Pretty woman ha le rughe
«È mai possibile, o porco di un cane, che le avventure in codesto reame debban risolversi tutte con grandi p...» (Fabrizio De Andrè, Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, 1963).
Partiamo da un articolo uscito nel 2019 su Avvenire. "Il mito di Pretty Woman: l’inganno liberista della prostituta felice" di Antonella Mariani. Seguono alcune riflessioni secondarie.
C’era una volta Pretty woman (1990), il film. Un remake del Pigmalione di Shaw, diventato poi film (My Fair lady, diretto da Cukor nel 1964). Amatissimo, accattivante, e bravissima strepitosa Julie Roberts, martellante colonna sonora [1]. Ok. Tutta la nostra epoca attuale è iniziata con Pretty woman.
Link a wikipedia/My fair lady.
Anche la data è indicativa. È appena caduto il muro di Berlino. URSS/comunismo/speranza di riscatto dei pezzenti: kaput. Una sola ideologia risulta vincente, la selezione naturale masticata con mandibola anglo-sassone ha decretato il vincitore. I poveri hanno perso, hanno vinto i ricchi. Che diventano così, unti dal Signore, oligarchia.

Pretty woman sancisce l’epoca. L’oligarca riplasma il mondo a sua immagine e somiglianza. Non “aiuta” la puttana accettandone la cultura (la diversità di genere, ecc_), ma la riplasma secondo le proprie specifiche. La “accultura” (dunque, resterà comunque sempre una sottoposta) per suo capriccio e trastullo. Il povero, il pezzente, a questo serve. Il resto, quel che conta davvero e che esiste è il mondo del ricco: i poveri restano fuori o vengono usati a trastullo dell’oligarca.
Se Epstein fornisce un servizio all’oligarchia internazionale, puttane giovani, ragazzi utili allo scopo, orge ecc_, entrando nel gioco internazionale dello spionaggio e dunque compromettendosi con il potere politico (mai giocare coi santi né con la politica vera…), il mondo che vediamo costruito attorno è quello del lupanare oligarchico, la riproduzione del kitsch e dell’idea imperiale romana d’età augustea (ad usum Las Vegas e riproduzione plasticosa del Campidoglio/Capitol Hill/White House), presto passati dai tentativi tecnocratici e moderatori di Mecenate allo straripantismo parvenù di Trimalcione/Berlusconi/Trump.
(Accidenti! non volevo parlare del caso Epstein, ma si vede proprio che sono condizionato dal "tutti ne parlano" attuale).
Nell’età del soft power - guerra fredda ma anche il tentativo da parte del mondo anglo-statunitense di darsi una patina buonista (piano Marshall ecc_) - Audrey Hepburn aveva a che fare con uno studioso britannico (ricco) - sia per il film del 1964 [2] che per quello del 1990 non importano i nomi dei protagonisti maschili (del tutto insulsi, corrispondenti all’ideale di “bellezza maschile” dell’epoca) quanto quello che “fanno” ovvero il prestigio sociale di cui godono: l’immagine del prestigio che è diversa nelle due epoche. Gli americani trovano che uno studioso britannico impersoni meglio di ogni altra cosa l’ideale di prestigio, l’etica e le caratteristiche positive sociali dell’epoca. Negli anni Novanta del secolo scorso l’oligarca è direttamente uno squalo affarista, la finanza detta legge (siamo in epoca post-fordista, l’industria comincia a interessare meno l’oligarchia: non a caso la nuova oligarchia smantellerà progressivamente tutto l’apparato industriale statunitense fino alla situazione attuale).
Tutti gli elementi della realtà, nelle diverse epoche, sono manifestamente tutte evidenti, in bella vista, carte da poker a vista sul tavolo. E noi ci rivedevamo il film e canticchiavamo “Pretty woman” (la canzone) tutti contenti, la sinistra governativa era contenta perché c’era lo specchio per allodole di una povera, le femministe decorticate guardavano contente all’ascesa sociale di una donna, i produttori hanno fatto soldi. Tutti felici. Con i prosciutti agli occhi.
C’era una volta Pretty woman dicevamo, così come si iniziano le favole. La "favola bella" © Gabriele D’Annunzio, 1902, e la modernità del trionfo della tecnologia fino alla bomba atomica. Gli anni passano, Julie Roberts rimane splendida, ma l’oligarca è invecchiato male - ha le rughe di Trump e l’halzheimer di Biden, ha tolto la maschera e la musica è stonata. Buon san Valentino a tutte.
[1] La canzone era "Oh, pretty woman" portata al successo dal suo autore, Roy Orbison, nel 1964. Dello stesso anno la versione italiana: Sei il solo (con il testo riscritto da Vito Pallavicini), incisa da Eugenia Foligatti. Notizie su Wikipedia.
[2] Nella mia copia vinile della colonna sonora di My Fair Lady ricordo che il doppiatore italiano era Nando Gazzolo: faceva il co-protagonista Henry Higgins, interpretato al cinema da Rex Harrison.
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