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Processo “Perfido”: la ‘ndrangheta in Trentino

Non ci sono isole incontaminate, forse. E non ci sono perché, forse, mancano isole decontaminate dai piccoli o grandi furbetti del quartierino, dal bisogno, dalla scarsa propensione alla prassi legale.

di francoplat - lunedì 3 luglio 2023 - 1747 letture

Forse, l’Italia è anche il Paese delle isole incontaminate. Mentre in alcune zone della penisola i cittadini sguazzano nella melma mafiosa o nelle drammatiche vicissitudini di uno Stato a democrazia rallentata, in quelle isole gli autoctoni godono di un agio esistenziale privo di ombre. Uno di questi paradisi è la Val di Cembra, in Trentino Alto Adige, la zona dell’oro rosso, come lì si chiama il porfido. A una ventina di chilometri da Trento e in un quadrilatero composto dalle piccole cittadine di Albiano, Fornace, Baselga di Pinè e Lona-Lases esistevano 85 cave e circa 300 ditte che, nel tempo, avevano attirato molti lavoratori meridionali.

È in questo territorio che, circa tre anni fa, arrivò un’ombra a inquinare la placida tranquillità benestante di quelle lande. Un blitz delle Fiamme gialle trentine, condotto nell’ottobre 2020 con la collaborazione dei Ros dei Carabinieri e dei Comandi Carabinieri di Trento, Roma e Reggio Calabria, ha portato a galla una situazione tutt’altro che idilliaca. Su richiesta della Procura della Repubblica locale, infatti, erano state emesse delle misure cautelari a carico di 19 soggetti indagati per associazione mafiosa, in qualità di ‘ndranghetisti, scambio elettorale politico-mafioso, riduzione o mantenimento in schiavitù.

Cos’era accaduto? A partire dagli anni Ottanta, i primi lavoratori meridionali, ormai allontanatasi dalla zona, erano stati sostituiti da un’altra generazione di calabresi, fra i quali i fratelli Pietro e Giuseppe Battaglia. Intraprendenti e ambiziosi, i due crearono entrature e contatti, il noto capitale sociale della ‘ndrangheta. Fra gli altri ambienti, frequentavano la sezione comunista locale, dove Giuseppe incontrò la figlia del segretario della sezione, sposandola in seguito e muovendosi con lei nella sua scalata sociale e nella costruzione di una rete collusiva e omertosa che l’ha portato ad appropriarsi, con i suoi sodali, dell’economia locale e delle istituzioni. All’inizio del nuovo secolo, i due fratelli acquistarono la cava di Camperta, il più grande sito di porfido al mondo, e lo fecero offrendo 12 miliardi a fronte del valore di 6 della cava. Qualcuno si insospettì e aveva ragione, perché dalle intercettazioni risultò che il denaro arrivava dalla Calabria ed era un passo verso il controllo economico della zona.

Risultato raggiunto, a quanto emerge dall’inchiesta e dal dibattimento giudiziario. Legato alla cosca calabrese dei Serraino, un locale di ‘ndrangheta era stato impiantato a Lona-Lases, a capo del quale c’era Innocenzio Macheda, chiamato in Trentino da Giuseppe Battaglia, divenuto nel frattempo assessore comunale, mentre il fratello Pietro rivestiva i panni del consigliere comunale. Faccendieri, politici, imprenditori erano legati agli interessi economici locali e orientati dal gruppo facente capo a Macheda. Mentre si reca in vacanza a Merano con lui, Antonio Serraino, membro del clan omonimo la cui roccaforte è a Cardeto vicino Reggio Calabria, viene colto dalle intercettazioni ambientali in un passaggio interessante: Trento è una città bianca senza malizia, osserva, «i calabresi maliziosi quando hanno visto che non girava droga hanno fatto soldi della Madonna». Soldi ne avevano fatti gli ‘ndranghetisti, anche grazie anche alla connivenza di «soggetti di questa provincia», come si legge nelle carte giudiziarie.

Di fatto, il processo, che sta per giungere al termine, ha confermato la presenza ‘ndranghetista in Trentino. Nella loro requisitoria di tre settimane fa, i pm Licia Scagliarini, Maria Colpani e Davide Ognibene hanno chiesto pene pari a 88 anni per gli imputati che avevano scelto il rito abbreviato, tutti accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso; a questo reato, per quattro imputati, si aggiunge quello di riduzione in schiavitù. Per Giuseppe Battaglia sono stati chiesti 14 anni, con l’accusa di aver avuto un ruolo apicale nel sodalizio mafioso, oltre che per sfruttamento dei lavoratori e per reati fiscali. Al fratello Pietro, i pm addebitano anche l’accusa di aver lavorato per procacciare voti per le elezioni comunali di Lona-Lases nel 2018 e hanno chiesto una pena di 11 anni; la stessa richiesta per Giovanna Casagranda, moglie di Giuseppe, in quanto collaborò allo sfruttamento dei lavoratori e per essere intestataria di società fittizie e di elusione fiscale.

Quanto allo sfruttamento dei lavoratori e alla loro riduzione in schiavitù, non è difficile credere all’accusa. La visione della gestione della forza lavoro di Giuseppe Battaglia è esemplarmente sintetizzata in un discorso a un imprenditore, anch’esso frutto di intercettazione: «Guarda, io ho qui i cinesi che … che quando che mi serve sto fuori anche di quattro o cinque mesi e non mi rompono i coglioni, gli do i duecento euro per mangiare ed è finito lì il discorso». Chiaro! E la moglie di Battaglia, a un operaio che minacciava il suicidio nella cava per la mancata riscossione di 7000 euro di stipendio, faceva rispondere: «se non è soddisfatto può sempre licenziarsi».

Risulta, quindi, facile comprendere perché gli inquirenti abbiano scritto nero su bianco che le regole vigenti nella cava sono «condizioni di semischiavitù, stipendi irrisori sovente pagati in ero e quasi sempre con ritardi tali da costringere le relative famiglie a patire la fame e gli operai stessi a dormire all’interno di veicoli». Non è un caso, del resto, che la stessa inchiesta abbia preso forma a partire da un episodio avvenuto nel 2014, quando un operaio cinese, Hu Xupai, che pretendeva di veder riconosciuti circa 35 mila euro di arretrati dal padroncino macedone – al soldo della cosca –, fu violentemente pestato a calci, morsi e trafitto con un pezzo di ferro.

Intimidazioni e minacce, messaggi inequivocabili di quella consorteria criminale che si muove sempre col doppio passo della faccia buona e rassicurante e di quella violenta. Così violenta che, per ben quattro tornate elettorali, è mancata la candidatura per il sindaco di Lona-Lases; nessuna lista si è presentata all’appuntamento politico locale e il comune è amministrato da un commissario prefettizio.

E mentre si attende per metà luglio il turno dei difensori di parte civile, la comunità trentina pare evadere il problema. Forse è questo il problema reale, non nuovo peraltro, già incontrato mille altre volte, a partire dalla difesa a spada tratta della verginità del territorio lombardo da parte degli amministratori locali quando Roberto Saviano osò dire che le lande padane pullulavano di cosche mafiose. I politici trentini non sono stati da meno. La Commissione parlamentare antimafia aveva audito nel maggio dello scorso anno il presidente della Regione, Fugatti, che aveva dichiarato di non aver avuto sentore della presenza mafiosa. Morra, presidente della Commissione antimafia, in quell’occasione aveva risposto: «ci si deve domandare se è difetto di intelligenza o altro».

Ed è scattato il risentimento etnico. Dal Consiglio provinciale di Trento si è levata la voce indignata di Claudio Cia (FdI) che ha definito vergognose e offensive per la Regione autonoma le parole di Morra; Giorgio Tonini (PD) ha chiosato definendo quella frase inopportuna e sconsiderata; il consigliere di Onda civica, Filippo Degasperi, invitava ironicamente Morra a mandare in loco un prefetto di ferro. Dal canto suo, il presidente del Consiglio regionale, il leghista Roberto Paccher, ha osservato, non senza effetti paradossali vista la costante negazione del fenomeno mafioso nella Regione, che «tutti i presidenti che hanno guidato il Trentino hanno contrastato le infiltrazioni della criminalità». E, last but not least, il leghista di Cembro, Alessandro Savoi, ha convintamente asserito che «la mafia al nord l’hanno portata i calabresi e i siciliani» e che «i cembrani sono gente onesta e perbene».

Nulla di nuovo, in sostanza. Torna la narrazione più consolidata: dal Sud, una torma di violenti e mafiosi giunge nel paradiso settentrionale e ne contagia il candore. Ma la narrazione non piace ad alcuni abitanti della zona meno disposti a purificarsi la coscienza delocalizzando il male altrove. È il caso dei redattori della rivista mensile “QT” (Questo Trentino) – da cui si traggono alcune delle informazioni qui riportate e che si invita a leggere attentamente per il dovizioso lavoro di ricostruzione della vicenda giudiziaria – la cui opera di informazione sull’inchiesta Perfido e i suo i risvolti è stata capillare. Così come tenace è la battaglia condotta dal Coordinamento Lavoratori Porfido, in particolare dal suo portavoce Walter Ferrari, che, a più riprese, si è mosso nella direzione di una corretta divulgazione dei fatti inerenti Lona-Lases e i comuni limitrofi, al fine di superare le inerzie e le minimizzazioni della politica locale.

Proprio nelle pagine di “QT” è possibile farsi un’idea dei meccanismi complessi che soggiacevano all’infiltrazione ‘ndranghetista in Val di Cembra. Quando i redattori, a proposito del tentativo dei calabresi di non destare sospetti e di accreditarsi quali interlocutori credibili e rispettabili, scrivono che i nuovi abitanti della comunità, pur senza apparire mafiosi, «accettavano di passare per gente non particolarmente amante della legalità», aggiungono poi tra parentesi tonde: «in una situazione, il comparto del porfido, in cui tutti erano molto disinvolti rispetto a leggi e regole». Con buona pace del leghista Savoi e dell’onestà cristallina di quella zona.

Andrà ribadito, una volta ancora, quanto ormai è chiaro ed evidente agli occhi di chi non cerca scusanti per le comunità locali, ma chiarezza e comprensione dei fenomeni. Quella mafiosa non è una colonizzazione a mano armata, per quanto non disdegni a un certo punto di armarsi, ma una complessa operazione di inserimento in territori che non disdegnano del tutto una certa praticità sbrigativa dei metodi mafiosi, che traggono benefici dalle collusioni con i clan – in termini elettorali, ad esempio - , che sono caratterizzati da atteggiamenti pregressi non sempre e non del tutto conformi alla legge.

Qui si innesta la malizia ‘ndranghetista, in questo humus torbido, fatto di opportunismo e avidità, bisogno o ambizione, attitudine alla ricerca del profitto a qualunque costo. È un’intercettazione esemplare ad argomentare la questione: in una conversazione tra ‘ndranghetisti e relativa al Trentino, una voce afferma, infatti, «ci stabiliamo qui, perché sono più ladri di noi». Qui il mafiens incontra il sapiens che gli somiglia, con il quale ha “cose da dirsi”, affari da stringere, interessi da condividere. Il sapiens lo fa entrare in casa, gli offre un bicchierino, un appalto, una figlia in sposa, e lui rallegra la comunità con cene e convivi, mentre necrotizza l’economia locale, si infiltra nelle amministrazioni locali, spolpa i bilanci comunali, schiavizza i dannati della terra che vivono in quelle plaghe. Cene e convivi, come quelli offerti dall’associazione "Magna Grecia" di Trento o quelli organizzati dalla figura di raccordo tra mafia e colletti bianchi – Giulio Carini, imprenditore, cavaliere della Repubblica, molto noto a Trento e addentro alle cose di ‘ndrangheta – che servivano a dare rispettabilità alla cosca e, soprattutto, erano strumentali per gli interessi personali e mafiosi. Un ex prefetto di Trento, un vice-questore di PS, un capitano dei Carabinieri, giudici del Tribunale di Trento, personalità della politica, un primario dell’ospedale Santa Chiara e altri; erano questi, come si legge nell’ordinanza del giudice per le indagini preliminari, i contatti buoni di Carini e, quindi, della locale ‘ndranghetista.

Così, tra cene a base di capra – specialità calabrese – e risate, si costruiscono le cointeressenze e la politica locale chiede, oppure ottiene senza chiedere, i favori e lo slancio elettorale dei clan. In tal senso, sono indagati per il reato di voto di scambio con associazioni a delinquere di stampo mafioso l’ex deputato ed ex consigliere provinciale Mauro Ottobre e gli ex sindaci di Lona-Lases, Roberto Dalmonego, e di Frassilongo, Bruno Groff. A questi, Domenico Morello, uomo di raccordo con Roma e la Calabria, precisava nel corso di una conversazione chiarificatrice: «una mano noi ve la diamo, però vedi che noi siamo tutte persone che hanno aziende, che possono avere delle necessità. Vedi che se poi, quando noi bussiamo, voi ci voltate le spalle, vedi che non va bene».

Non ci sono isole incontaminate, forse. E non ci sono perché, forse, mancano isole decontaminate dai piccoli o grandi furbetti del quartierino, dal bisogno, dalla scarsa propensione alla prassi legale. Ci sono porte che si aprono davanti al bussare del mafiens, che fa lo splendido e poi chiarisce che lo splendore è una marchetta che costa cara allo sprovveduto o al malizioso padrone di casa.


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