Pillole lunatiche (4-6)
4
Le migliaia di persone lasciate deliberatamente soffrire e morire in mare non provocano la stessa furia morale. Non scatenano la stessa richiesta di giustizia. Non producono la stessa sete di punizione. Eppure, anche lì esistono responsabilità, scelte consapevoli, atti e omissioni che uccidono. Anche lì si sapeva. Anche lì si poteva intervenire. La differenza non è nella gravità del fatto, ma nello status delle vittime. Quando chi muore è “uno dei nostri”, la giustizia è sacra. Quando chi muore è “altro”, la giustizia diventa negoziabile. Quando chi muore è lontano, la responsabilità si dissolve. Questa non è civiltà. È selezione morale. E c’è un ulteriore confronto che non possiamo più eludere. Da una parte ci sono persone che lottano per sopravvivere. Fuggono da contesti politici di malgoverno, da Stati falliti, da regimi che rendono la vita impossibile. Rischiano la morte attraversando il mare pur avendo, paradossalmente, molto più denaro di tanti cittadini occidentali “normalizzati”, o quantomeno il denaro per pagarsi un normale biglietto aereo. Ma quella via è loro negata. Così il denaro non serve più per comprare sicurezza, per soddisfare bisogni, anche frivoli, ma per cercare di comprare un’illusione: un posto su un gommone, una promessa senza tutele, un viaggio che può finire in fondo al mare. Dall’altra parte ci sono persone che prosperano su questa disperazione. Individui, reti criminali, intermediari, ma anche apparati ben più grandi, rispettabili, istituzionali. Gente che approfitta consapevolmente di questa situazione, ben sapendo che il denaro che incassa è sporco di sangue. E se non è denaro è consenso, consenso per arrivare al potere. E le istituzioni sanno. Spesso sanno più di chiunque altro. Talvolta non si limitano a tollerare: regolano, indirizzano, tirano i fili.
5
Questo è il mondo in cui viviamo. Un mondo in cui c’è chi sogna l’ultimo iPhone, un corpo chirurgicamente statuario, una donna diversa ogni notte, l’auto più costosa, la scarpa più stravagante, l’illusione di essere la più bella e ammirata, uno status irraggiungibile, il potere di dominare gli altri, di essere il più ricco tra i ricchi. Un mondo in cui il desiderio non ha più misura, e l’eccesso diventa virtù.
E c’è chi muore inseguendo semplicemente il sogno di una vita modesta, civile, come i media gli hanno mostrato esistere, mentre egli sembra esistere (e morire) solo per rendere possibile lusso ed eccesso per pochi. Forse non lo abbiamo ancora detto con la giusta enfasi: c’è chi muore per mantenere uno stile di vita che si regge sull’asimmetria, sullo sfruttamento, sull’invisibilità della sofferenza altrui. Non è vero che non esistano alternative. Tra la miseria assoluta e l’accumulo osceno e lusso sfrenato, esiste uno spazio enorme. Uno spazio di compromesso, di redistribuzione, di politiche più giuste, di limiti condivisi. Uno spazio in cui nessuno dovrebbe morire per permettere a qualcun altro di possedere l’ennesimo simbolo di status. Ma quello spazio resta vuoto, perché riempirlo significherebbe per qualcuno rinunciare a qualcosa. E la civiltà che si proclama tale sembra disposta a rinunciare a tutto tranne che ai propri privilegi. C’è allora una domanda che diventa inevitabile.
L’intelligenza umana è al servizio dell’umanità? È ciò che ci distingue dagli altri animali, ci ripetiamo. Ci eleva, diciamo. Ci proclama specie dominante del pianeta. Ma quanto bisogna essere stupidi — sì, stupidi — per avere tutte le carte in regola per fare della Terra un luogo vivibile per tutti e riuscire invece a devastarlo sistematicamente?
6
Sappiamo di essere i principali generatori della crisi climatica. Lo sappiamo da decenni. Misuriamo, prevediamo, modellizziamo. Eppure, continuiamo. Continuiamo a estrarre, bruciare, distruggere, consumare come se le risorse fossero infinite e le conseguenze sempre rimandabili a qualcun altro, in un altro luogo, in un altro tempo. E nello stesso mondo che si proclama razionale, assistiamo a capi di Stato — tra i più potenti e ascoltati del pianeta — arrogarsi il diritto di volere qualcosa che non gli appartiene. Territori, risorse, vite. E non solo di volerlo, ma di prenderselo anche con la forza. Non perché sia giusto, ma perché lo vogliono. Lo vogliono, lo vogliono, lo vogliono. Come bambini capricciosi dotati di eserciti, finanza e consenso. Ma ammettiamo pure che quel desiderio fosse animato — nella narrazione — dalle migliori intenzioni. Se fosse quello di un buon padre (o di una buona madre) di famiglia che, a un certo punto, si rende conto di aver sbagliato i conti della propria esistenza, di aver costruito un equilibrio fragile, e ora vede il degrado avvicinarsi per sé e per i suoi figli. Foss’anche questo quel caso, davvero qualcuno pensa che la soluzione possa essere il ritorno a regole preistoriche di appropriazione? Nessun genitore responsabile risolverebbe i problemi della propria famiglia decidendo di sopprimere quella del vicino per impossessarsi della sua casa, del suo orto, del suo giardino. Nessuno accetterebbe come legittima una simile giustificazione. La chiameremmo per quello che è: violenza, crimine, barbarie. Non attenueremmo la colpa con le difficoltà economiche, né con la paura del futuro, né con l’amore per i propri figli. E allora perché questo stesso metro morale si dissolve quando il gesto non è compiuto da un individuo, ma da uno Stato? Quando la sopraffazione non è esercitata con le mani, ma con eserciti, confini, trattati piegati, parole che ripuliscono l’orrore? Perché improvvisamente comprendiamo, giustifichiamo, relativizziamo ciò che non accetteremmo mai nella vita quotidiana? Qualcuno ha davvero provato a mettersi nei panni di chi ha bisogno — non di chi teme di perdere privilegi, ma di chi non ha nulla — e si scopre essere diventato la risoluzione dei problemi altrui tramite la propria cancellazione? Con la propria casa distrutta, la propria terra sottratta, la propria famiglia annientata? Se questo è il modello implicito che accettiamo, allora non stiamo difendendo la civiltà. Stiamo semplicemente dando una cornice più elegante alla legge del più forte.
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