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Poesia è politica (8): E pensano di vivere in paradiso

Rumore / di Bruce Weigl : traduzione Giulio Segato ; introduzione Raffaella Baritono. - Senigallia : Ventura Edizioni 2021. - (Palestra di poesia). - ISBN 978-88-3136-157-6.

di Alessandra Calanchi - giovedì 11 aprile 2024 - 397 letture

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Copertina di Rumore, di Bruce Weigl

Come scrive la storica Raffaella Baritono nella sua accurata introduzione, gli Stati Uniti non sono mai riusciti veramente a fare i conti col Vietnam, una guerra che ha significato non solo una sconfitta ma anche la morte di moltissimi giovani e suscitato aspre contestazioni. Oggi, a tre anni dall’uscita di questo volumetto di poesie, il Vietnam in realtà sembra più lontano, vista la “vicinanza” di altri conflitti che durante la pandemia sembravano scongiurati. Al contrario, il divario sociale, le speculazioni finanziarie, le diseguaglianze sono aumentate e la guerra è tornata purtroppo alla ribalta anche nel nostro “protetto” Occidente.

Le poesie di Bruce Weigl sono come dei pugni nello stomaco, piccoli bozzetti di vita diventata impossibile dopo il ritorno alla cosiddetta normalità. Il rumore – reale, percepito, ricordato – diventa la metafora di tutto ciò che non si riesce a dimenticare, che riecheggia nella mente e pulsa come un martello nella nostra coscienza ferita. Il senso di colpa per il solo fatto di essere americano (cioè appartenere alla categoria degli “invasori”) permea tutto: il paesaggio, i rapporti fra i sessi, la memoria, la speranza del futuro.

Cito una parte della poesia che dà il titolo alla raccolta:

I novelli sposi della porta accanto
Si urlano addosso, alle tre di mattina
[…]
Non sono affari miei
Ma mi hanno svegliato con il loro rumore.
Forse è colpa dei coaguli di stelle o della luna piena
Perché anch’io provo la stessa
Rabbia e i treni fanno un tale rumore stanotte.
[…]
Perché il rumore è anche nella mia testa,
Il rumore è sempre nella mia testa.
(pp. 63-64)

L’immagine iniziale, con la giovane coppia che sta litigando, ci mostra un’America quotidiana segnata dal fallimento della comunicazione, quasi come in Raymond Carver. Non c’è consolazione per chi è tornato dall’orrore, c’è solo solitudine e quel rumore di fondo che si fa baratro del senso. Il ricordo del padre, della casa, delle persone incontrate durante la vita formano una litania di volti di vivi e di morti, di soldati e di civili, di animali domestici e di estranei. E troviamo spazio anche per una categoria di persone con cui il poeta entra in particolare empatia: “Un piccolo canto per gli immigrati”.

Gli immigrati attraversano la città in bicicletta.
Vi si mescolano ora e lavorano quasi sempre dietro le quinte
per salari che la maggior parte degli americani non accetterebbe mai,
e pensano di vivere in paradiso. Che brutto
dev’esser stato dover fuggire
[…] Nessuno può aiutarti
contro il danno inferto alla tua anima che
comporta l’essere affamato, o il vivere sotto un regime sanguinario,
senza nemmeno la libertà di pronunciare i nomi dei tuoi morti.
[…]
(p. 131)

Veterani di guerra, immigrati, americani. La fuga, la libertà, la fame, l’oppressione. La poesia tiene tutto insieme. Con fatica, ma almeno ci prova.


Bruce Weigl nasce nel 1949 a Lorain, Ohio. Nel 1967 si arruola come volontario nell’esercito e nel dicembre dello stesso anno è mandato in Vietnam, dove combatte per un anno. Tornato negli Stati Uniti, studia letteratura inglese e diventa professore di inglese e scrittura creativa. Nel frattempo, studia la lingua vietnamita e diventa traduttore. Nel 1996 adotta una bambina vietnamita, Hạnh Nguyễn. Due delle sue numerose raccolte poetiche sono state candidate al premio Pulitzer per la poesia e una è risultata finalista. Nel 2000 ha pubblicato un memoir, The Circle of Hahn. Oggi è Distinguished Professor al Lorain County Community College.

Giulio Segato è docente di scuola superiore e professore a contratto di Letteratura Angloamericana presso l’Università degli Studi di Urbino. Studioso di poliziesco e di letteratura del trauma, ha scritto saggi e volumi e ha curato recentemente Dien Cai Dau di Yusef Komunyakaa (2023).



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