Pontremoli (MS) - La Disfida dei Falò: Il Rogo di San Geminiano
Se c’è una cosa che il tempo non può scalfire in Lunigiana è la devozione per il fuoco. Ieri sera, 31 gennaio 2026, Pontremoli ha celebrato il capitolo finale della sua millenaria Disfida dei Falò, regalando a cittadini e turisti uno spettacolo che mescola fede, orgoglio di quartiere e una buona dose di "sana" rivalità.
Dopo la prova di forza del rione di San Nicolò lo scorso 17 gennaio, gli occhi erano tutti puntati sul greto del torrente Verde, dove i fuochisti di San Geminiano hanno dato vita a una pira monumentale.
La tradizione dei falò di Pontremoli affonda le radici in un passato in cui il fuoco era l’unico modo per esorcizzare le paure dell’inverno e propiziare il raccolto.
L’usanza ha origini Medievali. Si narra che i falò servissero a illuminare la strada al Santo Patrono, Geminiano, di ritorno da una delle sue missioni. Storicamente, la sfida nasce dalla divisione della città tra Guelfi e Ghibellini. La parrocchia di San Nicolò (il rione "di sopra") e quella di San Geminiano (il rione "di sotto") hanno trasformato l’antica competizione politica in una sfida di maestria e coraggio.
Ieri sera alle ore 20:00 in punto, dopo il solenne Pontificale in Duomo, il silenzio del greto del fiume è stato interrotto dal primo crepitio. Sotto lo sguardo attento di migliaia di persone assiepate sul Ponte della Cresa, la pira di San Geminiano ha preso vita.
La tecnica dell’accensione è fondamentale. I fuochisti lavorano per giorni incastrando i tronchi per far sì che l’aria circoli perfettamente in modo che “là Vampa” all’accensione sia perfetta. Il fuoco (“La Vampa”) di ieri sera si è innalzato per oltre 25 metri assieme ad una colonna di scintille (le "farfalle") hanno illuminato a giorno le facciate dei palazzi storici.
Non c’è un notaio a decretare il vincitore, ma il verdetto che sentivamo al bar del centro era unanime: il falò di San Geminiano ha bruciato con una fiamma dritta e pulita, segno di legna ben secca e di una costruzione impeccabile. "È stata una delle edizioni più sentite degli ultimi anni," commenta un anziano fuochista tra la folla. "Il calore si sentiva fino in piazza, e il fumo è andato dritto verso il cielo: San Geminiano ha gradito."
Non è stata solo una serata di fiamme. Pontremoli ieri è stata il cuore pulsante della Lunigiana, le tante osterie del centro hanno servito migliaia di piatti di testaroli e torte d’erbi. Le bancherelle piene di cibarie varie e oggetti illuminavano le vie.
La serata fredda (c’erano tre gradi, ma la temperatura percepita era sotto lo zero) e tersa ha favorito la visibilità del rogo, creando un contrasto magico tra il buio della valle e l’arancio del fuoco.
La Disfida dei Falò si è conclusa, lasciando sul greto del fiume solo un mucchio di cenere calda e, nel cuore dei pontremolesi, la certezza che la primavera, ora, può davvero arrivare.
La leggenda legata a San Geminiano e ai falò di Pontremoli è un affascinante intreccio di storia religiosa, miracoli e antiche tradizioni pagane legate al solstizio e alla purificazione.
La più celebre riguarda il ruolo di San Geminiano come protettore della città. Si narra che, durante le invasioni barbariche, Pontremoli fosse in grave pericolo. Il Santo intervenne sollevando una fittissima nebbia che avvolse la città, nascondendola alla vista degli invasori e salvando così la popolazione dal saccheggio.
Il fuoco acceso il 31 gennaio simboleggerebbe la luce che squarcia quella nebbia miracolosa, celebrando la guida e la protezione del Santo. Un’altra versione popolare vuole che i falò siano stati accesi per la prima volta per accogliere e riscaldare il Santo di ritorno da una delle sue peregrinazioni. Pontremoli, situata in un punto strategico ma spesso gelido tra le montagne della Lunigiana, offriva calore al suo patrono attraverso enormi pire. Ancora oggi, si dice che se il falò "brucia bene" (ovvero se la fiamma sale dritta e senza fumo nero), San Geminiano ha accettato l’omaggio e garantirà un anno di raccolti abbondanti e salute.
Sebbene la leggenda sia cristianizzata, le radici profonde affondano nei riti di purificazione agricoli. Gennaio era il mese in cui bisognava "bruciare la vecchia" o l’inverno. Infatti, San Nicolò (17 gennaio) rappresenta il fuoco che inizia a scacciare il gelo e San Geminiano (31 gennaio) rappresenterebbe il trionfo finale della luce. La leggenda vuole che le scintille sprigionate dal falò di ieri sera (chiamate farfalle) portino via con sé le sventure dell’anno passato, purificando l’aria e il terreno per la primavera imminente.
Ma…non si può capire la leggenda di San Geminiano senza la sfida con San Nicolò. La rivalità tra i due rioni ha alimentato la credenza che il Santo "vincitore" (quello il cui falò brucia meglio) proteggerà i suoi fedeli con più vigore durante l’anno. Questo dualismo riflette l’antica divisione tra Guelfi e Ghibellini, trasformata nel tempo in un racconto epico dove il fuoco è l’unico giudice.
Molti pontremolesi credono che se il vento soffia verso l’Appennino durante il falò di San Geminiano, l’inverno sarà ancora lungo, mentre se soffia verso il mare, la primavera è alle porte.
Secondo la credenza, se le scintille di San Geminiano volano più in alto di quelle di San Nicolò (del 17 gennaio), il rione "di sotto" avrà un’annata benedetta. Ieri sera dopo una serata ventosa prima della VAMPA il vento si è fermato e grazie all’aria ferma e gelida, le scintille hanno creato un tappeto luminoso sopra i tetti del centro storico, un evento che i veterani del falò hanno interpretato come un segno di grande auspicio
San Geminiano (vissuto nel IV secolo è patrono anche di Modena) è spesso raffigurato con un modellino di città tra le mani. A Pontremoli, questo simbolo ha un valore speciale: rappresenta la protezione fisica del borgo dalle insidie esterne (guerre, epidemie e carestie). Uno dei miracoli che più si raccontano riguarda la sua capacità di scacciare i demoni. Nella tradizione locale, il falò di ieri sera non è solo un omaggio, ma un rito per "ripulire" l’aria dalle influenze maligne che si annidano nel buio dell’inverno.
La Concattedrale di Santa Maria del Popolo (il Duomo) è il luogo dove la leggenda incontra l’arte. All’interno si può ammirare la statua di San Geminiano che, proprio ieri, è stata il fulcro delle celebrazioni, e l’Altare Maggiore che è un capolavoro di marmi che riflette l’importanza che la città ha sempre dato al suo patrono, investendo le proprie ricchezze per onorarlo.
La leggenda si intreccia con il calendario agricolo. Il 31 gennaio è considerato il giorno in cui "il freddo più nero se ne va". C’è un antico detto locale che recita: "San Geminian dalle scarpe rotte, ne ha fatte più di un ordine in una notte", a indicare quanto il Santo si sia dato da fare (correndo su e giù per le valli) per proteggere i suoi fedeli, fino a consumarsi le suole. .
I canti che si sentono durante la manifestazione non sono solo una cantilena, ma un vero e proprio "grido di battaglia" che accompagna la Disfida da oltre un secolo. È un momento in cui la goliardia prende il sopravvento e riporta in vita un’antica disputa territoriale e religiosa.
La frase che i sostenitori di San Geminiano intonano contro il Vaticano (e contro il rione rivale) è solitamente questa: "Arò, arò, arà, abbasso San Nicolò, abbasso il Vaticano, evviva San Geminiano!"
Può sembrare strano sentire un coro contro il Vaticano durante la festa del Santo Patrono, ma c’è una spiegazione storica molto precisa che risale alla seconda metà dell’Ottocento. In quel periodo nacque un acceso diverbio tra le due parrocchie (San Nicolò e San Geminiano) su come dovesse svolgersi un’antica processione e su quale rione avesse la precedenza.
La questione finì nientemeno che davanti alle autorità ecclesiastiche romane. Il Vaticano, dopo aver esaminato il caso, diede ragione alla parrocchia di San Nicolò.
Da quel momento, i parrocchiani di San Nicolò vennero soprannominati (con un misto di orgoglio e scherno) "quelli del Vaticano".
Per questo motivo, il 17 gennaio, i seguaci di San Nicolò cantano: "Viva San Nicolò, viva il Vaticano!".
Di contro, il 31 gennaio, i seguaci di San Geminiano rispondono con la cantilena: "Abbasso il Vaticano!", non per odio verso la Chiesa in sé, ma come atto di ribellione sportiva contro quel verdetto storico che favorì i loro rivali. Ieri sera, mentre il falò bruciava sotto il Ponte della Cresa, quel coro serviva a ribadire l’identità del rione "di sotto". È la parte più autentica e "rumorosa" della tradizione: un mix di devozione religiosa per San Geminiano e di accesa rivalità popolare contro il rione "di sopra".
È assolutamente normale quando il fuoco si alza e l’adrenalina sale, la goliardia pontremolese non si risparmia. Oltre al classico coro contro il Vaticano, la rivalità tra i rioni si esprime con battute in dialetto e strofe che spesso rasentano l’insulto giocoso, ma pesantissimo.
Spesso i cori seguono rime baciate in dialetto pontremolese che prendono di mira i personaggi storici o i capifuocharini del rione opposto.
Il bello della Disfida è che tutto quello che si sente (le maledizioni al Vaticano, gli insulti ai vicini di casa dell’altro rione, le cantilene spinte) finiscono non appena la pira diventa cenere. Oggi, 1° febbraio, quegli stessi "nemici" si ritrovano probabilmente allo stesso bar a discutere di chi avesse la fiamma più dritta, davanti a un bicchiere di vino.
Anche noi di Girodivite per rispetto della tradizione abbiamo onorato con un bel bicchiere di "Bianco Oro" Santo e Vampa, affiche ci sia garantito un anno di abbondanza e salute.
(Bianco Oro...Si tratta di un cocktail a base di spumante e una miscela segreta di tre liquori... alcuni sospettano la presenza di un amaro o della China Clementi, tipica della zona, ma la ricetta ufficiale è custodita gelosamente dalla famiglia del Bar Luciano).

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