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Pincio oltre la polvere di mondi probabili / di Emanuele Trevi

Tommaso Pincio. - Fonte: il Manifesto, 19 maggio 2005, p. 13.
di Redazione Antenati - domenica 22 maggio 2005 - 3721 letture

Aggrappata al suo indecifrabile stalker, un uomo ossessionato dai calcoli matematici che ama parlare saltando le vocali, La ragazza che non era lei dà il titolo all’ultimo e il più bello dei romanzi di Tommaso Pincio, appena pubblicato da Einaudi Stile Libero. Un viaggio di andata, malinconico e coraggioso, verso un altro mondo possibile. Con un ritorno tutt’altro che prevedibile

EMANUELE TREVI

Con La ragazza che non era lei (Einaudi «Stile libero», pp.307, euro 14,80), Tommaso Pincio ha rischiato grosso, ed è stato premiato da quella fortuna che, secondo l’antico motto, si concede volentieri solo agli audaci. Leggendo questo suo quarto libro, mi è spesso venuta in mente l’immagine di uno di quei giocatori accaniti che mai si sognerebbero di allontanarsi dal tavolo da gioco quando hanno già accumulato di fronte a sé un discreto gruzzoletto. Quella vincita già ottenuta, infatti, è solo il mezzo per alzare ulteriormente la posta, ottenendo maggiore profondità e velocità alla propria vertigine. Da Dostoevskij a Tommaso Landolfi, abbiamo imparato che un vero giocatore può comportarsi solamente così. Evadendo dalla metafora, bisognerà ammettere che le stesse prerogative appartengono al vero scrittore. Nella cui opera, intesa come successione di libri, esistono certamente degli elementi, anche immediati, di riconoscibilità, ma ogni volta, appunto, rimessi in gioco, sottoposti a torsioni e giri di vite così violenti da evocare costantemente lo spettro del fallimento. Il fatto è che per Pincio la forma stessa della narrazione, l’architettura di quell’oggetto verbale che definiamo una «storia», non è mai la cornice, inerte ed accogliente, delle idee, dei fatti e delle emozioni che intende esprimere. Il suo impianto narrativo, in altre parole, a partire dal punto di vista e dal «montaggio» delle sequenze, è radicalmente poetizzato. Ciò che rende assolutamente unici e inconfondibili i suoi romanzi, non è solo il fatto, constatabile ad apertura di pagina, che essi costruiscono sempre dei malinconici e stupefatti universi paralleli che il lettore è costretto ad accettare (o magari a rifiutare) in quanto tali. È il regime di senso che si instaura all’interno di queste visioni ad apparire ancora più interessante delle visioni in sé. Perché, nell’ «America» di Pincio, come accade in quella di Kafka e di Burroughs, dal tramonto della verosimiglianza non deriva l’anarchia, ma un nuovo, misterioso e vagamente sapienziale modello di coerenza simbolica. Tutta la folgorante sezione iniziale della Ragazza che non era lei è un esempio perfetto del funzionamento del mondo immaginale di Pincio. Laika Orbit vive, da un tempo imprecisato che ormai le appare lunghissimo, prigioniera di una realtà estranea e bizzarra, di cui non comprende le regole elementari e nella quale è scivolata al seguito di un uomo incontrato casualmente in un bar. A quanto pare, è bastato salire nella macchina di quell’uomo per smarrire completamente la via del ritorno. Se ogni incontro umano, e soprattutto ogni incontro tra un uomo e una donna, implica la possibilità di accedere a un altro mondo, nel racconto di Pincio questa espressione, rassicurante fin tanto che si mantiene generica come ogni modo di dire, diventa una realtà empirica concreta. Sfruttando un procedimento che appartiene a un millenario patrimonio fiabesco, Pincio reifica la metafora, ne scopre le carte semantiche. Ebbene, come la disorientata, indifesa Laika scopre a sue spese, un altro mondo è possibile. Ma il rovescio della metafora (o dello slogan politico, come non sarà sfuggito a nessuno), insomma la sua declinazione letterale, dà luogo a una specie di incubo senza possibilità di risveglio. Aggrappata al suo indecifrabile stalker, un uomo ossessionato dai calcoli matematici che ama parlare senza impiegare le vocali, Laika non può che continuare il suo viaggio in una terra incognita e perturbante dove un’unica stazione radiofonica trasmette continuamente una sola canzone, la polvere che si deposita implacabile dappertutto spia ogni gesto e, una volta ingerita, si trasforma in una potente e pericolosa sostanza psicotropa, la luce di ogni ora del giorno è quella del crepuscolo... Ma c’è di più. Non solo Laika non sa niente della realtà che la tiene prigioniera, ma ha dimenticato tutto ciò che riguarda la sua vita precedente al fatale incontro con l’uomo che parla senza vocali. L’incubo in cui si trova a vivere deriva da questa recisione del filo dell’identità e della memoria un decisivo supplemento di angosciosa incertezza.

Ancora più che dalla inospitale stranezza di tutto ciò che la circonda, infatti, Laika è afflitta dal non sapere nulla su se stessa. Era una ragazza infelice? È per questo motivo che ha seguito il richiamo dell’altrove? Chi erano i suoi genitori, i suoi amici, i suoi ragazzi? Gli interrogativi dettati dall’amnesia si avvitano su se stessi, scavando un ulteriore abisso nell’abisso dell’estraneità. L’ultima tappa del folle viaggio è la città di Cloaca Maxima, dove i macchinari delle fabbriche, adeguatamente alimentati, producono immense quantità di merda. L’infida polvere si insinua dappertutto. E Laika, al colmo della sua derelizione, rimane sola in una camera d’albergo che ovviamente non può pagare, e che dovrebbe abbandonare entro l’ora del tramonto...

Mentre leggiamo la prima parte del romanzo di Pincio, sempre più identificandoci con le assurde traversie della sua involontaria e smemorata eroina, ci troviamo giocoforza a desiderare, assieme a lei, la possibilità di una via del ritorno, o di un risveglio. Ammesso e non concesso che il narratore ci concederà un simile sollievo, la narrazione però imbocca una strada totalmente imprevista, che per molto tempo ci farà abbandonare, a malincuore, l’adorabile e derelitta Laika al suo destino. Tanto per cominciare, un sapientissimo e graduale cambiamento di registro fa sì che dalla terza persona iniziale si passi alla prima. È lo sconcertante «rapitore» di Laika che inizia a raccontare la sua storia. E questa storia ci riporta a un mondo, e a un tempo, che sono i nostri, ma che ben poco sollievo ci procurano con la loro indubbia riconoscibilità. Tanto più che quest’uomo che si confessa dichiara di parlarci dal regno dei morti, o meglio dal Bush of Ghosts di Brian Eno e David Byrne che dà il titolo al sesto capitolo del romanzo. «Sembra proprio che ora tocchi a me. Certo, sarebbe stato meglio non dover arrivare a questo punto. Per quanto non è che mi possa lamentare. Prendere la parola dall’oltretomba al cospetto di un uditorio di idioti ancora in vita comporta i suoi vantaggi. Il principale è che non ti interrompe nessuno».

Zxyz, questo è il nome del nostro beckettiano eroe, deve partire da lontano per riportarci fino a Laika. Ma attenzione: non è detto che un morto abbia la voglia, o il potere, di dire la verità - o solo la verità. La sua storia di bambino cresciuto in una comunità di hippy, tra San Francisco ed Amsterdam, sembra svolgersi tutta all’interno di una mente tormentata dalla solitudine, dalla mancanza d’amore, e infine da una immedicabile depressione. Come già nel suo romanzo precedente, Un amore dell’altro mondo, Pincio si dimostra un vero maestro nella gestione narrativa del «male oscuro», con tutto il suo sinistro corteggio di fallimenti e inibizioni. Nel senso che il fallimento della vita non è semplicemente un tema enunciato dal racconto, ma un modello del mondo, un cosmo senza vie d’uscite, né più né meno della distopia nella quale la storia ha abbondonato la povera Laika, allontanandosene sempre più via via che il monologo del morto prosegue verso la sua fine ineluttabile. A un certo punto, i lettori inizieranno a chiedersi come mai le due storie di questo libro, quella raccontata in terza e quella raccontata in prima persona, stentino così tanto a ricongiungersi in un punto di comprensione e illuminazione reciproca. Ma mentre si pongono questa domanda, alla quale solo l’ultima pagina darà una risposta plausibile (che non intendo affatto anticipare) quegli stessi lettori non potranno non rimanere ammirati da quello che è l’effetto poetico più intenso e difficile da ottenere in questo romanzo: la certezza - inspiegabile ma concreta - che attraverso e nonostante un così radicale slittamento di piani, in realtà quella che ci viene raccontata è la stessa storia, dotata di un’unità molto più profonda di quella assicurata da una successione univoca di fatti all’interno di uno spazio-tempo omogeneo.

Dalla prima all’ultima pagina, infatti, La ragazza che non era lei non ci parla d’altro che di un solo argomento: è davvero possibile, un altro mondo? E come uscire da questo? Ci sono frasi, e parole, che l’uso e l’abitudine rendono logore, e destinate entropicamente all’inerzia del loro senso. E se c’è una vera missione della letteratura, cerdo l’unica possibile, è invertire questo processo costante. Affondando le dita fino al midollo del linguaggio, rivoltandone gli elementi come un calzino. La ragazza coi capelli strani è uno di quei rarissimi libri contemporanei che ci insegna l’arte, preziosa e interminabile, di ridare senso e nuova vita alle parole che amiamo di più, e che amare non basta mai.


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