Pietro Valpreda poeta
Rileggere Pietro Valpreda significa comprendere il magma incandescente di possibilità di un lungo e tormentato periodo storico. Quella sconfitta è oggi tra di noi e dev’essere liberata...
Il 15 dicembre 1969, a Milano, Valpreda fu arrestato “grazie alla testimonianza” del tassista Cornelio Rolandi, che affermò di riconoscere in lui l’uomo con la borsa di pelle pesante che aveva accompagnato alla Banca nazionale dell’Agricoltura, nella borsa vi era la bomba che causò la strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969).
Pietro Valpreda anarchico individualista subì una campagna di linciaggio trasversale alle forze politiche dal PCI alla Destra e tute lo dipinsero come un mostro. Gli anarchici erano i responsabili. Iniziava la stagione del terrore stragista fra depistaggi e calunnie ideologiche. Nel 1985 la Cassazione dichiarò e sancì l’assoluta estraneità dell’anarchico ai fatti. La conferma della macchinazione contro Valpreda fu confermata dal ritrovamento della documentazione dell’Ufficio Affari riservati, in un deposito sulla circonvallazione Appia a Roma nel 1996, e ciò ha consentito di ricostruire la “verità” sulla criminalizzazione di Valpreda e di Pinelli.
Pietro Valpreda subì il carcere da innocente per 1100 giorni ne uscì il 29 dicembre 1972. Chiedersi cosa può permettere ad un uomo di sopportare l’insopportabile è una domanda da porre e da porci, ma la risposta sarà sempre approssimativa. In molti esseri umani c’è una “resistenza” che nessun sistema riesce a spezzare e che reca con sé il “mistero” della profondità umana. La calunnia, il pubblico linciaggio, il lungo processo e il carcere non spezzarono la vitalità di Pietro Valpreda.
Il pubblico linciaggio non fu esente da spiegazioni psicologiche sulle cause del delitto. Le eziologie psicologiche denigravano ulteriormente Valpreda, poiché era descritto come un essere arrabbiato col mondo e misantropo fino alla strage perché affetto da complesso di inferiorità a causa della sua malattia. Positivismo elitario e miopia politica produssero interpretazioni tipiche di una borghesia incapace di leggere i fatti e di avere dubbi. L’odio sociale e la paura generalizzata produssero i loro effetti ed egli ne fu vittima. Si ripresentò il pregiudizio di sempre che associa il crimine a cause organiche e positivistiche e gli anarchici alla violenza, il binomio conduce a Valpreda:
“Il crimine ha oramai una fisionomia precisa: il criminale ha un volto (...). Il Valpreda ha, nonostante i 37 anni, un aspetto da giovane piuttosto beat, che si accorda del resto con l’attività di ballerino; ma la sua salute è insidiata da un’infermità grave, il morbo di Burger. La menomazione che lo impedisce, lui ballerino, nelle gambe, potrebbe avere contribuito a scatenare una forsennata e irrazionale avversione per l’umanità intera” (Mario Cervi in La propaganda del terrore, «Corriere della Sera» del 17-12-1969)
Sicuramente, anche, l’amore per la poesia e per la scrittura contribuirono alla sua sopravvivenza spirituale e ciò gli consentì di restare un uomo in una realtà che lo denigrava e lo rappresentava come una bestia sanguinaria e odiatrice dell’umanità. Egli scrisse, Poesie dal carcere, un’opera di resistenza e di denuncia sociale nel contempo. Le poesie svelano la ricerca e la scoperta della verità del modo di produzione capitalistico che macina uomini e plusvalore.
La poesia, A mia madre, ha in sé il coraggio etico e sentimentale di volgere a LEI parole di consolazione e di partecipazione per la sofferenza che la tormentò per il figlio ingiustamente calunniato. La coscienza politica e sociale che mosse l’anarchico alla lotta emerge nella poesia e tale dolorosa coscienza è dedicata e donata alle madri tutte. Ad esse egli parla, alle madri i cui figli sono sottratti da un sistema omicida per usarli e sacrificarli sull’altare mai sazio del potere.
Nella poesia si svela la terribile realtà che si cela dietro la grandezza del potere nella storia. Ammiriamo le grandezze delle civiltà e siamo sordi al dolore di coloro che furono resi mezzi da usurare per costruire monumenti che celebrano l’onnipotenza di faraoni e imperatori dimenticandoci che grondano del sangue e del sudore dei vinti. Tale verità va accolta e trasformata in lotta e tutto diventa sopportabile se si dispone il dolore all’interno di una storia di liberazione. Le lacrime delle madri sono il sale che consentirà di fondare un mondo nuovo e più umano. I Templi del nulla saranno abbattuti e la vita potrà dispiegarsi nella sua verità multiforme. Il passaggio è doloroso, ma la giustizia non può che attuarsi con le lacrime versate e asciugate al “sole del mondo nuovo”. Il dolore della madre è la sofferenza di tutte le madri che donarono la vita ai figli, che il potere rese concime per i campi di battaglia.
A mia madre è poesia attualissima in un tempo di guerra che prepara nuove battaglie in cui a cadere sono gli ultimi e solo la comune consapevolezza dei “servi” può rompere le catene della violenza padronale:
A mia madre
Madre…non piangere
Asciuga gli occhi
Tu che hai dovuto conoscere e affrontare:
la bava, il sangue, il fiele.
Quando ormai cadevano le foglie
sui viali del tempo
Madre…non soffrire.
Solleva il capo
Ora che hai dovuto comprendere
a prezzo del tuo sale
Chi sono coloro che vollero:
le piramidi e gli altiforni
Le frontiere e gli altari
Le bilance e le serrature
e l’umanità stratificata
Chi siano quelli che dissero…
di far bene a nome di tutte le madri.
Madre… non urlare.
Morsicati le labbra.
Per l’esercito sconfinato di madri
Che videro uscire dal proprio utero,
concime per
Campi di battaglia, officine, miniere, zolle…e
cemento per
Bandiere di cristallo
Toghe di piombo
Sudari mimetici e
Templi del nulla.
Madre…non tremare
Chiudi le tue mani a pugno
Per chi invoca soffrendo, morendo, il tuo nome
sia vestendo una tunica ilota
che una tuta d’amianto
e sale il tuo nome madre:
Dalle barricate della comune
dai monti in cui volò la cucaracia
dalle rosse risaie sino a dove il dolore e lo sfruttamento divenne blues.
Madre…madre
Dammi la tua mano
Non sei tu la prima e altre ne verranno
che del proprio petto ne han dovuto fare una tomba.
La poesia dedicata Gesù storico è parte integrante di una rilettura della storia dei resistenti. Il Gesù elevato a Cristo con gli altari è neutralizzato nel suo messaggio rivoluzionario. Egli fu l’avanguardia dei ribelli che “videro, si scandalizzarono e agirono”. Le parole del Gesù ribelle non passeranno, malgrado il potere abbia trasformato il Calvario in cemento e i reticolati continuano ad estendersi. Gli altari sono usati come confini per dividere l’umanità, ma il “capellone di Galilea” non è morto, è eterno nelle parole, nei gesti e nei progetti di coloro che continuano la sua opera di liberazione e di contestazione del male. Il fiele che egli bevve oggi è la coca cola simbolo di un consumismo crematistico che riduce le coscienze a spettatrici passive e vogliose di merci. Si omologa con il consumismo, è il potere che muta forma, ma resta eguale nei fini. I mercificati desiderano merci, a tutto questo si può rispondere anche ascoltando l’impeto etico e ribelle di Gesù e proseguendone la “lotta terrena”:
Gesù Cristo
Oh capellone di Galilea.
quando scacciasti i mercanti
dal tempio;
tu diventasti iconoclasta.
Oh capellone di Galilea
le turbe volevano essere salvate
non salvarsi;
tu diventasti avanguardia.
Oh capellone di Galilea
hanno asfaltato il calvario
di isotopi,
di smog e timbri di acciaio.
Oh capellone di Galilea
hanno divelto gli ulivi
per costruire
immensi reticolati di atomi.
Oh capellone di Galilea,
ora il fiele non si beve,
in calici di legno di cedro;
ma si beve coca cola,
in anonimi bicchieri carta.
Le poesie di Pietro Valpreda ci parlano del nostro presente e ci accompagnano a vedere ciò che lo scintillio del dominio vuole occultarci con i suoi slogan e con la mercificazione della vita e delle vite. Rileggere Pietro Valpreda significa comprendere il magma incandescente di possibilità di un lungo e tormentato periodo storico. Quella sconfitta è oggi tra di noi e dev’essere liberata come la statua di Glauco nella Repubblica di Platone dalle incrostazioni dei pregiudizi ideologici e dall’ignoranza voluta e pianificata dal sistema di potere operante.
Pensare quella sconfitta attraverso le parole di Pietro Valpreda ci restituisce la realtà storica di cui siamo stati frodati dai processi di derealizzazione.
Pietro Valpreda morirà a 69 anni il 6 luglio 2002 e la sua salma sarà seguita da un corteo di 3000 persone. Le parole vere non passano, possono essere rimosse, possono oscurarsi nel rumore del mondo, ma continuano ad esserci e sono la via per l’emancipazione.
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