beduini
dà retta al nostro buon signor Belcore
la paga è buona ed il lavoro è poco.
E quello cocciuto, come un mulo a dire no.

II.
Dicono male delle corti marziali
dicono male dei plotoni d’esecuzione
forse che è meglio farlo col coltello
in un vicolo buio di notte?

Dicono che siamo repressori
e genocidi addirittura; e andiamo!
forse che non ci vuole anche un po’ d’ordine
in questo letamaio di colonie?
e il roman way of life non costa niente?
Eppure la volete, la televisione
il telefonino.

E allora poche storie, lo ammazzammo
perché dovemmo, mica potevamo
lasciarlo andare il vile disertore
oltretutto terrone, anzi affricano.

La civiltà, insomma, va difesa.

III.
Quante incertezze, quanta paura certo durasti.
Solo i babbei
pensano che gli eroi sono una specie
di nazisti spretati. E invece i martiri
hanno paura come noi, e tremano
come noi, come noi dubitano
di star tutto sbagliando, di sprecare per nulla la vita.

Ma infine ristette fermo nel suo no
Massimiliano di Cartagine. E fu fucilato.

IV.
Ecco, io mi alzo in piedi nell’assemblea
e prendo la parola, e dico:
obietta alla guerra e alle uccisioni
combatti contro gli eserciti e le armi
scegli la nonviolenza.

Ecco, io prendo la parola in assemblea,
mi alzo in piedi e dico:
fermiamo le fabbriche di armi
assediamo le basi militari
impediamo i decolli dei bombardieri
strappiamo gli artigli alle macchine assassine.

Ecco, io dico al soldato: diserta
io dico al ferroviere: ferma il convoglio
io dico al vivandiere: non preparare
di carne umana il pranzo al generale.

Ecco, io dico, la guerra
puo’ essere, deve essere fermata.
Con l’azione diretta nonviolenta.
Con il gesto del buon Massimiliano
cartaginese, che i romani fucilarono.

*

Da "La nonviolenza è in cammino", n. 539 LUCIANO BONFRATE: RACHELE [Il nostro collaboratore Luciano Bonfrate ha scritto queste righe per la fanciulla americana assassinata in Palestina mentre nonviolenta difendeva l’umanità]

Quelli di noi che hanno passato notti
al freddo e al gelo sanno che vuol dire
non avere una casa.

E quelli di noi che hanno avuto paura
subendo minacce e percosse, di essere uccisi
sanno cos’è la paura.

E quelli di noi che ai padri hanno chiuso
sul letto di morte gli occhi, sanno sanno
sanno la morte che orrendo nemico è di tutti.

E quelli di noi che hanno avuto lo strazio
di vedere morire gli amici e di vedere
eserciti muovere alla caccia
di carne umana, come possono, come possiamo
tacere, restare nelle tiepide case
col cibo caldo tra i visi amici.

Così Rachele mosse di lontano
verso quel cuore del mondo che ha nome Palestina.

Così Rachele mise l’anima sua e il suo corpo
tra l’esercito e le vittime
tra le ruspe che demoliscono
e le case in cui poter vivere ancora.

Così Rachele la molto amata
tornò in Palestina.
Lo dico a te Labano, lo dico a te Giacobbe.

Così Rachele fu uccisa e questa morte
è la morte di tutte le donne che portano vita
lungo i tornanti di questa preistoria
di Margarete dai capelli d’oro
di Sulamith dai capelli di cenere.

Non ho parole, ho solo greve un pianto
e molte amare memorie e una speranza sola:
che resusciti Rachele
nella pace tra i popoli, nel ricordo
dell’orrore, nell’alleanza nuova
che a tutte e tutti riconosca vita,
che a tutte e tutti riconosca dignità.

E’ questa resurrezione
questa compresenza dei morti e dei viventi
nella comune lotta per l’umano
ciò che qui chiamo ancora nonviolenza.

E’ la lotta di Rachele
la nonviolenza in cammino.

*

Da "La nonviolenza è in cammino", n. 562 OSVALDO CAFFIANCHI: IN MEMORIA DI PRIMO MAZZOLARI [Ricorrendo il 12 aprile l’anniversario della morte di Primo Mazzolari il nostro collaboratore Osvaldo Caffianchi ci ha messo a disposizione questo testo. Primo Mazzolari, nato nel 1890 a S. Maria di Boschetto (Cremona), ordinato sacerdote nel 1912, partecipò alla prima guerra mondiale; parroco tra i poveri, antifascista e uomo della Resistenza, precursore del Concilio Vaticano II; nel 1949 fondò la rivista "Adesso", svolse un’intensa attività di pubblicista e scrittore; è morto a Cremona nel 1959. Opere di Primo Mazzolari: naturalmente nell’ambito che particolarmente ci interessa è fondamentale Tu non uccidere, La Lucusta, Vicenza 1955, ora anche Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1991; si veda anche La chiesa, il fascismo e la guerra, Vallecchi, Firenze 1966. Presso La Locusta di Vicenza sono state pubblicate decine di opere di Mazzolari. Una decina di volumi sono stati pubblicati dalle Edizioni Dehoniane di Bologna. Viaggio in Sicilia è stato ripubblicato nel 1992 da Sellerio. Opere su Primo Mazzolari: A. Bergamaschi, Mazzolari, un contestatore per tutte le stagioni, Bologna 1969; L. Bedeschi, L’ultima battaglia di don Mazzolari, Morcelliana, Brescia; AA. VV., Don Primo Mazzolari, Servitium, Sotto il Monte (Bg) 1999]

Veniva dalla Resistenza, don Primo Mazzolari
che reca dura la scienza
del bene e del male, il conoscere insieme
il valore del pane e del vino, la fame e la morte.

Veniva dalla campagna, don Primo Mazzolari
che conosce il ciclo dei giorni
e dei raccolti, e la disperazione
della grandine e della fame
e come gli uomini fecondino la terra
e tutto è fatica e rigoglio.

Veniva dalla sequela, don Primo Mazzolari
credeva nell’assurdo di un figliuolo
dell’uomo che i potenti condannarono
a vile morte e che morì indifeso.

Credeva nell’assurdo: il mansueto
che accetta l’ingiustizia di morire
e che così di morte l’ingiustizia
per sempre smaschera
e annienta la violenza
con l’umile suo gesto di negare
di aggiungere violenza alla violenza.

Sapeva lottare, don Primo Mazzolari
con le arti della volpe e del leone,
con scienza di serpente e di colomba,
il lento lavoro della goccia
che scava la pietra stilla a stilla
a scheggia a scheggia scava la pietra.

E sapeva le parole, don Primo
Mazzolari, le parole che sanno
girare ruote e trascinare carri
muovere le montagne.

E se dovessi, cari, dire tutto
quel che mi pare di saper di lui
questo direi, che Primo Mazzolari
prese sul serio l’unico comando:
tu non uccidere.

Chi vuol rendergli onore
questo ricordi, a questo apprenda tutto
il cuor gentile suo:
tu non uccidere.

*


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