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Pietro Barcellona, sette anni fa

Il 6 settembre 2013 ci lasciava Pietro Barcellona, giurista e filosofo - uno dei punti di riferimento per noi di Girodivite.
di Redazione - domenica 6 settembre 2020 - 856 letture

"Ho l’impressione che stiamo andando verso una deriva senza sponde. Nel giro di qualche anno quasi tutti i significati sociali condivisi, che hanno strutturato il senso comune dal dopo guerra agli anni ’80, si sono dissolti: il primato del pubblico, lo spirito di solidarietà, la fiducia nell’agire politico collettivo, la convinzione che è possibile costruire rapporti umani più ricchi e creativi. È mutata la percezione collettiva degli avvenimenti e sono intervenuti che hanno orientato la coscienza di vasti strati sociali verso significati opposti e incompatibili: l’estrema personalizzazione del potere e la trasformazione della partecipazione attiva in consenso plebiscitario (dal potere di governo al potere giudiziario il gioco è tra personaggi simbolo e gesti spettacolari), lo slittamento verso forme di legittimazione extra-sociali dell’autorità (la ’competenza’, il carisma, la capacità comunicativa) e l’accettazione passiva di gerarchie prive di alcun ragionevole fondamento, la dissoluzione dello spazio pubblico come luogo di elaborazione collettiva di valori e mete sociali e la sostituzione con l’opinione pubblica mass-mediatica" [1]".

Pietro Barcellona è stato uno dei punti di riferimento del pensiero critico. Per noi di Girodivite lo è stato senz’altro. Nato a Catania il 12 marzo 1936, morto a 77 anni la sera del 6 settembre 2013 a San Giovanni La Punta, si era laureato in Giurisprudenza nel 1959. Nel 1963 consegue la libera docenza in Diritto Civile e insegna a Messina. Dal 1976 al 1979 è componente del Consiglio Superiore della Magistratura. Ha diretto il Centro per la Riforma dello Stato, fondato con Pietro Ingrao. Nel 1979 è stato eletto deputato nelle file del Partito Comunista Italiano ed è stato membro della commissione giustizia della Camera fino al 1983. Fu poi docente emerito di filosofia del diritto all’università di Catania [2].

A sette anni dalla sua scomparsa, lo vogliamo ricordare ripubblicando il ricordo che ne fece Luigi Boggio - che di Pietro Barcellona fu amico [3].


[...] Luigi Boggio, ex parlamentare e leader storico del PCI siciliano [...] ha condiviso con l’amico Pietro quarant’anni di passione politica e di fraterna amicizia.

Il primo incontro fra i due accadde a metà degli anni Settanta al Comitato regionale del PCI guidato da Achille Occhetto. "In quella riunione eravamo seduti vicini - ricorda Boggio - e Pietro, che partecipava per la prima volta, mi colpì subito per la sua curiosità. Voleva sapere, su ogni cosa poneva domande. Nella pausa andammo a consumare insieme uno spuntino e anche allora mi tempestò di domande. Diventammo subito amici".

Boggio vantava già una pluriennale militanza nel PCI, che risaliva ai fatti di luglio del 1960 (la strage di operai a Reggio Emilia e le successive manifestazioni sindacali, con moti e feriti in tutt’Italia), poi aveva partecipato alle lotte del movimento studentesco e a quelle braccinatili dell’Ennese; quindi aveva guidato la Camera del Lavoro di Lentini a fine anni Sessanta, per approdare infine al comitato regionale e alla segreteria siciliana del Partito.

Barcellona, invece, che era cresciuto in una famiglia borghese e anticomunista, era arrivato al PCI attraverso un agitprop torinese che era venuto a fare opera di proselitismo a Catania. Per l’intellettuale catanese il primo incontro con un’esperienza nuova e idealizzata di amicizia e fraternità. Poi, all’inizio degli anni Settanta, dopo un’aggressione in Università ad opera di giovani di destra, Barcellona chiese di prendere la tessera del PCI. Nel giro di un anno l’intellettuale di sinistra e docente universitario abituato a stare sui libri verrà catapultato al Comitato regionale del partito, e poi alla guida della segreteria cittadina [di Catania] del PCI.

Quell’esperienza, negli anni 1973-1975, come conferma Boggio, fu per Barcellona quasi la scoperta di un nuovo mondo. Fu allora che cominciò a vivere tutte le esperienze dei quartieri popolari: le feste, i comizi, le lotte, i drammi personali e familiari.

"Il comunismo - avrebbe raccontato molti anni dopo Barcellona - mi appariva non solo come la riscoperta di un mondo reale, visto che io avevo fatto studi di diritto ed ero stato molto chiuso nel mio ambiente, ma mi sembrava anche una risposta alla mia domanda iniziale: una risposta che il proprio dell’uomo è stare insieme agli altri per costruire un futuro di salvezza. Salvezza umana, ma sempre salvezza".

Quegli anni, come ricorda oggi Luigi Boggio, furono tormentati. I partiti vivevano un travaglio interno, e la società cominciava a conoscere le ferite tragiche del terrorismo. "Pietro era al CSM quando fu ucciso Moro, poi dal 1979 al 1983 ci ritrovammo insieme parlamentari del PCI". "Non fu un periodo facile - racconta Boggio - si passava da una emergenza all’altra: dal terremoto dell’Irpinia al terrorismo rosso, per arrivare al terrorismo mafioso che fece fuori i giudici Terranova, Costa e Chinnici, il presidente della regione Mattarella e il prefetto Dalla Chiesa".

Quella legislatura, con 5 presidenti del Consiglio in 4 anni, la crisi della DC e il travaglio interno del PCI, prefigurava ciò che sarebbe accaduto in Italia negli anni successivi.

Dell’amico Pietro, Boggio ricorda che proprio in quel periodo era un grande punto di riferimento, soprattutto per il suo ruolo, assieme a Pietro Ingrao, al Centro di riforma per lo Stato. "Lì - dice Boggio - Pietro ha dato il meglio di sé".

Poi, però, è venuta la caduta del Muro di Berlino, e con essa la frantumazione del partito di Gramnsci e Togliatti. Per chi, come Barcellona e Boggio, aveva vissuto il Partito come una chiesa, un’ancora di salvezza, la fine di quella storia portava una crisi della speranza.

"Crollato il Muro - avrebbe raccontato in seguito Barcellona - sono crollato pure io".

"La fine del PCI - racconta Boggio - fu per molti di noi una tragedia umane e politica, da allora non ho più aderito alle nuove forme che ha preso il partito, ho fatto parte della Sinistra Invisibile, quella che non ha potere, che non è aggregata, che vive dispersa".

Eppure l’amicizia con Pietro Barcellona non si ruppe. "Il nostro dialogo non si è mai interrotto - prosegue Boggio -. Mi telefonava ogni mattina e la discussione fra noi era sempre aperta, libera. Non c’erano misteri, ognuno aveva il massimo rispetto per l’altro. Poi d’estate ci incontravamo a Brucoli e con grande ironia parlavamo delle nostre fragilità, dei nostri scivoloni e delle nostre passioni civili".

Barcellona, dopo la militanza attiva nel Partito, non smise mai di cercare una risposta alle sue grandi domande e, soprattutto, non mollò un istante la sua ricerca della verità ultima dell’uomo, e le sue due grandi passioni: il riscatto degli ultimi e l’educazione dei giovani. "In questi campi - ricorda Boggio - l’apporto di Pietro ebbe una rilevanza che eccedeva l’ambito regionale. Egli era capace di coinvolgere nei suoi progetti le forze intellettuali più vive del Paese".

Nelle conversazioni fra i due amici ex PCI rientrava anche la questione religiosa.

"Quello che mi interessa, mi inquieta e mi ha condotto a queste riflessioni attuali - amava ripetere agli amici negli ultimi anni della sua vita - è la figura concreta di Gesù: un Uomo che è Figlio di Dio. Mi sembra la assoluta novità del Cristianesimo, anche perché Gesù Cristo non si può pensare come dottrina e quindi come una teoria. Cristo non è una teoria. È un’incarnazione. E se è un’incarnazione non può non essere una presenza. La teoria può essere stampata e trasmessa. La presenza deve essere percepita".

Boggio ha presente molte di queste conversazioni appassionate sulla ricerca dell’assoluto, così come i timori dell’amico Pietro di essere strumentalizzato. Ma c’è un episodio che l’ex parlamentare PCI ricorda perfettamente: "Pietro fu invitato a Caserta assieme al filosofo Emanuele Severino dal vescovo Raffaele Nogaro a discutere di tecnica, politica e democrazia. Erano temi su cui Barcellona e Severino potevano discutere appassionatamente per giorni interi. E il loro dialogo, in effetti, fu spumeggiante. Alla fine ricordo che il vescovo disse: ’Voi avete una profonda passione per il destino dell’uomo, che è autenticamente cristiana’. Mi sembra che questo sia il miglior complimento che si potesse fare a Pietro".


Altro materiale e ricordi su Pietro Barcellona, sulla pagina dedicata del Centro riforma dello Stato.

Scheda Wikipedia con tutte le opere di Pietro Barcellona.


[1] Democrazia: quale via di scampo? / Pietro Barcellona. - Bari : Edizioni La Meridiana, 1995. - a p. 7.

[2] Come molti intellettuali e militanti, la "svolta della Bolognina" e il crollo del Muro di Berlino diedero un duro colpo alla sua vita personale e intellettuale. Molto scalpore fece la sua conversione raccontata nel libro Incontro con Gesù.

[3] L’occasione, lo spazio pubblico dedicato alla memoria di Barcellona, a Misterbianco, qualche anno dopo la sua scomparsa. L’articolo intitolato "Il comunista che cercava l’assoluto" è stato pubblicato da La Sicilia, a firma di Giuseppe Di Fazio.


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