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Qatar 2022...

...quando la vita umana conta meno di un calcio a un pallone.

di Piero Buscemi - mercoledì 16 novembre 2022 - 1418 letture

Ci eravamo occupati dei mondiali di calcio, di imminente inaugurazione (20 novembre) con l’articolo "L’Italia fuori dai Mondiali" lo scorso 25 marzo, quando la febbre calcistica era ancora sommersa da quella virale. L’intento era quello di portare, o riportare, all’attenzione dei lettori i retroscena macabri sui diritti alla salute e alla sicurezza dei lavoratori migranti, da tempo impegnati in Qatar e maggiormente coinvolti con i lavori per la realizzazione dei Campionati del Mondo di calcio.

Non sappiamo se ci siamo riusciti a pieno, in questo nostro umile intento. Di certo, a poche settimane dal calcio d’inizio, abbiamo potuto registrare qualche timida reazione a sostegno dei diritti umani violati in Qatar. La nazionale della Danimarca che si è impegnata a giocare le partite indossando una maglia priva di sponsor tecnico e di nome e con una terza maglia completamente nera in segno di lutto. Una reazione che ha "costretto" Gianni Infantino e Fatma Samoura, rispettivamente presidente e segretario generale della Fifa, a sminuire la solidarietà danese, invitandola a concentrarsi sull’aspetto puramente sportivo dell’evento, lasciando ad altri il compito di occuparsi di queste problematiche.

Il video diffuso dalla nazionale australiana sulla discriminazione vissuta dagli omosessuali in Qatar, la risposta tramite lettera alle dichiarazioni di Infantino e Samoura da parte delle federazioni europee, quali Germania, Belgio, Inghilterra, Norvegia, Galles, Paesi Bassi, Portogallo, Svezia, Svizzera e la stessa Danimarca, ci permettiamo di giudicare come un atto dovuto e tardivo, che sembra abbia solo lo scopo di sfatare un generale menefreghismo o, forse, di tentare di pulire un poco la coscienza di coloro, atleti, federazioni, politici che si collocheranno all’interno dei sontuosi stadi ospitanti le partite, certi che l’evento sportivo ancora una volta riuscirà ad avvolgere nel dimenticatoio la tragedia vissuta e ancora attuale da parte delle lavoratrici e dei lavoratori sfruttati, mal pagati e anche non pagati, provenienti dagli angoli più poveri del mondo e costretti a estenuanti fatiche, con orari disumani degni dei più classici lavori forzati.

Amnesty International - che di questo sporco esempio di violazione dei diritti umani si è occupata già dal lontano 2010, quando la FIFA assegnò inspiegabilmente il torneo al Qatar, calcisticamente neanche troppo vicino a una larvale esperienza e tradizione in questo sport - ha riassunto in sei punti cardini le emergenze e le contraddizioni, che tra l’altro sono costate la vita di migliaia di persone, di un evento sempre più inficiato di interessi economici, politici e di indagini giudiziarie che hanno portato ad arresti, sospetti di corruzione, appropriazioni indebite di fondi e tutto quanto è stato oggetto della stampa di settore in questi ultimi decenni.

Ci permettiamo di mettere all’attenzione i sei punti sottolineati da Amnesty che, se non potranno a una settimana dalla cerimonia di apertura dell’evento sportivo coinvolgere le nazioni partecipanti a un boicottaggio solidale a sostegno dei diritti umani, auspichiamo possano almeno sensibilizzare i tifosi di tutto il mondo ad allontanarsi da questo indecoroso e ipocrita spettacolo. Un’occasione per prendere coscienza, se non lo si avesse fatto in precedenza, sui vari aspetti della violazione dei diritti umani che il Qatar sa esprimere da anni, senza che nessuna delegazione internazionale si sia mai posta il problema di contrastare o di condannare apertamente, contrariamente a quanto spesso fatto con altre realtà, condannabili in ogni caso, ma non migliori né peggiori di altre forme di discriminazione e sfruttamento.

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Qatar

I 6 punti di Amnesty International

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE E DI STAMPA

Le autorità del Qatar utilizzano leggi repressive nei confronti di chi critica le istituzioni, tanto cittadini locali quanto lavoratori migranti. Cittadini del Qatar sono stati arrestati arbitrariamente per aver criticato il governo e poi condannati al termine di processi iniqui.

Malcolm Bidali, addetto alla sicurezza, attivista per i diritti dei lavoratori migranti e blogger originario del Kenya, è stato sottoposto a sparizione forzata e poi detenuto in isolamento per un mese solo per aver rivelato le sofferenze patite dai suoi colleghi.

In Qatar c’è poco spazio per l’informazione indipendente. La libertà di stampa è limitata da crescenti vincoli imposti agli organi d’informazione, come ad esempio il divieto di girare riprese in edifici governativi, ospedali, università, alloggi per lavoratori migranti e abitazioni private.

LIBERTÀ D’ASSOCIAZIONE E DI MANIFESTAZIONE

I lavoratori migranti non possono formare sindacati né aderirvi. Possono far parte dei cosiddetti comitati congiunti, organismi diretti dai datori di lavoro nei quali è consentita una rappresentanza dei lavoratori. I comitati congiunti non sono imposti per legge e oggi ne fa parte solo il due per cento dei lavoratori.

Cittadini locali e lavoratori migranti rischiano ripercussioni se vogliono esercitare il diritto alla libertà di manifestazione. Nell’agosto 2022 centinaia di lavoratori migranti sono stati arrestati ed espulsi per aver fatto un corteo nella capitale Doha contro l’azienda che non aveva versato loro i salari.

PROCESSI INIQUI

Nell’ultimo decennio vi sono stati processi iniqui nei quali gli imputati hanno denunciato di essere stati torturati e condannati sulla base di “confessioni” estorte. Spesso le persone arrestate vengono interrogate in assenza degli avvocati, isolate dal mondo esterno e senza neanche l’ausilio di un interprete.

DIRITTI DELLE DONNE

Le donne continuano a subire discriminazioni per legge o nella prassi. Il sistema del tutore maschile (di solito il marito, il padre, un fratello, un nonno o uno zio) prevede che le donne debbano chiedere il permesso per sposarsi, studiare all’estero, lavorare nell’amministrazione pubblica, viaggiare all’estero se hanno meno di 25 anni e accedere ai servizi di salute riproduttiva.

Il diritto di famiglia rende molto complicato il divorzio che, nei pochi casi in cui viene ottenuto, produce ulteriori discriminazioni di natura economica. Le donne non sono protette adeguatamente dalla violenza domestica e sessuale.

DIRITTI DELLE PERSONE LGBTQIA+

L’articolo 296.3 del codice penale criminalizza vari atti sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso e prevede il carcere, ad esempio, per chi “guidi, induca o tenti un maschio, in qualsiasi modo, a compiere atti di sodomia o di depravazione”. L’articolo 296.4 criminalizza chiunque “induca o tenti un uomo o una donna, in qualsiasi modo, a compiere atti contrari alla morale o illegali”.

Nell’ottobre 2022 le organizzazioni per i diritti umani hanno segnalato casi in cui le forze di sicurezza hanno arrestato persone Lgbtqia+ in luoghi pubblici, solo sulla base della loro espressione di genere, controllando i contenuti dei loro telefoni. Le transgender arrestate sono obbligate a seguire terapie per la conversione come condizione per la loro scarcerazione.

DIRITTI DEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI

Nonostante i tentativi in corso di riformare il sistema del lavoro, mancato o ritardato versamento dei salari, condizioni di lavoro insicure, diniego dei giorni di riposo, ostacoli alla ricerca di un nuovo lavoro e accesso limitato alla giustizia restano una costante nella vita di migliaia di lavoratori. La morte di migliaia di lavoratori non è mai stata indagata. Sebbene sia stato istituito un fondo locale per risarcire i salari non versati, centinaia di migliaia di lavoratori migranti devono ancora ricevere un risarcimento per i danni subiti nello scorso decennio.

Il lavoro forzato domina ancora, soprattutto ai danni dei lavoratori del settore della sicurezza privata e delle lavoratrici domestiche. Il pagamento di somme sproporzionate per ottenere un impiego (da 1000 a 3000 euro) è causa di debiti che a ripagarli ci vogliono mesi se non anni, contribuendo così a intrappolare i lavoratori in un ciclo di sfruttamento.

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