Persone: Fabio Mussi, comunista
Per la satira di sinistra era "il seboso Mussi". Per come lo ricordiamo noi, era una gran brava persona. E sì, era comunista.
Mussi: il comunista che aveva unito aristocrazia operaia e aristocrazia del pensiero / di Roberto Roscani
Parto da due cose di nessuna importanza. Ma forse no. Quando Fabio Mussi arrivò all’Unità (era già stato vicedirettore a Rinascita, ma al quotidiano era stato nominato condirettore accanto a Gerardo Chiaromonte) non era più il “ragazzo prodigio”, il più giovane membro del Comitato Centrale del PCI, ma era ancora un dirigente nuovo, aveva appena compiuto quarant’anni. L’amministrazione del giornale gli fece presente che aveva a disposizione una macchina di servizio. Lui rifiutò e in cambio volle una motocicletta. E arrivava ogni mattina tutto orgoglioso in sella – se non ricordo male – a una Guzzi.
Era nato nella “città-fabbrica” Piombino 78 anni fa
Era nato a Piombino, città operaia allora, quando c’era l’acciaieria e la “comune” rossa di Cotone, il quartiere accanto alla fabbrica, dove era nata Luana Benini che sarebbe diventata sua moglie. Essere piombinese era come essere un livornese con la tuta blu: irridente, sarcastico, generosissimo, con una percezione straordinaria di quella che all’epoca avremmo chiamato “coscienza di classe”.
Dalla città fabbrica all’università di Pisa (normalista prima e poi all’ateneo regolare) la distanza in chilometri non è molta ma lui aveva fatto di quel possibile iato tra aristocrazia operaia e aristocrazia del pensiero un punto di forza. Aveva studiato con Badaloni e Luporini, aveva una passione per la scuola di Francoforte (tesi su Adorno) e la sua sociologia marxista. Era la stessa università dove si era da poco laureato Adriano Sofri (tesi su Gramsci) e dove studiava, accanto a lui, un’altra promessa del PCI, Massimo D’Alema, con cui Fabio ebbe sempre un rapporto di amicizia in mezzo a mille frizioni. I due erano davvero diversi per carattere. Fabio dalla sua aveva, insieme a una buonissima cultura fatta di studi e applicazione, un senso dell’autoironia tutto suo. Ricordo una volta in redazione all’Unità quando – finita una riunione del mattino di quelle interminabili che Chiaromonte interpretava quasi come un “duello” – sentendosi forse preso in mezzo fece una battuta sul suo ruolo: “Va bene fare il condirettore, ma non vorrei che quel prefisso ‘con’ venisse interpretato come la parola francese…” E “con” in francese è una parolaccia che vuol dire fesso, per usare un eufemismo.
Perché parlare di una motocicletta e di una battuta così aspramente autoironica? Perché Fabio era insieme un vero dirigente comunista e anche un dirigente con una biografia nuova – per studi, per gusti, per attenzione a temi nuovi che avrebbero scritto la storia della sinistra di quel fine secolo e di questo nuovo.
Entrò nel Comitato centrale del PCI a 23 anni (e fu necessario modificare lo Statuto)
Di lui si può raccontare che per metterlo nel Comitato Centrale a 23 anni nel 1969 si dovette cambiare la regola che imponeva un’età minima di 26 anni. Era appena passato il ’68 studentesco e si stava in pieno ’69 operaio e questo ragazzo che viveva tra la Normale e l’acciaieria era simbolicamente l’avanguardia di un gruppo di ragazzi nuovi che avrebbero profondamente cambiato il PCI. Attenzione, questi giovanissimi non erano un gruppo omogeneo, non si muovevano come amici (oggi si parlerebbe di amichettismo) ma introducevano nuovi caratteri e nuove sensibilità, ognuno con le proprie caratteristiche. L’arrivo nel PCI di temi come ambientalismo, femminismo, pacifismo deve molto a loro (e ad Enrico Berlinguer, per dire il vero).
Credo che senza Fabio Mussi – che aveva preso l’ambientalismo molto sul serio, portando a Frattocchie anche studiosi americani come Barry Commoner a tenere lezioni ai quadri del partito – il PCI sarebbe arrivato al disastro di Chernobyl senza strumenti per capire. Un evento epocale come il referendum sul nucleare deve molto al suo impegno. Ma più in generale dobbiamo a Fabio l’affermarsi di una cultura che rendeva centrale l’ambientalismo non come semplice difesa della natura o nostalgia arcadica, ma come un pezzo nuovo dello scontro tra gli interessi del mondo del lavoro e quello del capitale.
Interpretava il bisogno di “nuovo” dentro la fucina dell’analisi marxista della società
Mussi, in quello scorcio di fine anni Ottanta, quando tutto si mise in movimento in maniera tellurica, è stato una figura importante: schierato per il sì al cambio del nome in quel ’89 di fuoco, interpretò questa posizione in maniera molto personale. Contro chi raffigura quegli anni come fatti da “figurine” o da ruoli fissi bisogna rammentare che le posizioni diverse in quella battaglia si confrontavano articolando spinte e significati diversi: lui avversava l’idea di una reazione immobilista, ma interpretava il bisogno di nuovo leggendolo dentro la grande fucina dell’analisi marxista della società. Lui scherzando, forse avrebbe detto che preferiva più gli occhiali del Marx dei Grundrisse che non quelli ortodossi della tradizione marxista-leninista.
Colto e raffinato e sempre inquieto. Complesso il suo percorso all’interno del PDS e dei DS (dove mantenne sempre una posizione di “opposizione” che lo portò lontano dall’amico D’Alema) fino alla decisione di lasciare i DS nel 2007 (era allora ministro dell’Istruzione nel governo di Romano Prodi dopo esser stato capogruppo alla Camera del PDS e poi vicepresidente di Montecitorio).
Si era alla vigilia del congresso che avrebbe portato poi alla nascita del Partito Democratico. Uscì per intraprendere con altri la navigazione verso Sinistra Democratica, poi SEL, poi Sinistra Italiana e infine AVS. Per lui quel passaggio verso il Pd avrebbe rappresentato una definitiva sconfitta della sinistra. Fu una rottura non semplice per nessuno dei protagonisti di allora. Aspra politicamente ma senza durezze personali, anche se gli dovette costare molto.
Con Fabio era facile essere amici, coi suoi ragionamenti sottili e il sorriso sempre pronto sotto i baffi. A Luana, che ha condiviso con noi il lavoro a Rinascita e all’Unità e con lui una vita intera, e alla famiglia un grande abbraccio.
L’articolo di Roberto Roscani è stato diffuso da Striscia rossa.
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