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Persona e individuo al tempo del capitalismo

La speranza risiede nell’allargamento progressivo delle nicchie di resistenze, i cui messaggi sono i catalizzatori intorno ai quali ripensare il nostro tempo e difendere la condizione umana dai processi di reificazione.

di Salvatore A. Bravo - giovedì 7 marzo 2024 - 421 letture

Il capitalismo produce individui e merci, non c’è gerarchia tra le merci e gli individui [1], entrambi non sono che mezzi per il profitto. Nel sistema capitalistico gli individui non sono che merci speciali dotati di voce. Il tutto è finalizzato a inibire la creatività della persona, la quale, invece, è logos. Nulla terrorizza maggiormente le oligrachie plutocratiche quanto la capacità della persona di pensare il proprio tempo storico con le sue contraddizioni per risignificarlo. Per inibirne la creatività rivoluzionaria il capitalismo ha prodotto un sistema socio-economico che procede per mutilazione e sottrazione delle qualità della persona. Da tale processo di depersonalizzazione si ottiene l’individuo. Quest’ultimo non è solo ciò che resta dopo una furente divisione e astrazione delle parti, l’individuo è ciò che non è ulteriormente scomponibile, è l’atomo fluido che naviga nella tempesta del capitalismo con le sue sirene, i cui canti lo avvolgono di volta in volta per trasformarlo secondo le necessità del capitalismo.

L’individuo prodotto in serie, è deterritorializzato in senso ontologico: non ha genere, non ha identità patria, è individuo talassico, come acqua cambia forma adattandosi ai voleri dei signori del mare. Sull’individuo prodotto in serie si sperimentano chirurgie e farmacologie; una nuova antropologia si profila con la depersonalizzazione, si tratta della deumanizzazione. La produzione in serie di individui consente di spezzare ogni vincolo naturale ed etico, si ottiene con tale processo l’individuo desocializzato e irrazionale trasportato dalle correnti indotte del capitale. La navigazione dell’individuo all’interno del sistema capitale è spoliazione continua. L’adattamento esige l’omologazione flessibile. Il soggetto deve sottostare all’evoluzione vorticosa del sistema produttivo per sopravvivere. La violenza non può che diventare la norma su cui si basa l’individualismo costruito secondo paradigmi precostituiti.

Limguaggio e persona

Per depersonalizzare si procede con la deverbalizzazione. La lingua dà forma alla soggettività, la parola è logos e dunque è già prassi. Con la lingua si costruiscono “mondi”, si immaginano alternative, si descrivono e si valutano le atroci contraddizioni contemporanee. La lingua non è solo mezzo è il fine, poiché mediante essa l’essere umano definisce il “bene” verso cui tendere nelle contingenze personali e storiche. Il linguaggio è desiderio, lo innerva e lo esprime. Il desiderio ha la sua genesi nella relazione. Nel contatto con l’alterità si diventa “persona”, si tocca il proprio desiderio che assume forma nell’espressione viva della lingua. Il desiderio del soggetto dona la forma che rende la persona identità stabile ma non statica. I desideri indotti, invece, omologano al sistema. La persona decade ad individuo standartizzato; il risultato finale è il lessico e la sintassi depotenziati. Non si creano mondi, ma si è parlati dal sistema. Il fluire dei desideri non consente alla parola di radicarsi nella profondità nella coscienza, pertanto la conseguenza del vuoto creativo è un soggetto informe e, dunque, deconcettualizzato.

Senza linguaggio non c’è l’essere umano, poiché con esso si ha la possibilità di rappresentarsi ciò che c’è, e di risemantizzarlo. La consapevolezza è prassi linguistica che non può che tradursi in relazioni di qualità.

L’individuo rispetto alla persona concreta, storica e consapevole nel logos è ciò che resta dopo l’operazione pianificata finalizzata a sottrarre la natura umana razionale ed etica.

Il depauperamento delle lingue, non solo della lingua italiana, in nome dell’inglese commerciale e anoressico, è un attacco frontale all’ontologia umana. Il linguaggio delinea progetti e traccia linee di confine, limen, che sono soglie di comunicazione fra identità dialoganti.

L’individuo deterritorializzato non ha storia e non appartiene che all’economia con i suoi flussi e con i suoi slogan, è privato della possibilità di elaborare soglie di incontro. Senza il logos non resta che il calcolo in funzione del desiderio astratto vissuto senza la concettualizzazione della sua genesi. La razionalità ridotta a semplice calcolo è l’arma per attaccare e penetrare oltre i confini e soddisfare il desiderio omologato con il saccheggio. La guerra di tutti contro tutti è pienamente realizzata. L’incapacità di dare un nome a sentimenti e pensieri si lega con l’analfabetismo sostanziale perseguito e realizzato dal capitale. I contenuti sono gestiti dall’AI, per cui la plebe divenuta “massa di individui” ha solo il compito di consumare le eccedenze, se perde tale funzione in futuro potrà essere eliminato.

In Canada si dibatte sul diritto alla “buona morte” liberamente richiesto da depressi, malati non terminali e senzatetto. Il logos è sostituito nell’individuo dalla voce. Aristotele distingue la voce dal logos. La prima è degli animali è l’espressione di reazioni a situazioni in cui l’animale viene a trovarsi mediante mugolii e simili. Il logos è la parola che permette di vivere nella polis, di ascoltare la presenza dell’altro” e di definire il percorso per progettare nella comunità-società il bene comune. La koinonia non forma individui, ma soggetti che con la loro differenza si riconoscono per progettare e porre in atto la natura sociale dell’essere umano. La koinonia è sintesi di comunità, che precede ogni soggetto con la sua storia e senza la quale nessun soggetto umano sarebbe tale, e di società, ovvero di libero assenso alla cultura della comunità. Quest’ultima non è un destino, perché le soggettività con il logos possono trasformarla o abbandonarla. L’individuo è privo di comunità e società, è un essere astratto ben rappresentato dal migrante. È destinato per sistema a diventare “un essere-ente” adattabile ad ogni luogo, pronto ad obbedire all’imperativo categorico del mercato, il quale esige soggetti senza legami famigliari, relazionali e comunitari; l’individuo è “l’astratto incarnato” attraverso la predazione della natura umana.

Se nel capitalismo ottocentesco l’operaio descritto da Marx produceva ricchezza e diventava povero spiritualmente e materialmente, nel nostro tempo i processi di reificazione e violenza sono trasversali. Il sistema è mefistofelico, procede per produzione in serie di categorie scambiabili, ma sempre divise e contrapposte: uomini contro donne, eterosessuali contro omosessuali, anziani contro giovani, atei contro credenti ecc. Su tali conflitti il sistema interviene ponendosi come il grande protettore di talune categorie, in modo da velare con la fumisteria mediatica la verità: tutti sono oggetto di un processo di manipolazione, di isolamento e di strumentalizzazione, è solo l’opportunità della contingenza storica a determinare la categoria da “proteggere”.

Barbarie

Davanti a noi regna la malvagità del capitalismo nella sua fase imperiale e finale, giacchè l’estremizzazione dri processi sono il “segno” della difficoltà del capitalismo di sopravvivere alle sue contraddizioni e alla fine del suo ciclo storico. La barbarie è tra di noi, possiamo toccarla con mano, possiamo ascoltarla negli slogan irrazionali di conquista e guerra dei mercati. La violenza è divenuta la verità ingestibile prodotta dal capitalismo alla quale fa fronte individuando “i colpevoli” di turno. Sono i nuovi paria del sistema capitale, che si succedono in un turbinio di classificazione secondo “formule zoologiche”.

In tale processo di disintegrazione dell’umano, l’individuo sembra prevalere sulla persona-logos, malgrado il capitalismo sembri inarrestabile con le sue guerre e con le sue campagne di conquista di popoli e comunità, nulla è perduto. In modo carsico scorre la corrente calda delle comunità, le quali hanno il compito di pensare il presente e il futuro. Grande speranza bisogna avere in coloro che sono stati depersonalizzati, poiché il loro dolore è sintomatico che il logos e la corrente calda della storia non può essere estinta. La speranza risiede nell’allargamento progressivo delle nicchie di resistenze, i cui messaggi sono i catalizzatori intorno ai quali ripensare il nostro tempo e difendere la condizione umana dai processi di reificazione. Il silenzio che sembra travolgerci non deve intimorirci, in quanto ogni essere umano è fiaccola che rompe il buio della gabbia d’acciaio. Dobbiamo acuire lo sguardo per vedere come la civetta nella notte le parole che illuminano il nostro presente. Gli individui restano persone negate; le loro sofferenze possono diventare l’energia critica per la rinascita.

[1] Individuo parola da individuus ( formato da ; in e ; dividuus cioè "non separabile") quindi "indivisibile" , l’individuo ha il suo corrispettivo in greco con ἄτομος.


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