Pillole lunatiche (7-9)
7
Questa non è intelligenza al servizio del bene comune. È intelligenza piegata al dominio. È razionalità usata per giustificare l’arbitrio. È sofisticazione tecnologica al servizio degli istinti più primitivi. L’intelligenza che non si accompagna a responsabilità non eleva: amplifica il danno. Rende la violenza più efficiente, l’ingiustizia più sistemica, l’orrore più sostenibile nel tempo. A questo punto non si tratta più di singoli eventi, di singole crisi, di singole responsabilità. Il mare che inghiotte i migranti, Gaza ridotta a macerie, il desiderio che diventa diritto per chi ha potere, l’intelligenza piegata al dominio, il consumo che divora vite lontane: tutto appartiene allo stesso disegno. Non dichiarato, ma operante. Il punto non è se il mondo sia complesso. Lo è sempre stato. Il punto è che oggi questa complessità viene usata come alibi. Abbiamo costruito un sistema capace di spiegare tutto e di giustificare qualsiasi cosa. Un sistema in cui la violenza non scompare, ma si frammenta, si diluisce, si rende accettabile. Nessuno uccide direttamente, eppure si muore ovunque. Nessuno decide da solo, eppure le decisioni vengono prese. Nessuno si sente colpevole, eppure le vittime si accumulano. Così torniamo al punto di partenza: sapere e non fare. Poter fare e non volerlo. Vedere e voltarsi dall’altra parte. Non per ignoranza, ma per convenienza. Non per necessità, ma per scelta. Se questa è la civiltà che diciamo di aver costruito, allora il problema non è che stiamo tradendo i nostri valori. È che li stiamo usando come copertura. E forse la domanda finale non è più cosa sta diventando il mondo, ma che tipo di esseri umani abbiamo deciso di essere mentre tutto questo accade.
8
E... Non potremo dire che non sapevamo. Non potremo dire che non c’erano alternative. Non potremo dire che era inevitabile. La morte nel mare, la distruzione di Gaza, la devastazione della Terra, l’arroganza del potere, l’indifferenza travestita da realismo: tutto questo non è accaduto nonostante la nostra civiltà, ma dentro la nostra civiltà. Ne è il prodotto diretto. Abbiamo scelto di proteggere privilegi invece che vite. Abbiamo scelto il profitto invece della giustizia. Abbiamo scelto di chiamare ordine ciò che è violenza organizzata. Se questo è il mondo che lasciamo, allora il fallimento non è storico, né politico, né economico. È umano. E nessuna tecnologia, nessuna retorica, nessuna bandiera potrà assolverci. Siamo colpevoli e la condanna è l’estinzione. Nel famoso sonetto di Cecco Angiolieri, l’io poetico dice: se fossi fuoco, distruggerei il mondo; se fossi vento, lo tempesterei; se fossi acqua, lo annegherei.
È una voce che sembra nichilista, rabbiosa, distruttiva. Ma nasce in un tempo — il Medioevo — in cui l’uomo non aveva alcuna pretesa di moralità universale, né strumenti per cambiare davvero il destino collettivo. Era uno sfogo, una caricatura, una maschera. Il punto decisivo è questo: Cecco può permettersi di dire “arderei il mondo” perché non può farlo davvero. Noi, invece, sì. Oggi l’umanità è foco, vento e acqua insieme. Ha la potenza di incendiare il pianeta, di sconvolgerne il clima, di sommergere territori, di cancellare popoli. Non per rabbia poetica, ma per calcolo, profitto, inerzia. Non per disperazione individuale, ma per sistema. Nel Medioevo l’invettiva era linguaggio. Oggi l’invettiva è diventata infrastruttura. E qui il rovesciamento è inquietante: di fronte alle nude parole di Cecco ci scandalizziamo per la violenza verbale, però tolleriamo una violenza reale, quotidiana, amministrata, che brucia mari e terre e corpi umani con efficienza scientifica. Se fossi foco è la confessione di una rabbia impotente. Il nostro tempo, invece, è la pratica di una rabbia che finge di non esserlo, che si traveste da necessità, da sviluppo, da ordine.
9
La tecnologia avanza. Le società sembrano meno barbare. La vita di milioni di persone, in alcune parti del mondo, è migliore rispetto ai secoli passati. Questo è un dato reale (ma in altre nicchie del mondo è vero anche il contrario). Forse non siamo ancora capaci, o forse non ancora maturi, per comprendere che tutti devono poter avere accesso a tutte queste innovazioni delle capacità e dello scibile umano. Oggi purtroppo queste risorse sono nelle mani di pochi. Cosa ce ne facciamo di una tecnologia capace di portarci su Marte, se il prezzo è perdere la Terra? Progresso senza responsabilità non è progresso. È un rischio concentrato, pronto a esplodere. Ed ecco allora l’ultimo paradosso: abbiamo gli strumenti per fare del mondo un luogo degno di tutti e per tutti, ma possiamo anche trasformarlo in un inferno ancora più raffinato e consapevole. La scelta è nostra. Di ognuno di noi, ogni giorno. Non si tratta di conoscenze mancanti o eventi inevitabili. Si tratta di volontà. Di coraggio. Forse si tratta di umanità.
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