Poliedricità del "bello"

Sul tema della bellezza
di Salvatore Mica - mercoledì 23 marzo 2005 - 7401 letture

Affrontando per la prima volta la disciplina estetica, mi è immediatamente stato chiaro come la bellezza o meglio il tema del "bello", fosse un’asse portante delle problematiche connesse a quest’argomento.

Il "bello" ed i dibattimenti ad esso correlati, hanno una loro storia che coincide solo parzialmente con la storia dell’estetica; inizialmente infatti si parlava del bello e del tema della bellezza come unico valore interno all’estetica.

La pluralità di valori propria dell’estetica viene riconosciuta solo alla fine del Settecento, quando cioè assistiamo alla nascita delle cosiddette "categorie estetiche" che svincolano definitivamente il bello dall’estetica e fanno si che all’interno di quest’ultima si possano riconoscere tutte le sfaccettature che le sono proprie. "Il brutto" come essenziale valore estetico, riesce per primo a svincolarsi dalla scomoda etichetta di disvalore estetico acquisendo dignità ontologica grazie allo scritto di Schlegel "Sullo studio della poesia greca" in cui lo studioso ravvisava il brutto come un elemento fondante l’arte moderna. Il lavoro di Schlegel unito ai lavori di Hugo,Rosenkranz e Adorno sul brutto hanno determinato la rottura della diuade estetica-bellezza mortificante e restrittiva per entrambi gli ambiti, non riuscendo ancora tuttavia a cogliere la necessità di un sistema multiplo di categorie estetiche.

Dessoir fu probabilmente il primo ed il più esaustivo ordinatore ed ideatore di queste categorie, a suo parere infatti, il campo estetico, il campo artistico, e l’ambito del bello, sono nettamente separati. Le categorie da lui ravvisate sono: il bello, il brutto, il sublime, il tragico, il carino, il comico. Il sistema pluricategoriale fa si che l’estetica si distacchi dall’idea del bello, mettendola in crisi e fondando un altro variegato e multiforme tema di dibattito interno all’estetica: la definizione e l’ordinamento interno delle categorie estetiche supplenti all’ onnipresente bello.

Bayer sembra assecondare la tendenza emersa durante un indagine estetica, di rivolgersi agli oggetti artistici come se fossero ognuno portatore di valori, criteri ed ovviamente categorie diverse.

Bayer ravvisa diverse categorie rispetto a Dessoir partendo ovviamente da diversi presupposti, le sue categorie sono: la grazia, il sublime, il bello, il brutto, il barocco, il comico, il meraviglioso, il naif.

Di diversa opinione Lalo che raggruppa le categorie secondo l’intelligenza, l’attività, la sensibilità; le categorie sono: il bello, il grazioso, il sublime, il tragico, il drammatico, lo spirituale, il comico ed il ridicolo.

L’analisi soprastante del rapporto tra bello ed estetica non è che una delle tematiche correlate con il tema che abbiamo scelto di affrontare. Se ho scelto di esordire la mia trattazione sulla poliedricità della bellezza con la storia di questo rapporto, il motivo è semplice.

Ho pensato fosse doveroso, prima di affrontare le varie tematiche interne al tema della bellezza e le varie interpretazioni della stessa, datele nel corso della storia dalle numerose scuole di pensiero filosofiche che si sono cimentate con questo argomento, sgombrare il campo dai possibili equivoci e fraintendimenti in cui inevitabilmente si incorrerebbe se non risultasse assolutamente chiaro il rapporto tra bellezza ed estetica. Delimitando i "confini esterni" del mio tema, ho quindi compiuto, a mio modo di vedere, un atto di onestà intellettuale.

Incominciamo ad addentrarci nel cuore della nostra trattazione affrontando uno dei problemi centrali della bellezza sul quale nei secoli hanno dibattuto i maggiori filosofi della storia: si tratta di definire se la bellezza sia caratteristica oggettiva o soggettiva. Ovviamente il tema è vasto ed abbraccia dibattiti e problematiche che trascendono non solo il tema della bellezza ma anche l’ambito molto più vasto dell’estetica.

In questa sede però mi atterrò rigorosamente al mio "topic" evitando digressioni che apporterebbero più distrazioni che chiarimenti al mio lavoro.

Le scuole di pensiero "oggettive" ritengono che la bellezza sia una proprietà, una qualità - ideale o reale non importa - dell’oggetto osservato, mentre le scuole di pensiero soggettive sostengono che la bellezza risiede nel piacere che suscita l’oggetto osservato nello spettatore, nel gusto dei soggetti o allo scopo che l’oggetto bello è chiamato a soddisfare: popolarmente si sarebbe detto : "La bellezza è nell’occhio di chi guarda".

Entrambe le correnti sono ampliamente rappresentate nel periodo classico: Socrate sosteneva che l’armonia (ricercata, voluta ed ammirata dai Pitagorici) fosse accompagnata da una forza demoniaca soggettiva, che attribuiva alle cose una magica euritmia.

Sempre appartenenti alla scuola di pensiero soggettiva sono i sofisti: Gorgia vedeva la bellezza come un’ attributo retorico del discorso nell’ "Encomio di Elena". Illustre rivale di questa scuola è Platone, la cui idea del bello sarà presa come punto di riferimento da molti pensatori a lui successivi.

Platone definisce la bellezza riconducendola a principi della forma della simmetria e dell’armonia, sostenendo altresì che mutano i loro ideali regolativi nel caso in cui questi archetipi venissero applicati ad oggetti sensibili. A parere di Platone forte è la simbolica connessione fra bello e bene. Il bello non è un risultato della technè, ne della potesis, è il piano ideale del bene. La bellezza appartiene all’essenza delle cose e per questo non può venire limitata alla piacevolezza dei sensi; proprio per questa ragione riprenderà i concetti, sovrasensibili anch’essi, di ordine, armonia e simmetria, collegandoli al concetto di bello e di bene. Ne la poesia, ne l’arte si accompagnano all’ idea di bello. Il punto di vista che riuscirà a conciliare le scuole di pensiero oggettive e soggettive è rappresentato dalle posizioni di Aristotele, che trionferanno nell’estetica moderna.

Plotino fa da ponte fra la concezione greca e quella cristiana del bello, sostenendo che la bellezza sia radicata negli oggetti sensibili ma che tenda verso un principio assoluto. Sant’ Agostino raccoglie le tesi di Platone, grazie alla mediazione di Plotino, inserendo Dio come vertice teleologico.

Altri pensatori medioevali si baseranno su Agostino ponendo l’accento sul carattere spirituale del bello; altri andranno nella direzione totalmente opposta nello stesso periodo mostrando di apprezzare la bellezza sensibile descrivendo le sue principali qualità. Su questa linea di pensiero troviamo un altro colosso del medioevo: Tommaso d’Aquino, il quale mantiene un’ affinità tra bello e bene sostenendo altresì che il bello si riferisce non alla causa finale ma alla causa formale.

Il dibattito sull’oggettività della bellezza viene messo da parte nell’epoca del Rinascimento; in questo periodo avviene un’importante accadimento che condizionerà la futura concezione di bellezza e modificherà radicalmente gli ambiti dell’estetica: la bellezza incontra l’arte. Le forme artistiche, specialmente quelle legate alla vista diventano strumento per ricercare l’idealità della bellezza. L’arte non è più degradazione della bellezza come in Platone, ma sua nobilitazione e realizzazione.

Continuiamo il nostro excursus ponendo l’accento sulla multiformità del concetto di bellezza, tema vasto e complesso, trattabile da molti punti di vista, che viene trasformato dalle concezioni ed i preconcetti culturali delle correnti culturali esaminatrici avviluppandosi via via a temi e problematiche sempre differenti. L’elencazione sommaria e largamente incompleta delle varie concezioni di bellezza coronano la poliedricità del termine, giustificando il titolo che ho voluto dare a questo breve e giustamente incoerente scritto sulla bellezza.

Charles Perrault concentra la sua attenzione sulle differenze fra antichi e moderni, i primi a suo dire, fondavano la bellezza sull’ abitudine a determinate proporzioni, i secondi riescono invece a cogliere la permanenza e l’oggettività della bellezza.

Dubos sostiene che la bellezza sia uniformità nella varietà.

Shaftesbury pensa che l’uomo abbia un senso specifico che lo conduce verso la bellezza che è armonia e proporzione.

Gli empiristi, il cui capostipite è ovviamente Locke, sostengono che la bellezza sia connessa con la specificità esperenziale di un sentimento legato al senso del piacere.

Diderot nella sua Enciclopedia tenta di rimanere in bilico tra classicismo ed empirismo, definendo la bellezza come "percezione dei rapporti".

Baumgarten pone l’accento sulle connessioni interne ad una dimensione radicata nella sensibilità sottile e confusa, tale è per lui il concetto di bellezza.

La bellezza è indefinibile per i romantici; probabilmente solo la concezione di Goethe, che lega la bellezza al suo personalissimo concetto di grazia, può essere presa come punto di riferimento generale del movimento. Oltre a questo ogni romantico ha una sua diversa concezione della bellezza, ancora una volta l’incoerenza è il carattere costitutivo del concetto testè analizzato.

Il bello è bellezza magica per Novalis, tragedia dell’intuizione intellettuale per Holderlin, l’incontro della filosofia e dell’arte per Schelling, l’ascetica artisticità del tempo in wackenroeder, il divenire della divinità in cose per Schlegel, la potenzialità tragica attraverso la vita spirituale dell’arte per Solger.

Hegel, come in ogni altro campo attinente alla filosofia, anche sul tema della bellezza, segna una svolta: il bello è per lui una forma sensibile dell’idea, l’arte è il bello, poiché l’idea incarna il suo contenuto spirituale in forme sensibili. L’arte romantica è la morte dell’arte per Hegel che vede l’impossibilità per le forme esteriori dell’arte di esibire la genesi spirituale della civiltà.

La visione di Kant e di Hegel conducono la bellezza verso nuovi paradigmi, i quali, una volta liberata la bellezza dall’erronea equipollenza con la materia estetica in toto, diverranno sempre più frastagliati e lontani dal concetto di arte che non può e non potrà mai trovare sul concetto di bello un principio di definizione e sintesi.


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