Pillole lunatiche (1-3)
1
Si muore ogni giorno, da sempre. Ma non sempre si muore nello stesso modo. C’è una differenza sostanziale tra la morte che avviene nell’ignoranza, nella distanza, nell’impossibilità materiale di intervenire, e la morte che avviene sotto gli occhi di tutti, o quantomeno di molti, mentre esistono i mezzi, le conoscenze e le risorse per impedirla. Il nostro tempo è segnato da questa seconda forma di morte. Nel Mediterraneo, uomini, donne e bambini attraversano il mare non per scelta ma per disperazione: per sfuggire a regimi che li opprimono, a guerre, a fame strutturale, a violenze sistemiche. Pagano cifre enormi — decine di migliaia di euro, spesso tutto ciò che una famiglia possiede — per un viaggio che non offre alcuna tutela, alcuna garanzia, alcuna dignità. Un paradosso crudele: con quelle stesse somme, potrebbero acquistare biglietti aerei, attraversare legalmente confini, vivere. Ma la via legale è loro preclusa. Non per caso: per decisione politica. Le testimonianze dei sopravvissuti e i reportage giornalistici raccontano ciò che sappiamo già: barconi lasciati affondare, soccorsi ritardati o negati, respingimenti illegali, violenze esercitate da chi avrebbe dovuto garantire sicurezza. Raccontano persino di colpi d’arma da fuoco sparati contro persone in mare, dopo che avevano pagato tutto ciò che avevano per un “viaggio della speranza”. E raccontano di navi che erano in zona. Di persone che sapevano. Qui non siamo di fronte a una tragedia naturale. Siamo di fronte a un sistema della morte per omissione, reso possibile da un consenso diffuso, spesso silenzioso, ma reale. Un consenso che nasce dalla paura, dalla disumanizzazione, dall’assuefazione. Dal linguaggio che trasforma esseri umani in “flussi”, “numeri”, “problemi”.
2
Lo stesso schema si ripete altrove, con forme diverse e con una violenza ancora più esplicita. Nella Striscia di Gaza, la morte è quotidiana, sistematica, documentata in tempo reale. Non è solo il numero delle vittime a essere insopportabile, ma il fatto che tutto questo avvenga dentro un ordine internazionale che si definisce civile, mentre governi, alleanze e istituzioni discutono di equilibri, di diritto alla difesa, di realpolitik. Anche qui, non manca la consapevolezza. Mancano le scelte. Si accetta che interi territori vengano distrutti, svuotati, resi invivibili. Si accetta che popolazioni civili diventino danni collaterali permanenti. Si accetta la creazione di precedenti che fanno paura, perché normalizzano l’idea che alcuni popoli possano essere sacrificati in nome di interessi strategici, economici, geopolitici.
Questa accettazione ha un nome scomodo: complicità. Qualcuno potrebbe obiettare che le questioni sono complesse, che le soluzioni non sono semplici. È vero. Ma la complessità non giustifica l’inazione quando l’orrore è evidente. E soprattutto non giustifica il linguaggio neutro, anestetico, con cui la cosiddetta civiltà racconta la morte altrui. Qualcuno potrebbe obiettare anche che l’uomo è sempre stato così. Che la violenza accompagna la storia umana. È vero. Ma proprio qui sta il punto. Nel Medioevo — epoca che amiamo definire buia, ignorante, primitiva — l’uomo era bestia. Bestia perché si comportava da bestia: sopraffazione, ingiustizia, violenza, inganno erano la regola. Le guerre erano inutili, cruente, spesso insensate. La giustizia era arbitraria, sussurrata dal potente di turno, più per facciata che per reale tutela dei sudditi, villici, nullatenenti, comunque persone. Le religioni promettevano salvezze ultraterrene, ma sulla terra dominava la legge del più forte. Ma almeno allora non si fingevano illusioni globali di civiltà. Non si proclamava un ordine morale universale. Non ci si autodefiniva “comunità internazionale dei diritti”. Oggi sì. Oggi ci fregiamo del titolo di nazioni civili, di democrazie mature, di società fondate sulla dignità umana. Oggi possediamo conoscenza, tecnologia, capacità di intervento. Oggi vediamo tutto: in diretta, in alta definizione, senza filtri. Oggi sappiamo.
Eppure, lasciamo morire.
3
La differenza con il Medioevo, allora, non è morale. È epistemica. Oggi sappiamo. Oggi possiamo.
Oggi vediamo. Eppure, facciamo poco. O nulla. Perché possiamo, ma scegliamo di non farlo.
Perché vediamo, ma ce ne freghiamo. Perché sappiamo, ma demandiamo la responsabilità a procedure, alleanze, confini, parole vuote. Lasciatemi dirlo — da essere umano, non da analista, non da esperto di dati: ci sono cose che non si comprendono solo con la ragione. Si percepiscono. Con un senso morale che precede le statistiche, che non ha bisogno di grafici per riconoscere l’ingiustizia. Quando vediamo persone morire in mare o sotto le bombe, sapendo che si potrebbe fare qualcosa per impedirlo, e accettiamo che accada, stiamo già scegliendo. La civiltà non si misura dal progresso tecnologico o dalla ricchezza accumulata. Si misura da ciò che non siamo disposti a tollerare. E oggi tolleriamo troppo. Tolleriamo la morte programmata dei migranti come deterrente. Tolleriamo la distruzione di popolazioni intere come prezzo geopolitico. Tolleriamo perché conviene, perché è lontano, perché riguarda “altri”. Forse non siamo migliori degli uomini medievali. Forse siamo peggiori. Perché noi ci definiamo civili mentre tolleriamo la morte programmata degli altri. E una civiltà che si proclama civile ma accetta che alcune vite siano sacrificabili ha già rivelato la sua vera natura bugiarda. Ma c’è un altro confronto che rivela, più di molti discorsi teorici: la frattura morale del nostro tempo. Nelle nazioni che si definiscono civili, se un cittadino viola i diritti di un altro, l’indignazione è immediata. Se qualcuno uccide al volante perché guardava il cellulare, perché era ubriaco o drogato, l’opinione pubblica invoca a gran voce la punizione. I “benpensanti” si scaldano, urlano alla giustizia, chiedono pene esemplari. Talvolta eccedono persino la ragione, arrivando a sussurrare — non troppo sommessamente — che se nel frattempo qualcuno facesse solo un po’ di male fisico al colpevole, forse non sarebbe poi così grave.
In quei casi, il metro morale è inflessibile. La responsabilità individuale è chiara, la colpa è evidente, la punizione deve essere certa. Nessuno accetta attenuanti. Nessuno parla di complessità. Eppure, lo stesso rigore svanisce quando le vittime non hanno nome, volto, cittadinanza. Quando non muore una persona, ma migliaia. Quando non c’è un singolo colpevole riconoscibile, ma una catena di decisioni, omissioni, calcoli politici.
- Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -