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Persone: Goffredo Fofi, critico cinematografico e letterario

di Redazione - venerdì 11 luglio 2025 - 812 letture

Goffredo Fofi, critico cinematografico e scrittore tra i più conosciuti della cultura e dell’editoria italiane, è morto a 88 anni. Intellettuale con una lunga militanza novecentesca nella sinistra italiana, da molto tempo scriveva regolarmente le sue recensioni su Internazionale. A partire dagli anni Sessanta aveva fondato o animato diverse importanti riviste, come quella di cinema Ombre Rosse, pubblicata tra il 1967 e il 1981, e i Quaderni piacentini, insieme a Piergiorgio Bellocchio e Grazia Cherchi. In tempi più recenti, tra il 1997 e il 2016, aveva diretto Lo straniero, che si occupava di letteratura.

Fofi era nato a Gubbio, in Umbria, nel 1937, e aveva vissuto principalmente tra Roma e Napoli. Da giovane lavorò come maestro elementare e poi si trasferì a Palermo per collaborare come assistente sociale con il filosofo e attivista contro la mafia Danilo Dolci. Tra gli anni Sessanta e Settanta Fofi fu poi vicino ai movimenti studenteschi e della sinistra extraparlamentare, e in quel periodo diventò uno dei più conosciuti intellettuali e critici italiani, tra le altre cose per i suoi studi e per le sue rivalutazioni di Totò, a cui dedicò nel 1977 il saggio Totò. L’uomo e la maschera.

Di film Fofi scrisse a lungo con una sensibilità e un’attenzione particolare all’influenza del cinema sull’azione politica e sul pensiero collettivo: influenza diminuita man mano che il cinema diventava una forma di produzione culturale meno ambiziosa. In uno dei suoi libri più recenti, Breve storia del cinema militante, uscito nel 2023, Fofi scriveva di come i film dei registi impegnati più famosi degli anni Sessanta, tra cui il francese Chris Marker, si rivolgessero a un pubblico di giovani «che hanno sete di sapere e capire», militanti e non.

Oltre che autore di saggi molto apprezzati e di recensioni, Fofi è stato per decenni uno dei più stimati e lucidi commentatori della politica, della cultura e della società italiane. Nel 2010, a fronte della popolarità e del successo della cultura di centrodestra in Italia, scrisse che la sinistra doveva rinunciare all’idea di compiacere la massa, e doveva piuttosto «dispiacerla», se necessario, per costruire un pensiero in grado di guidare l’azione politica.

Della funzione delle riviste, a cui dedicò la maggior parte della sua vita professionale, disse che era «interpretare il tempo dal punto di vista di una minoranza esigente e attiva». E descrisse la sua passione per le riviste come «un modo di fare politica per uno che non sa fare politica. Un rifornimento di energia».

Nel 2016, annunciando la chiusura della rivista Lo Straniero dopo vent’anni, scrisse di avere sempre preferito tra i lettori della rivista «i più reattivi, quelli che, in qualche modo, sanno meglio tramutare le letture (le idee) in comportamenti e in azioni». E rivendicò la «fedeltà a un’idea di rivista che aiutasse noi, e i collaboratori, e i lettori, a capire la nostra società e questo tempo e questo mondo e ad agirvi con onestà e coerenza secondo principi chiari, senza megalomanie e narcisismi», «con le sole incertezze originate dalla difficoltà di riuscire a capire il nuovo e le sue direzioni, i suoi effetti a breve e lunga scadenza, e a scegliere al suo interno quanto si muove nella direzione del giusto e non dell’ingiusto e del manipolato, non del superficiale e del transitorio».

Il libro più recente di Fofi è Ciò che era giusto. Eredità e memoria di Alexander Langer, una raccolta di scritti del politico e intellettuale italiano morto trent’anni fa, con interviste e brevi testi di altri autori. In precedenza Fofi aveva scritto anche una prefazione per la prima e più estesa raccolta di scritti di Langer, Il viaggiatore leggero, curata da Adriano Sofri ed Edi Rabini. Cari agli dei, del 2022, è invece il suo libro più recente tra quelli pubblicati da Edizioni E/O, casa editrice con cui Fofi collaborò a lungo come autore e curatore, oltre che come direttore della collana Piccola Biblioteca Morale.

Tante persone che lo hanno conosciuto e hanno lavorato con lui gli attribuiscono, tra i molti meriti, quello di aver favorito per tutta la vita l’incontro di persone diverse tra loro, anche per età, ma tutte accomunate da curiosità e vivacità intellettuale: registi, artisti, scrittori, militanti, operai, giornalisti. «Piccoli gruppi di amici, sparsi in giro per l’Italia […], si frequentano ancora, e si vogliono bene, perché li ha messi per la prima volta insieme lui», ha raccontato lo scrittore Nicola Lagioia, direttore editoriale di Lucy, la rivista per cui Fofi scriveva regolarmente da qualche anno, dopo aver collaborato a lungo anche con Internazionale.

Fonte: Il Post


Anche Girodivite, come tutto il mondo della sinistra critica in Italia, deve molto a Goffredo Fofi, che leggevamo sempre e sulle cui cose discutevamo. Grazie per averci dato l’onore di averti come maestro.


Goffredo Fofi, il disobbediente / di Giuseppe Rizzo

11.7.2025

In più di un’occasione scrittori ed editori hanno chiesto a Goffredo Fofi di scrivere un’autobiografia o almeno di pensare a qualcuno che raccontasse la sua vita di intellettuale così ricca d’incontri, avventure e litigate furibonde. E ogni volta Fofi rifiutava la proposta ridendo, infastidendosi o addirittura incazzandosi: tutte tonalità – la risata, il fastidio e l’incazzatura – che lo descrivevano bene.

Aveva però un titolo per questa autobiografia o biografia impossibile: Son nato scemo e morirò cretino. Titolo che ha poi effettivamente trovato posto sulla copertina di una raccolta di suoi scritti, e che coglie altri lati del suo carattere: ironico e provocatorio, riluttante all’autocelebrazione ma in grado di farsi notare, attento alla cultura alta e però innamorato di quella popolare, tanto che la frase è la citazione di una canzone di un comico minore come Nino Taranto.

Fofi, nato a Gubbio il 15 aprile 1937 e morto a Roma l’11 luglio 2025, riusciva a tenere insieme tutte queste contraddizioni, e altre ancora. Non solo, le moltiplicava, le faceva esplodere e alla fine le trasformava in strumenti per osservare il mondo da critico, attivista e agitatore culturale sempre scontento, sempre in movimento, sempre a tessere reti di idee e persone.

Uno dei suoi più grandi meriti è stato proprio quello di non stancarsi mai di girare per l’Italia e il mondo, e di mettere in contatto artisti, operai, scrittori e attivisti anche lontani tra loro. A casa sua, dietro piazza Vittorio a Roma, si potevano incontrare il direttore editoriale di una grande casa editrice e la giornalista ancora sconosciuta, il regista candidato agli Oscar e la scrittrice esordiente che in quel momento Fofi stava sostenendo, come aveva fatto con tanti, da Alessandro Baricco ad Alice Rohrwacher, da Alessandro Leogrande a Ciprì e Maresco.

I fili di queste reti partivano da lontano. Da ragazzo Fofi aveva lasciato Gubbio per raggiungere Danilo Dolci in Sicilia e combattere a fianco a lui e al sottoproletariato palermitano e della provincia lotte nonviolente contro la povertà e le ingiustizie.

Negli anni sessanta aveva intuito che questo sottoproletariato andava seguito nelle fabbriche dell’Italia del nord, dove le persone erano state spinte dalla fame e dove incontravano altre povertà e ingiustizie. In quegli anni avrebbe scritto un libro-inchiesta, L’immigrazione meridionale a Torino, che nel 1963 avrebbe spaccato il comitato editoriale di Einaudi. Molti nella casa editrice di Torino non volevano rischiare di pubblicare un libro che criticava e attaccava la Fiat e La Stampa, partirono perfino delle lettere di licenziamento e il libro alla fine uscì l’anno dopo per Feltrinelli.

Dopo l’esperienza con gli operai delle fabbriche rifece le valigie e tornò nell’Italia del sud, che aveva a cuore e lo faceva disperare: ripeteva spesso di sentirsi siciliano. Nel 1972 a Napoli contribuì a fondare la Mensa dei bambini proletari insieme ad alcuni militanti legati a Lotta continua, coinvolgendo anche scrittrici amate come Elsa Morante e Fabrizia Ramondino.

Intanto fondava o animava riviste, dai Quaderni Piacentini allo Straniero, palestre per autori affermati o sconosciuti, luoghi di sue stroncature feroci ma anche di confronti liberi e recuperi anticonformisti come quello di Totò, la cui biografia critica sarebbe poi diventata uno dei suoi libri più letti, anche da chi non lo conosceva. Per anni ha collaborato con Internazionale.

Tracce di tutto questo si ritrovano in un altro libro, Cari agli dèi (e/o 2022), uno dei suoi ultimi e forse più personali, nonostante sia una raccolta di ricordi di altre vite e avventure. “Ho conosciuto, per mia immensa fortuna, tanti grandi intellettuali italiani dal dopoguerra in avanti”, scriveva, “e ne sento grande la mancanza nell’Italia di oggi, di fronte alla mediocrità e al conformismo che caratterizzano l’enorme maggioranza (una massa) degli intellettuali italiani di oggi, con ben rare eccezioni”.

Tra le rare eccezioni che superavano le arrabbiature dei suoi ultimi anni c’erano tante ragazze e ragazzi che scovava chissà dove e che presto si sarebbero fatti conoscere per il loro talento. Forse la più grande lezione di Fofi è proprio questa: nonostante la sua presenza ingombrante, è sempre stato capace di cedere il microfono, soprattutto a chi se lo vedeva negato, disobbedendo a logiche editoriali, politiche e di mercato.

Fonte: Internazionale.


Lo spirito di Goffredo / di Nicola LaGioia

11 Luglio 2025

È morto Goffredo Fofi, intellettuale, critico, amico di questa rivista e maestro di molti. Il suo impatto sulla cultura è stato enorme e unica la sua capacità di creare ponti tra le persone.

È morto Goffredo Fofi. Era nato nel 1937. È stato il maestro, il padre di molti di noi. Questa rivista gli deve tanto. Ma credo che l’Italia intera abbia con Fofi un conto difficile da saldare, considerando quanto siamo diventati brutti e stupidi noi italiani negli ultimi anni. Chi vorrà salvare la sua vita la perderà, potremmo parafrasare il motto evangelico. Mentre chi avrà il coraggio di metterla in gioco, di non risparmiarsi, si salverà. Goffredo non era certo un cattolico osservante (“Dio o non c’è o è fascista”, amava ripetere questa frase di suo padre) ma con il meglio del pensiero religioso condivideva la capacità di spendersi per gli altri, e la radicalità. Allievo in questo di Simone Weil, fratello più giovane di Carlo Levi, di Aldo Capitini, sodale di Danilo Dolci, di Elsa Morante.

Difficile riassumere in poche righe i suoi meriti intellettuali e le sue intemperanze (la “scoperta” di Totò, considerato a lungo un comico di seconda fascia, la difesa di Carmelo Bene, la pubblicazione su rivista di autori come Svetlana Aleksievič e J.M. Coetzee quando pochi li conoscevano, gli attacchi alle neoavanguardie, la presa in giro del Gruppo 63 “già morto nel ’62”), la cosa più stupida che potevi fare quando ti stroncava, torto o ragione che avesse (spesso aveva ragione), era offenderti.

Alcuni si offendevano. Persino i grandi potevano far passare anni per metabolizzare la batosta, prima di riderci finalmente su (“alla fine Ultimo tango a Zagarol non l’ho mai voluto vedere per paura che avesse ragione Fofi a dire che era più bello del mio film”, un riconciliato Bertolucci). “Quando mi chiamano maestro non mi offendo”, diceva Fofi, “a patto che lo dicano perché sono stato maestro elementare”. La pulizia del suo pensiero è sempre stata evidente. In un mondo in cui a confondere e rovinare le più belle teste in circolazione erano l’ambizione, la frustrazione, la fame di onori ma anche di soldi, il disinteresse totale di Fofi per questo tipo di sirene era un punto di forza.

Viveva come uno studente fuorisede (“ma sempre nelle vicinanze di una stazione ferroviaria”, scriveva credo Pino Corrias, “per rendergli più facili i suoi continui viaggi su e giù per l’Italia”). L’aspetto tuttavia più formativo e raro della sua vita, è stata la capacità di fare. Le buone pratiche. (“Fare, in luogo di non avere fatto”). La cosa che non riesce più quasi a nessuno. Dagli scioperi al contrario con Danilo Dolci, alla fondazione della mensa dei bambini proletari a Napoli, alle battaglie a fianco di contadini e operai. E poi la capacità di allevare generazioni di giovani. Molti, strappandoli letteralmente dalla strada. Aiutando tanti altri a riversare la propria feconda confusione in un libro, in un film, nella pratica teatrale. Instradandoli, perdendoli, non di rado rinnegandoli. Poi ritrovandone qualcuno. Usando spesso le riviste («I quaderni piacentini», «La terra vista dalla luna», «Linea d’ombra», «Lo straniero», «Gli Asini» per citarne alcune) come palestra, laboratorio, ginnasio.

“La pulizia del suo pensiero è sempre stata evidente. In un mondo in cui a confondere e rovinare le più belle teste in circolazione erano l’ambizione, la frustrazione, la fame di onori ma anche di soldi, il disinteresse totale di Fofi per questo tipo di sirene era un punto di forza”.

Ha cercato di infilare in tante zucche vuote (o malamente riempite, le nostre) quel che ci entrava con il meglio del pensiero pedagogico, filosofico, artistico, democratico. Soprattutto lo spirito. Mettere insieme le persone. Questo gli riusciva magnificamente. Anche quando aveva ormai settant’anni, anche quando ne aveva ottanta, e poi ottantacinque, lo andavi a trovare e lui era lì che cucinava (senza l’aiuto di nessuno) per i suoi ospiti.

Gli arrivi continui di persone a casa di Goffredo erano leggendari (fumettisti, accademici, attivisti, scrittori, registi, fotografi, sociologi, preti, attori, editori, grandi vecchi e ragazzini, Mario Monicelli e scappati di casa). In una città e un Paese sempre più esangui, consolava sapere che, tra le otto e le dieci di sera, a casa di Goffredo stava succedendo qualcosa di più interessante rispetto a ciò che andava in scena in qualunque contesto istituzionale. Molte persone si sono formate così. Piccoli gruppi di amici, sparsi in giro per l’Italia (che, come dicevo, Fofi ha percorso in lungo e in largo, dalle grandi città alla provincia sperduta), si frequentano ancora, e si vogliono bene, perché li ha messi per la prima volta insieme lui.

Ho conosciuto Goffredo più di venticinque anni fa. Ci siamo frequentati tanto. A un certo punto (la consideravo una grandissima fortuna) abbiamo abitato nella stessa strada.

Sono andato a trovarlo, questa volta in ospedale, solo qualche giorno fa. Si era rotto il femore, cadendo per strada dopo aver tenuto alla Sapienza una conferenza su Carlo Levi. L’ho visto affaticato. Oltre a me, intorno al suo letto, c’erano un po’ di persone. Rievocavamo vecchi episodi. Lui invece parlava del futuro. Di quello che avrebbe voluto fare, di quello che è necessario fare in un mondo in rovina. Educarsi persino alla fine del mondo, diceva, per arrivarci con dignità.

“In una città e un Paese sempre più esangui, consolava sapere che, tra le otto e le dieci di sera, a casa di Goffredo stava succedendo qualcosa di più interessante rispetto a ciò che andava in scena in qualunque contesto istituzionale”.

Siamo tutti addolorati. Se sarà possibile, questa rivista pubblicherà nei prossimi giorni pezzi e ricordi su Goffredo a firma di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo. Grazie Goffredo, scusaci per non essere stati all’altezza.

Fonte: Lucy sulla cultura



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